Downunder

Brevi incontri con donne straordinarie

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Quando Julie ha detto a Rosemary di essere nata e cresciuta a Norseman, appena sopra la piana del Nullarbor, la mia ospite ha avuto un sussulto. “Quella sì che è terra selvaggia”, ha detto stringendosi nelle spalle nel suo accento inglese posh che cinquant’anni di Australia non sono serviti a imbastardire. Rosemary e Julie si sono appena conosciute ma, come entrambe concordano, nulla avviene per caso. Nella sua casa piena di luce, e che pure lei definisce boring, Rosemary sembra aver bisogno di aiuto nel ripulire il suo piccolo bosco privato da tutti i rami e le foglie secche accumulatisi mentre era in viaggio. Julie fa molte cose: è cresciuta in terra selvaggia e abituata a sparare al proprio cibo. Ella chiama mate tutti gli animali che incontra per la sua strada, si prende cura di loro se sono feriti “o anche tristi”, ma non esitava a puntare il fucile contro l’abbondante selvaggina della vasta distesa di terra sopra il deserto del nulla. In questo periodo della sua vita Julie sopravvive facendo le pulizie. “Non ho bisogno di molto. Sono anzi felice di possedere poche cose. Le cose finiscono con il possedere te, e mi dà soddisfazione che quel poco che possiedo è di seconda mano ma perfettamente funzionante. Da quando decisi di andar via da Esperance molte cose sono successe, e ho persino vissuto per un periodo nella mia macchina. Sai come l’ho ottenuta, Alex? Chiedendola. Non sai quante cose ottieni se chiedi. Costava mille dollari, la metà dei quali ho ripagato lavorando. Per me non esiste lavoro abbastanza duro”.

Le due nuove amiche si perdono in lunghe conversazioni. Rosemary è un’artista. In ogni stanza c’è una libreria straripante, oggetti collezionati durante i suoi viaggi e i suoi oli su tela. Mi mostra la sua stanza dei giochi. “Ho dovuto aspettare una vita per averne una, ma ora finalmente mi diverto”. Quando mi fa accomodare nella mia stanza mi mostra i libri che ha messo sul tavolo. “Ho pensato che potrebbero interessarti”. Da quando avevo scritto a Rosemary di essere interessato alla cultura Aborigena, non solo lei si è prodigata ad ospitarmi, disponibile a condividere la sua esperienza di social worker in remote comunità del Western Australia, ma durante la nostra prima cena insieme ha fatto sì che si unisse a noi Richard, consigliere qui ad Albany. Richard ha portato un vino della Barossa Valley, e la sua voce pastosa durante il brindisi alla nostra conoscenza mi suggerisce che non è il primo bicchiere della giornata. E poi c’è Julie. Noi quattro provenienti dagli angoli più remoti della terra riuniti per una cena illuminata da poche candele, per parlare del nostro interesse comune. Julie rifiuta di toccare i nostri bicchieri, e dopo aver studiato l’agnello che era servito nel suo piatto per buoni due minuti, comincia a mangiarlo con l’aria di chi ha appena avuto una lunga battaglia interiore.

Il giorno dopo ci mettiamo in macchina. “Ti va una birra”? Julie sembra non badare troppo alle rigide regole australiane che, quando si tratta di alcol e guida, sono molto severe. Ma probabilmente qui, in queste lunghe strade semiasfaltate che portano da un piccolo centro all’altro, troppo preciso non lo è nessuno. Ci fermiamo ad un bottle shop e facciamo il pieno di Becks. Apro la sua con il mio accendino, prima che lei faccia saltare il tappo per aria – ne sono sicuro – con i denti. Sul cruscotto dell’auto sono riposti ordinatamente una piccola radio, un binocolo, una spazzola, un pacchetto con delle salsicce che di tanto in tanto spezzetta e butta indietro dove un barbuto cagnolino fa piazza pulita. Mi porta a Frenchmen Bay, guidando per il circuito della baia di Albany. Guidiamo per il porto, una volta il più importante di tutto il WA, prima che venisse costruito quello di Fremantle. Mi pare di essere in un loop ma non per la conformazione della baia, quanto piuttosto per le storie che si susseguono e che trovano un ulteriore senso successivamente in questo vasto e remoto stato. Da qui partirono le truppe Anzac per Gallipoli, Turchia, e la comunità ricorda i suoi caduti con particolare commozione. “La vedi quella lassù? È la prigione di Albany. Lì c’è mio figlio, è per lui che sono venuta qui, per stargli vicino. Una volta andavo a trovarlo due volte a settimana, ma da quando ho saputo che lo spogliavano nudo prima e dopo ogni mia visita, mi limito a telefonarlo. Così, per tenergli su il morale. Potrei anche tornare ad Esperance ma troppe brutte cose sono successe laggiù, e credo che la mia presenza qui significhi molto per lui”.

Prima di riaccompagnarmi da Rosemary decide di passare per casa sua. Il posto sembra essere stato occupato abusivamente nel giro di una notte. Mi mostra i suoi strumenti musicali, i suoi disegni. Sono incuriosito da uno, in particolare. The Italian chef, si chiamava. Raffigurava un pescatore dai tratti mediterranei in piedi sulla sua barca, in mezzo al mare, aspettando di tirar su la rete o scrutando la rotta. Julie doveva aver capito il lampo nei miei occhi, perché un altro si era acceso nei suoi. “Puoi prenderlo, l’ho fatto per te.” “Ma se ci siamo appena conosciuti” faccio io, e lei mi risponde che evidentemente aveva avuto quell’ispirazione in previsione del nostro incontro, e che la cosa più giusta era che mi prendessi il disegno. Il ragionamento mi parve a suo modo logico.

Ad Esperance ci sono rimasto tre mesi. Julie aveva detto che quando scopri il suo mare non puoi fare a meno di esserne hooked. Riguardo le fotografie di quei giorni e mi viene in mente che questa è una bella risposta a chi mi chiede dove sono stato, in quasi un anno. Vedi – d’ora in poi risponderò – non sono tanto uno da sightseeing. Ho fatto i miei viaggi dove un giorno dormivo in un posto e il giorno successivo chissà, ma ora sono un po’ stanco. Non di viaggiare, ma dell’evanescenza di esperienze forti che non hanno il tempo di sedimentarsi. Ora viaggio così: mi stabilisco in un luogo per qualche tempo, cerco di conoscere i locali, ascolto le loro storie e con esse mi pare che il mio viaggio non si limiti lì dove termina il mio sguardo.

Julie è stata la prima di una serie di donne straordinarie che ho conosciuto qui. Scriveva Chatwin nel suo The songlines: “One commonly held delusion is that men are the wanderers and women the guardians of hearth and home. This can, of course, be so. But women, above all, are the guardians of continuity: if the hearth moves, they move with it. In Australia, women are the driving force behind the return to the old ways of life. As one woman said to a friend of mine, women are ones for country.” Mi accorgo che tra le foto che ho di quei giorni, in soltanto una appare Julie, ed è di spalle. Mi doveva accompagnare alla stazione da dove avrei preso il bus per Esperance, e stavamo fumando l’ultima sigaretta sul pontile di Albany. A un tratto, la piccola scialuppa di un pescatore dalla barba bianca appare all’orizzonte. Julie cammina lentamente fino alla fine del pontile, e da lì aspetta che gli sbuffi del motore portino la barca ad attraccare. Julie rimane ferma tutto il tempo mentre il vento le scuote i capelli, e il pescatore ride di gusto. In macchina poi parlammo di tutt’altro, e ricordo che, una volta nel bus, mi piacque pensare che la bruschezza con la quale mi aveva augurato l’addio non era dovuta ai modi di chi è cresciuto in terra selvaggia, bensì all’impazienza di tornare su quel pontile dove ad attenderla c’era, chissà, un capitolo felice della sua vita.

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La lentezza e altre scoperte

Mi sto liberando del germe del multitasking. Percepivo a livello intuitivo di doverlo fare, ma non avevo mai fatto nulla per prenderne le distanze. Non sono nato figlio del multitasking ma ne ho ben presto abbracciato le premesse. Il multitasking mi generava ansie: credevo di potere e dovere fare tutto, in contemporanea. In quel modo gettavo le fondamenta per un’infelicità subdola.

Sto rileggendo, sto riascoltando, sto riflettendo, ma senza fare null’altro allo stesso tempo. Quando rastrello le foglie nel giardino non porto più con me le cuffiette. Quando corro il perimetro della fattoria alzo la testa, noto i Baobab che stanno lì da mille anni e i canguri che battono la coda sul terreno per avvertire tutti del pericolo. Ma farlo in paradiso è facile: gli elementi ti invitano a metterti in connessione con loro. Più difficile è farlo dove la prossimità tra le persone è così elevata che induce a creare barriere, a mettere su una colonna sonora nel quale sentirsi al sicuro. Dove le distanze fisiche si accorciano ecco che cresce la distanza emotiva. Prendi strade secondarie, dimenticati del tempo ed ecco che senti vicino a te un calore diverso.

Il multitasking ci abbaglia con la promessa di poter ottimizzare i tempi; il nostro cervello avalla l’inganno comunicandoci che, certo, lui è in grado di guidare e parlare al telefono allo stesso momento. Singletasking allora non è semplicemente disconnettersi dalle email e da Facebook. Non è solo fare una cosa per volta, e farla bene. È anche non fare niente, è anche attivare le gambe e le mani come attività propedeutica al processo creativo, è anche essere connessi con quello che si fa, con le motivazioni più profonde. È continuare a fare una cosa anche se non sta riuscendo bene, se riteniamo abbia un valore. Per fare questo non c’è bisogno di disconnettersi: ritengo che la dimensione social abbia aggiunto, piuttosto che tolto. C’è il rischio però che questa abbia l’effetto di una giostra: può divertirci ma anche farci sentire un po’ confusi, alla fine. C’è bisogno di dare il giusto peso all’interconnessione, e capire che non ne abbiamo sempre bisogno.

 

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Eudemonia

Ovvero: il demone della felicità. Il demone non è da intendersi, come spiega Wikipedia, in senso negativo, bensì come genio, predisposizione dell’animo, sì che questo stato di benessere si configura in modo marcatamente meno solipsistico rispetto al gemello Edonismo. Il perché di questa parola alla fine di un post un po’ aggrovigliato, siete perdonati se saltate subito all’ultimo paragrafo. Ne parlavo con un po’ di amici – a distanza, ovviamente, perché i figli dell’emigrazione liquida mantengono reti sociali in cui le relazioni si fanno spurie e sono forse anche epurate dalla banalità e dalla stanchezza della quotidianità – ne parlavo e mi viene detto che la felicità è un impegno. Ad un’altra amica chiedo se dovrei forse sentirmi in colpa di godere così smaccatamente della mia condizione di solitudine (un inglese direbbe solitude e non loneliness), e in tutta risposta mi viene chiesto se ho la coscienza sporca. Non rispondo, perché i figli delle relazioni liquide sono talvolta maleducati e lasciano cadere le conversazioni così, senza replicare, dando alla famosa ultima parola il peso di un macigno. Sono qui per chiarirmi le idee e per rimediare alla mia maleducazione.

In realtà non so a favore di chi sto scrivendo, ci sono queste cose che mi passano per la mente ma poi dopo me le scordo, penso ad altro, fingo di pensare ad altro mentre quelle cose lì ci sono sempre, solo che non so dirle e ho bisogno che qualcuno più bravo di me le dica al posto mio. Non penso a nulla mentre lavoro, perché qui il Primomaggio non esiste, non penso a nulla mentre tento di descrivere le cose che mi circondano, perché fin quando non sarai in grado di definire la tua realtà questa esiste solo nella tua mente e di conseguenza non è realtà – non ancora: è una finzione dalle molte pretese. Ho molto tempo per me, ho molto tempo per leggere – per rileggere. Scrive Fitzgerald in Tender is the night: “She felt that she had learned something, though exactly what it was she did not know. Later she remembered all the hours of the afternoon as happy – one of those uneventful times that seem at the moment only a link between past and future but turn out to have been the pleasure itself.”

I due linguaggi si prendono a pugni, si contendono la mia attenzione. La madrelingua è umile e gentile, mi viene in soccorso quando le parole dell’aristocratico patrigno inglese tardano a fluire. Provo a descrivere a me stesso il film visto – rivisto – l’altra notte, dopo che la merda della prima serata aveva fatto il suo corso e il palinsesto poteva sbizzarrirsi con film esotici. The golden door, che poi altro non era che Nuovomondo, e perché tradire l’originale, con la sua bella musicalità? Italiano e Inglese si mischiano al Siciliano, mentre seduto sulla poltrona guardavo quelli che emigravano e andavano incontro all’ignoto, senza reti sociali costruite a colpi di click. Ma poi mi abbandono alla storia, quante storie possiamo accogliere, di quante storie abbiamo bisogno? Parlerei volentieri di questo, ma non c’è nessuno ad ascoltarmi. Prendo nota mentalmente che devo dire alla mia amica che talvolta la solitudine non è così beata. Scrive Paul Auster in Sunset Park: “I did want to become a better person. That was the whole point. Become better, become stronger – all very worthy, I suppose, but also a little vague. How do you know when you become better? It’s not like going to college for four years and being handed a diploma to prove you’ve passed all your courses. There’s no way to measure your progress. So I kept at it, not knowing if I was better or not, not knowing if I was stronger or not, and after a while I stopped thinking about the goal and concentrated on the effort. (Pause. Another sip of wine). Does any of this make sense to you? I became addicted to the struggle. I lost track of myself. I kept on doing it, but I didn’t know why I was doing it anymore.”

Ma poi penso che devo andare a lavorare, qui non è il Primomaggio, il lavoro lo si festeggia ogni giorno lavorando, e penso che se mi sento in colpa è forse perché non ce l’ho fatta ad accettare lo svilimento di ricerche infruttuose, di carriere senza senso, di precariato avvilente. Felicità marginale decrescente! I miei vecchi studi mi riportano poche nozioni e io le ritrasformo in nuovi concetti (ho molto tempo per me): se dopo un certo livello di remunerazione economica la nostra felicità cresce di molto poco, allora perché sprecare il proprio tempo? Mi rendo conto che poco a poco mi sto chiarendo le idee: ciò si avvicina al groviglio più profondo ma non lo dispiega. Un’altra conversazione mi viene in soccorso: “ho sempre invidiato quelli che, come te, se ne fottevano delle convenzioni e, pur perdendo Tempo, andavano incontro alle proprie aspirazioni.” No, cari amici, non avete da invidiare il coraggio che ho avuto nel partire. Se mi sento in colpa è perché invidio il vostro coraggio nel rimanere, perché avete avuto in voi stessi, quando avete scelto il vostro percorso di formazione, tutte le alchimie necessarie per far precipitare i vostri talenti. “Laddove i bisogni del mondo e i vostri talenti si incrociano, là risiede la vostra vocazione”, diceva qualcuno.

Devo scrivere alla mia amica. Devo dirle che se, alla fine, non mi sento tanto in colpa è perché questa solitudine mi sta aiutando a scoprire la mia, di vocazione, e hai voglia a dire che la solitudine è una condizione interiore che in tanti, pur nelle prossimità urbane, possono provare. No, nel mio caso v’era la necessità di rimanere con me stesso, di raggiungere fattorie nel bel mezzo del nulla e guidare per centinaia di chilometri fino al centro abitato più vicino. Questi contadini, poi, sono un po’ strani, perché in tutto questo sudore e fatica fisica ti ritrovi tra le mani un libro con le citazioni di quel famoso aforista francese La Chautebriand, che non esito a tradire in questo inglese così plain: “A master in the art of living draws no sharp distinction between his work and his play; his labor and his leisure; his mind and his body; his education and his recreation. He hardly knows which is which. He simply pursues his vision of excellence, his Eudemonia, through whatever he is doing, and leaves others to determine whether he is working or playing. To himself, he always appears to be doing both.” Con questo si chiude il cerchio di quei pensieri che ho provato a descrivere a me stesso inutilmente negli ultimi giorni, e il fatto che ciò avvenga oggi è un sollievo: pur non esistendo qui il Primomaggio, faccio un augurio a chi, tra gioco e lavoro, stanziale o nomade, sta perseguendo la sua propria, piccola felicità.

Does any of this make sense to you?

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Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – ottavo giorno

Sarà stata l’aria anticipatrice di festa del sabato oppure il sole che è finalmente tornato a splendere, fatto sta che oggi non si è fatto molto. Tutti si sono svegliati un po’ più tardi, e la colazione è stata lunga e conviviale. Non sono abituato a parlare così tanto di mattina, ma d’altronde qui non sto facendo nulla di abituale.

Il cemento ancora doveva asciugarsi, e quindi mentre Chris faceva alcune misure di controllo io sono andato nell’orto ad estirpare le erbacce munito di forcone. Quando si sradicano queste piante bisogna stare attenti a non strappare solo gli steli ma tirarle fuori dal terreno – appunto – dalla radice. Nell’orto di Tim sono coltivate tutte le verdure e le piante aromatiche di uso quotidiano. Prima di un’insalata è rituale la spedizione in giardino, muniti di stivali o di torcia, se è sera, e tornare con le nostre verdure dopo la nostra spesa. Prendersene cura mi pare, fosse solo per questo, un’attività molto sensata. Mentre affondavo il forcone nel terreno mi veniva da pensare alla piccola spiegazione che Tim aveva dato a tutti, durante la colazione, del concetto di permacultura, cioè agricoltura permanente. Si tratta di un sistema autonomo, autosufficiente e auto-rigenerantesi di agricoltura, in cui ogni sottosistema è legato agli altri e ad essi funzionale. Il risultato è garantirsi i raccolti della terra e, nel caso di Tim, di portare avanti un’azienda biologica, nel modo più rispettoso dei tempi della natura. Ho pensato alla mia vita di città, alla quale prima o poi tornerò, e alle poche scelte a disposizione di chi vive in un condominio, stretto nella morsa dei ritmi di una vita frenetica addolcita artificialmente da edonistici piaceri. Ho pensato con tristezza al momento in cui tornerò a mangiare frutta e verdure pallide e insipide. Tim ha un albero di albicocche, e ogni mattina qualcuno tra noi torna con albicocche fresche da mangiare con lo yogurt fatto in casa. Sono albicocche minuscole, poco più grandi di una fragola. È la dimensione del frutto quando non è dopato. Tutti noi crediamo di mangiare frutta ma in realtà mangiamo qualcosa congegnato da un’entità oscura e astratta di esseri umani, in un processo che parte dalle raffinerie dove vengono sintetizzati i fertilizzanti artificiali, per passare poi attraverso lo stretto collo di bottiglia di un sistema che prevede una misera retribuzione per il singolo contadino e una ingiusta massimizzazione del profitto da parte del più forte. La legge del più forte è una legge di natura, ma quando applicata dall’uomo la sua intrinseca tendenza/capacità di far progredire l’ecosistema verso una qualsiasi sorta di equilibrio viene falsata.

Pensavo a queste cose quando Chris mi chiama e mi chiede di aiutarlo. Per un paio d’ore continuiamo a segare i pezzi di legno che serviranno per il sostegno delle mura e del tetto del cesso. Alcuni dei pezzi che dovremmo usare stanno ancora svolgendo la loro funzione di perimetro per la base di cemento. Chris è leggermente frustrato. Quando si ha poco tempo e pochi materiali a disposizione il risultato non può essere soddisfacente, dice. Aggiungo che a rendere le cose peggiori vi è l’utilizzo di manodopera altamente non qualificata come il sottoscritto. Dopo una risata, accendiamo il laptop e mettiamo su un po’ di musica e cominciamo a segare.

Il pomeriggio lo trascorriamo libero. Tento di leggere ma il sole mi convince a una nuotata e una pagaiata nel fiume. Mi piace la sensazione di raggiungere in canoa una delle due estremità, attraverso le quali non si può passare per via del basso livello dell’acqua ma che normalmente dà sull’oceano, e rimanere immobile e a occhi chiusi, lasciandomi cullare dalla corrente. C’è silenzio, vero silenzio. Il canto di qualche uccello, l’occasionale sciacquio di un rivolo che si infrange su una delle sponde, e niente più. Anche quando nuoto, guardo avanti e vedo due sponde puntellate da una fitta vegetazione.

Tornato a casa, e con un paio d’ore ancora libere prima di cena, decido di cimentarmi in una torta, mentre Chris si dà ad altri esperimenti culinari. Mi accingo a un tipico dolce napoletano: la caprese. E qui mi rendo conto che l’unica nota stonata e incongruenza che ho trovato nello stile di vita di Tim: l’utilizzo del Thermomix. Per la mia torta avrei bisogno di un frullatore e di un normale sbattitore. La versione della ricetta per il robot prevede di mettere tutti gli ingredienti nel cestello e impostare e lasciar fare. In questo modo si perde tutta la dolce manualità del fare sciogliere il cioccolato a bagnomaria, o di rimuovere la buccia delle mandorle dopo averle scottate leggermente. Insomma, mia pare che la presenza di questo robot sia inopportuna in questa casa, dove non c’è il microonde e il bollitore elettrico, dove il tostapane sembra essere il prototipo dell’invenzione originaria, e dove si mangia prevalentemente ciò che si è in grado di produrre. Sono costretto a montare i bianchi nel chiuso del cestello, senza poterne controllare la consistenza. Ne esce fuori una poltiglia abbastanza smontata, ma che una volta unita al resto degli ingredienti e infornata, non ha un cattivo aspetto. Per renderla più attraente la cospargo di marmellata di albicocche e scaglie di cocco.

La cena è piccante e speziata. Danielle è tornata con minuscole aragoste chiamate Yabbies. Chris ha cucinato un risotto con verdure e una zucca al curry. Dopo cena ci diamo alle percussioni, ognuno con uno strumento. Tutti sembrano felici, e così io.

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Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – settimo giorno

La manutenzione oggi è stata faticosa e lunga ma si è visto il primo significativo passo avanti dal punto di vista del risultato. Il cemento è stato finalmente colato e la tazza è stata sistemata sui quattro pezzi di legno che avevo levigato. È stato divertente impastare il cemento. Per darmi delle arie, mentre spalavo le pietre, la sabbia e il cemento nella piccola betoniera vintage, mi arrotolavo le maniche della maglia sudicia e mi accendevo una sigaretta. Anche se avevo delle istruzioni precise riguardo alle proporzioni dei vari ingredienti, alla fine mi divertivo a dosare le quantità man mano che procedevo. Quattro parti di pietre, due di sabbia e una di cemento. Un po’ come cucinare, o come fare un cocktail. Quando l’impasto era troppo secco aggiungevo acqua, o se al contrario risultava liquido ritornavo alla sabbia. Il mio contributo si è limitato a questo. La cazzuola e il lavoro millimetrico di allineamento delle viti alle assi l’hanno preso in mano Tim e Chris. Di tanto in tanto Danielle interveniva con i suoi consigli, mentre i tre ragazzetti estirpavano le erbacce dal giardino.

Alla fine Tim era chiaramente di buonumore. Da un po’ di giorni notavo la sua tendenza a trarre profitto da ogni materiale di scarto e a cercare di evitare ogni spreco. Per l’ultima passata di cemento mi aveva detto di polverizzare quanto più possibile quello vecchio, raggrumatosi in grosse pietre nel corso degli anni. Non ho protestato, ma quando mi ha visto intento nell’arduo compito di martellare migliaia di frammenti grossi e inutilizzabili, si è per fortuna convinto ad usare un nuovo sacco. Nonostante questi e altri piccoli stratagemmi per ricavare il massimo dall’apparentemente inutilizzabile, tuttavia, non ho mai avuto l’impressione che sia avaro. Un uomo abituato a vivere in autosufficienza per 50 anni in un angolo di mondo magnificamente isolato è per forza di cose dotato di questo tipo di atteggiamento. Tra un po’ avrà un milione di dollari in tasca. Non più tardi di febbraio, se non avrà trovato un socio, il prezzo minimo che uscirà all’asta sarà di due milioni di  dollari. Tallawarra è stata la sua ragione di vita, un credo che ha portato avanti con tutte le sue forze. I due milioni saranno ripartiti tra lui e la ex moglie, causa – a quanto pare – della disputa legale che lo vede costretto a vendere la proprietà, se non vuole finire in bancarotta. Il suo buonumore e le tre birre pomeridiane con un amico venuto a trovarlo rendono la sua parlantina ancora più sciolta. “Tra un po’ avrò un milione di dollari in tasca, e potrò dirmi ricco, forse cercherò di rilevare un’altra proprietà, o forse avrò il mio piccolo studio di registrazione e farò un cd con le canzoni che ho scritto in questi anni. Ma questa fattoria è la mia vita, è ciò che mi rende felice. La mattina vado a nuotare nel fiume, allevo animali che amo e da cui credo di essere amato, che mi sfamano e mi procurano il modesto profitto necessario per vivere e per produrre carne biologica. Perché dovrei voler andar via? Io non voglio venderla!”

Io, lui e Danielle cominciamo ad armeggiare attorno al fuoco. Sorseggio la mia birra e anche io sono più sciolto. “Essere ricco non è una questione di avere soldi o meno, quanto piuttosto il non preoccuparsene. Puoi avere soldi e non preoccuparti di nulla ma puoi anche non possedere nulla e di nulla preoccuparti. La ricchezza è uno stato interiore.” Forse in quel frangente Tim avrà pensato che nonostante io non sappia costruire un cesso, sono quel tipo di persona con la quale si possono intavolare discussioni antroposofiche, specialmente se solleticate da un po’ di alcol disinibizzante.  Chris e i ragazzi ci raggiungono, la carne è sul fuoco e quasi non c’è più luce. Tim mi chiede di controllare la cottura di carne e verdure mentre lui prende la chitarra. Come ieri sera, lui e Danielle improvvisano creando melodia e testo prendendo spunto dalle conversazioni avute in giornata, da aneddoti condivisi o da esperienze personali. Ma soprattutto è l’Australia ad essere presente nelle loro canzoni. L’outback, il Kimberley, il West. I lunghi tragitti in macchina, l’oceano e il deserto. Sottocchio vedo Chris che chiude gli occhi e armeggia debolmente il suo tamburo. Io faccio lo stesso, ma con gli occhi aperti, non voglio perdermi nemmeno un istante della poesia di un manipolo di gente proveniente dai diversi angoli della terra, ritrovatosi in una fattoria il cui nome indigeno significa Earth Healer, per costruire un cesso, radunatosi attorno a un fuoco di sera a cantare null’altro che l’irripetibile semplicità di questa vita.

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Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – sesto giorno

Quella che ho in mente è un’immagine molto vivida, come di un film di cui si ricorda a malapena la complessità della trama ma che eppure ci ha lasciato il ricordo di qualcosa di forte. La mia immagine è il rosso brillante del sangue dei vitelli che si stagliano contro la tonalità grigia del paddock nel quale ci trovavamo. Io e Chris avevamo guidato la jeep e il pick-up fino al gate dove avremmo dovuto incontrare Tim e i due macellai. Non trovandoli, ci siamo attardati a rabbrividire nell’aria fredda dell’alba. Quando realizziamo che siamo nel posto sbagliato la mattanza è già terminata: i tre vitelli giacciono senza vita sul prato, già scuoiati a metà. Tim è sul trattore a manovrare la pala, che alzerà di peso i cadaveri, mentre i macellai fanno tintinnare le loro lame prima di affondarle nella carne ancora palpitante, e io e Chris osserviamo timorosi e incuriositi e disgustati ed eccitati al tempo stesso. Sappiamo bene che a breve sarà richiesto il nostro aiuto: dopo che i vitelli sono stati squartati, sviscerati e tagliati a metà, ci sono le interiora da buttar via. I macellai avevano fatto il loro lavoro a mani nude, con professionalità e scioltezza, e io e Chris con le nostre nude mani ci impieghiamo un po’ di più per spingere la testa, gli intestini e gli stomaci dei vitelli su per la pala del trattore manovrato da Tim. Gli organi sono ancora caldi e hanno la consistenza gibbosa di un prodotto in finta plastica. I tre animali sono stati tagliati in due, e ogni metà ridotta successivamente in ulteriori due metà. Dodici quarti di carne di vitello sono caricati sul pick-up che io guido fino a casa, mentre Tim riporta il trattore nel capannone. A Chris tocca l’ingrato compito di disfarsi delle interiora  e darle in pasto ai corvi. Lui rimarrà a casa nel pomeriggio a continuare la costruzione del cesso, mentre io accompagnerò Tim a portare i quarti di carne ad essere curati al macello.

“È molto meglio così, più naturale, più rispettoso. Un colpo secco e via. Al mattatoio sono costretti a 24 ore di fame per svuotare i loro stomaci, e sentono l’odore della morte e impazziscono di paura”. Tim mi parla mentre guida e mi racconta dell’approccio che ha sempre avuto nella sua vita di fattore, di proprietario di una farm che ostinatamente ha tenuto biologica – organic – in un mondo agricolo dominato dal propellente economico dei fertilizzanti. “È la vita di città che è profondamente iniqua nei confronti della natura. Fin quando ci sarà un così spropositato numero di persone da sfamare pochi luoghi in cui la produzione di cibo è per forza di cose intensiva e contro natura, il mondo non potrà essere guarito. Dobbiamo sapere cosa mangiamo, e se non possiamo sempre produrre il cibo di cui abbiamo bisogno dovremmo almeno comprarlo da chi lo produce in modo etico”. Al mattatoio aiuto i macellai a trasportare i pezzi di carne nella cella frigorifera, dove saranno lasciati a curare per una settimana, passando prima per la bilancia. I quarti pesano intorno ai 60 chili l’uno. Mi sfilo la salopette che Tim mi aveva prestato ed è impregnata di sangue e di grasso. Mi accendo una sigaretta con le mani ancora sporche.

Al supermercato osservo Tim. In questi giorni di vita in fattoria mi sono abituato alla sua sola presenza e modo di apparire, alla sua condotta. I suoi vestiti vecchi e il suo tipico cappello alla pescatore sembravano ora stridere con la folla dello shopping pomeridiano. Tim si aggira tra gli scaffali senza curiosare tra la merce, senza esserne attratto. Si dirige sicuro a comprare i pochi prodotti biologici che lui non può coltivare o produrre: pasta, cioccolata e poche altre cose. Alla cassa vedo la fila di persone con in mano i loro prezzi di carne economica incartati in buste bianche; snack ipercalorici e verdure pallide; patatine, prodotti precotti e surgelati, succhi di frutta. Vedo insomma ciò che ognuno di noi compra quando va a fare la spesa. Ho assistito al macello di tre animali ma il vero spettacolo aberrante mi pare questo: un profonda consapevolezza e insita pigrizia, nonché conformismo, che guida le nostre attitudini di consumatori. Tim rimane per cinque minuti a scegliere l’aceto balsamico che contiene meno coloranti e meno prodotti sintetici. È una battaglia che l’umanità non può vincere, penso con tristezza, ma che persone come lui portano avanti con determinazione. Ci fermiamo al mercato per ritirare la sua razione settimanale di frutta e verdura. Chili e chili di carote, banane, cipolle, patate, pomodori, avocado, kiwi e zucche. I loro colori sono brillanti e al tatto sono sodi. Non faccio fatica ad immaginarne il sapore.

La manutenzione del cesso è oggi poca cosa rispetto a ciò a cui ho assistito. Eppure, i tubi sono stati tagliati e incollati al punto giusto, e non resta che ricoprire di nuovo il cunicolo con il terreno. Sono più loquace e faccio notare che dovremmo considerare qualche centimetro di gioco al quale il tubo sarà soggetto. Lo spingiamo avanti di qualche centimetro e quando il nostro lavoro di pala sarà finito ritornerà nella posizione di partenza, l’unica che consentirà di collegarlo agevolmente alla latrina. Oggi sarebbe dovuto essere finalmente il giorno nel quale colare il cemento, ma come previsto arriva Danielle e i nostri piani saltano. Danielle ha guidato da Perth per tutta la mezza giornata prima di arrivare a Tallawarra. È venuta con i suoi due figli di 13 e 9 anni e un loro amico. Siamo ora in sette in fattoria, cucinare sarà un’impresa più difficile. Mentre io cucino una pasta e ceci e Chris uno sfornato di patate, Danielle aiuta Tim a trattare i pezzi di fegato e cuore avanzati dal macello di stamattina. Chiede ai suoi figli di aiutarla, e quando questi fanno gli schizzinosi dice che quella è la carne che mangiano e che gli piace tanto. Se vogliono mangiare carne è giusto che sappiano da dove proviene. Beviamo due birre e parliamo. Mangiamo e Tim e Danielle sono contenti di ritrovarsi dopo quasi un anno. Inaugurano nella loro prima sera insieme quello che sarà il motivo ricorrente di parecchie serate a seguire, e che evidentemente spiega l’intesa che i due hanno: lui improvvisa accordi e lei canta il testo di una canzone mai esistita, creata sul momento seguendo l’istinto, raccontando gli aneddoti di eventi accaduti nel loro tempo insieme o accaduti non più di pochi minuti fa. Tim poi improvvisa una seconda strofa, riprendendo quelle parole e modulandole su una melodia  che il suo orecchio da musicista rende più accattivante, e su quella melodia Danielle si diverte a lanciarsi in assolo di armonica. In un grande cesto Tim colleziona strumenti musicali – che spaziano da bonghi professionali fino a giocattoli dal suono insospettabile – e ognuno di noi ne prende uno. Siamo ora in sette in fattoria e le serate sono molto più divertenti.

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Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – quinto giorno

L’apparenza del giardino va mutando di giorno in giorno. Ora i tubi sono tagliati e pronti per essere sotterrati nei cunicoli che dovremo naturalmente ricoprire. Anche la base dove dovrà essere versato il cemento è quasi pronta. Rimango sempre più colpito dall’esperienza e dalla versatilità di Tim. È un vero tuttofare. Nel capannone ci sono attrezzi per ogni tipo di lavoro. Quando l’ho visto armeggiare con la macchina impastatrice, che non metteva in moto da 16 anni, riportandola in vita regolando il motore con i suoi attrezzi, non ho potato fare a meno di sorridergli. Questo cesso verrà costruito con materiali e pezzi di ricambio che giacevano abbandonati lungo la fattoria, e che lui di volta in volta è andato a raccattare con il furgone e riportato in giardino, dove io e Chris avremmo fatto il lavoro sporco. Io rispetto a Chris faccio bene poco. Oggi ho segato quattro pezzi di legno che, attaccati e avvitati insieme, serviranno come base del cesso. E vedere quel legno grezzo smussato, lavorato e lucidato dalle sapienti mani di Tim, vedere la materia prima trasformarsi fino ad acquistare insieme bellezza e funzionalità allo stesso tempo, mi ha fatto ancora una volta riflettere sull’importanza del lavoro manuale. L’altra sera a cena riportavo a Tim il pensiero di Julie che ad ogni bambino dovrebbe essere affidato, durante il percorso scolastico, come attività curricolare, un piccolo pezzo di terreno da coltivare. Oggi ho pensato che allo stesso modo ognuno dovrebbe imparare, fin da tenera età, da dove gli oggetti dell’uso quotidiano provengano, capire la relazione tra la materia grezza e sapienza artigianale. Non so in che modo questo potrebbe darsi. Ho segato i pezzi, capendo solo all’ultimo che il modo migliore per ottenerne uno dalle estremità perfettamente lisce e piatte è quello di seguire con dolcezza la linea che si è tracciata, senza affondare troppo con la sega, senza troppa pressione. L’ho capito solo a lavoro finito, un lavoro quindi non eccellente, al quale Tim però non ha dato troppo peso perché in questo caso la precisione millimetrica non era richiesta. Forse è per questo che mi era stato affidato il compito.

Ben preso li ho lasciati per andare a cucinare il  pranzo. Appena sveglio Tim mi aveva chiesto se sapessi cosa fare con l’ossobuco. Appena mi sono reso conto del movimento di assenso della mia testa avevo capito che avevo perso un’altra occasione per rivelargli che non sono uno chef. Mi sono quindi chiuso in camera e, con la scusa di consultare email importanti, ho recuperato in rete la ricetta dell’ossobuco alla milanese. A mezzogiorno ci ho quindi provato, e a parte la carne non ancora tenera a punto giusto, il sapore del sugo era delizioso. Dal mio punto di vista l’esperimento è stato fruttuoso, perché ho capito gli errori che ho fatto, dovuti per lo più alla fretta. Forse per gli altri due commensali l’esperienza non è stata altrettanto illuminante ma hanno comunque dimostrato di gradire. A cena è andata molto meglio con delle semplici uova al sugo, piatto comune a Napoli ma le cui radici israeliane ho rivangato per raccontare un po’ della mia esperienza a Tel Aviv. Non che sia riuscito ad essere molto loquace: sembra che io non sappia più parlare inglese. Questa è l’ultima notte di quiete e farei bene a dormire, domani arriva Danielle con tre bambini al seguito.

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Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – quarto giorno

segue (puntata precedente)

Sulla lunga sterminata strada che da Esperance porta ad Albany non ci sono fari di macchine a illuminare la notte, né tantomeno le stelle fanno capolino. Il cielo è ancora nuvoloso, questo pomeriggio il sole si è nascosto poco dopo il lavoro mattutino, che è stato soddisfacente. Comincio a capirci qualcosa dell’idea che hanno in mente questi due per costruire il cesso. Con Chris abbiamo tagliato i pezzi di legni che serviranno come base e come bordi. Ho impugnato la sega e tagliato, e seppur dopo sia stato costretto a una lunga smerigliata per rendere l’estremità levigata e diritta, non è stato un cattivo risultato. Una volta cominciato a distendere i pali in parallelo al muro lungo il quale verrà costruito il cesso, è cominciato il nostro armeggiare con la livella, e conseguentemente una lunga opera di riposizionamento del terreno che era stato troppo frettolosamente scavato in eccessiva profondità. Ma non è stato un lavoro inutile: aver capito a quale livello i pali risultano perfettamente perpendicolari al terreno ci aiuterà a dosare meglio le nostre sensibilità quando domani torneremo a scavare. Un errore è realmente tale quando da esso non si apprende nulla, quando non ne facciamo la base per condurre il nostro lavoro lungo il giusto percorso. Cerco mentalmente una traduzione in inglese di questo concetto per poterla riferire a Chris, ma lo scroscio dell’acqua mi informa che è già sotto la doccia, lottando con le rane.

Io mi rinfresco con una nuotata nel fiume. Ho seguito il sentiero che dal capannone degli attrezzi di snoda tra il bush selvatico e, seguendo le indicazioni di Tim, subito dopo il kayak ho svoltato a sinistra, dove dopo pochi metri ho trovato un buon punto dal quale tuffarmi. È stata una nuotata liberatoria. Sott’acqua avevo gli occhi chiusi per via dell’acqua torbida, ma non ho mai avuto la sensazione di nuotare alla cieca. Non avevo ancora ricevuto la notizia ma forse presagivo già qualcosa. Tornato su ho cucinato un risotto alla zucca. Tim è convinto che in questi mesi australiani io abbia lavorato come chef. Chris ha già scoperto la bufala, chissà quanto tempo passerà prima che Tim se ne accorga. Ma di certo non se ne accorgerà se continuo a sfornare delizie come quella di oggi. Tim conta su questa mia skill  e io tento di suffragarla come posso.

Nella mia stanza, che presto dovrò abbandonare, sento il topolino agitarsi dietro ai materassi accatastati vicino la porta. Quando l’ho visto, la prima mattina in cui mi sono svegliato qui, ho provato una strana sensazione di quiete. È stato un pomeriggio strano, lungo. Il tempo nuvoloso e la momentanea assenza di Tim hanno spinto me e Chris a trascorrere l’intera giornata in salotto, sfruttando la potenza valvolare di fedeli amplificatori JBL e cucinando cuscus e infornando pane. Ne abbiamo anche approfittato per riprendere i contatti via internet con i nostri rispettivi mondi. Chris mi ha raccontato dei debiti che ha contratto in Canada per gli studi universitari, e di come il suo conto sia scivolato sotto lo zero. Avrebbe avuto bisogno del padre, che disapprova le sue scelte ma lo lascia libero di errare, per continuare a ripagare il prestito, se non fosse che può disporre – ha scoperto – dei sui fondi pensione. Dal canto mio, credo di aver chiuso il conto con le Poste che minacciavano di adire alle vie legali versando 100 euro dal mio conto australiano. Cinque minuti via internet e via. Vado a dormire sereno perché ho finalmente parlato con mia sorella e con qualche amico. Lo stomaco brontola già pregustando la colazione di domani. Per il lavoro che il wwoofer fa gli è dato in cambio vitto e alloggio. Per quanto mi riguarda questo scambio è più che equo, mangio bene e in abbondanza e sebbene mi svegli sempre poco dopo l’alba, che qui avviene in quella che dovrebbe essere notte fonda, mi sento sempre riposato e in forma.

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Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – terzo giorno

segue (puntata precedente)

Mi viene da ridere, quante volte ci sono cascato e forse ci cascherò ancora, spostare avanti nel tempo e nello spazio la visione di un me felice e soddisfatto, senza l’ansia di stare perdendo qualcosa, mentre è nel qui e ora che dovrei essere. Quando Tim mi ha mandato in cucina dopo un’oretta scarsa a picconare in giardino, ho realizzato quanto inutile sia la mia presenza qui. Non solo non so niente della manutenzione del cesso, ma riesco a malapena ad interagire con lui. Anche se mi venisse una buona idea non saprei comunicarla. Ho fatto il pane e cucinato una bolognese scotta. Ero in procinto di radermi la barba, stava diventando facilmente associabile a questo sapore dolceamaro di sconfitta, ma prima avevo deciso di comunicare a Tim che me ne sarei andato. Non che io lo volessi, ma mi pareva di essere di troppo. In tutta risposta Tim mi ha detto che è felice che io sia qui, e che ci sono tanti lavori per i quali posso tornare utile. Gli ho chiesto dell’agnello che gironzola per la proprietà, invece di pascolare con il gregge. Mi ha risposto che non lo sa, che quell’agnello non si è mai sentito agnello, ogni volta che l’aveva riportato sui campi lui era tornato indietro. Ma va bene così, dice Tim, mi aiuta a tenere sotto controllo le erbacce, questa è la sua missione nella vita, ognuno ne ha una propria. Mi sono identificato con quell’animale, e ora ogni volta che incrocio il suo sguardo immagino un cenno di intesa tra noi due esseri viventi che non facciamo quello che tutti si aspettano da noi ma che eppure sanno dare un senso alla propria vita. Sono salito sulla jeep e accompagnato Tim per i campi, dove per la seconda volta ho potuto abbracciare l’estensione della proprietà.

Tim ha una vena malinconica, all’inizio del nuovo anno sarà costretto a vendere quella che è stata la fattoria di suo padre, più di 80 anni che la terra di Tallawarra continuava a generare i suoi frutti per gli uomini e donne e animali che l’hanno abitata e che ora dovrà passare in nuove sconosciute mani, dato che i figli di Tim hanno abbracciato la vita di città. mi mostra il pezzo di terra accerchiato da pietre rosse, dove lui e la sua famiglia e altri wwoofers e probabilmente altri sconosciuti siederanno nella notte del 21 dicembre, quando si concluderà il ciclo di 26.000 anni previsto dai Maya. Siederanno lì, in mezzo ai campi, sotto le stelle, per accompagnare l’umanità in una nuova era. Proveranno ad irradiare il loro messaggio di armonia e di un rapporto più giusto con le risorse limitate del pianeta. Ancora, va indietro nel tempo a raccontare quando, appena ventenne, era tornato da un viaggio psichedelico alimentato da funghetti rigorosamente biologici ed ebbe l’illuminazione di voler vivere una vita appartata, a contatto con la natura, coltivando e producendo ciò di cui avrebbe avuto bisogno. Da allora il suo stile di vita non è mai cambiato.

Siamo tornati a lavorare fino a che non si è fatto buio. Mentre lui e Chris progettavano, io ho recuperato le paratie dal furgone e le ho pulite ed accatastate. Dovrebbero tornare utili a breve, quando si costruirà la cabina del cesso. Intanto qualcosa sembra essere andato storto: il cunicolo che avevamo scavato in parallelo alla casa, per dissotterrare il vecchio tubo di scarico e inserire il nuovo, è troppo vicino al muro. In questo modo il water andrebbe a posizionarsi in un punto per cui, nell’angusto gioco a disposizione per questo progetto, risulterebbe difficile aprire la porta dall’interno senza costringersi a contorsioni improbabili. E poi non si è recuperato una finestra, e inoltre le estremità dei nuovi tubi non si incastrano con il sifone del water. Ma a quanto pare a questo ci penseremo – ci penseranno – domani, dopo il barbecue (di carne pregiata che Tim voleva conservare ma che è stato costretto ad usare per via di un malfunzionamento di un freezer), dopo un paio di birre, dopo una doccia. Anche io fumo l’ultima sigaretta e mi ritiro.

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Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – Secondo giorno

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Il mio secondo giorno mi ha ricordato che sono in una fattoria e non semplicemente in un campo di lavoro. Sul retro del pick-up di Tim, in piedi per bilanciare gli scossoni e beneficiare del vento, Chris ed io ci siamo fatti un’idea dell’estensione della proprietà. Sterminati campi di pastura si estendono a perdita d’occhio. Le recinzioni sono elettrificate, ma qualche varco lasciato aperto aveva permesso a qualche agnello di perdersi in solitaria. La nostra missione è quella di raggrupparli tutti, recuperare quelli malati e condurre l’intero gregge per buoni due chilometri in direzione sud-est, dove nel capannone sarà applicato un vaccino omeopatico agli agnelli con meno di un anno di età. Tim non crede ai veleni dell’industria farmaceutica, e per curare le sue ladies usa prodotti naturali. Fino ad ora non sono stati effettivi. Come io e Chris ci siamo detti, gli agnelli non sanno cosa sia l’effetto placebo. Nonostante ciò, ci siamo impegnati sotto un sole cocente a riportarli tutti verso la casa base. Che fatica! Ogni volta che dovevamo superare un varco, che li avrebbe condotti in un’area sempre più piccola, gli agnelli impazzivano di paura. In virtù della docile indole, forzati dalla mano umana, avrebbero infine ceduto, acconsentito ad essere separati. Un gregge è più della somma delle singole individualità ferine: ha una propria forma e comportamento, e trattare con un gregge poco docile è diverso che trattare con un animale ribelle. Portar via da un gregge un singolo animale significa aspettarsi una significativa rielaborazione delle gerarchie al suo interno. Alla fine siamo riusciti a condurli all’interno dell’ultimo cortile, e a quel punto Tim mi ha riaccompagnato alla casa, dove avrei cucinato il pranzo in attesa che lui e Chris finissero con la somministrazione di medicine. Non sono stato molto contento della decisione, ma quello che avevo visto era stato abbastanza e forse Chris si sarebbe dimostrato più utile. Inutile recriminare. Ho cucinato un’insalata con quinoa, rabarbaro, rucola, fagioli e tonno.

Nel grigio pomeriggio guidiamo per 70 km fino ad Esperance. Nella mia mente c’era la visione di un villaggio di frontiera, polveroso e assolato, con le insegne dei negozi che pendono sbilenche, scolorite dal vento e dalla sabbia; un paesino abitato da gente che guarda chi arriva in città con occhio sospettoso o semplicemente curioso, gente dai volti bruciati dal sole e con remoti occhi azzurri. Niente di tutto questo. Esperance non ha nulla del mito di frontiera, se non i chilometri che ci vogliono per raggiungerla. Un solido, efficiente villaggio all’australiana, con i soliti marchi del commercio e della ristorazione, grosse vetture parcheggiate ovunque e circolanti per le strade sicure ed efficienti, il porto operoso con navi cargo e locali che, senza l’indolenza propria di chi, essendo fuori dal tempo di tempo sembra averne sempre a sufficienza, ci respingevano in strada perché in pochi minuti sarebbe cominciato un evento privato. L’addetto del bottle shop mi dice che la posizione di Esperance è benedetta: mentre loro sarebbero andati a Perth per qualunque cosa potesse servire, divertimento o necessità, il suo essere così remota di fatto costringe chi non è motivato a spendere soldi qui a stare alla larga e a considerare la città come ultimo stop prima di affrontare il Nullarbor. Io e Chris compriamo due casse di James Boag in offerta a 90 dollari e ritorniamo in fattoria.

continua

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