Archivi del mese: agosto 2011

Il nome di Marta Fresu

E il nome di Maria Fresu

continua a scoppiare

all’ora dei pranzi

in ogni casseruola

in ogni pentola

in ogni boccone

in ogni rutto

scoppiato e dimenticato

in milioni di

dimenticanze, di comi,

bburp

Una poesia di Andrea Zanzotto dedicata a Marta Fresu, una delle vittime della strage della stazione di Bologna, 2 agosto 1980. 

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Quando in Iran è la donna a perdonare

Questa è una storia come tante, nelle milleunanotte di un mondo lontano che tentiamo di conoscere e che sempre ci sfugge. Nell’Iran degli Aytollah, delle rivoluzioni soffocate nel sangue, delle donne costrette a nascondersi sotto veli sempre più spessi e grigi, è stata una donna come tante a subire una spaventosa aggressione da parte di un uomo. Il suo unico torto era stato quello di rifiutare le sue continue advances; l’acido che l’uomo le gettò addosso ne trasfigurò il volto, rendendola in parte cieca. Una storia di violenza inaudita, la cui eco giunge fino a noi perché l’epilogo è insolito.

La legge coranica della qesis prevede una giustizia secondo la legge del taglione. L’uomo fu presto condannato a subire, occhio per occhio appunto, lo stesso trattamento inumano che aveva riservato alla donna. Ieri, dopo sette anni di battaglie, la donna ha comunicato la sua decisione finale: perdonava il suo aggressore e rinunciava alla vendetta. Ameneh Bahrami, questo il suo nome, dice di averlo fatto perché il suo Dio parla di qesis ma anche di perdono, gesto più grande e ammirevole che lei compiva perché era un suo diritto.

Nell’Iran delle rivoluzioni dei fiori e delle urla disperate dai tetti delle case, nell’Iran delle donne aggredite moralmente e fisicamente ma eppure piena di quella speranza che bene ci ha raccontato Satrapi con il suo Persepolis, o Nafizi con Leggere Lolita a Teheran, è stata una proprio l’umanità di una donna a sfogliare un fiore non ancora colto, in quel Paese. Dopo le rivoluzioni armate sarà infine la rivoluzione del perdono a far entrare in una diversa orbita quell’universo, mi dicevo, e sarà una rivoluzione a cui solo una donna potrà dare l’abbrivio.

Leggendo poi tra le righe dei vari comunicati ufficiali ho appreso delle pressioni che da anni le organizzazioni internazionali stavano esercitando sul Paese affinché non mettesse in atto la brutale condanna; ho letto le dichiarazioni della stessa Ameneh che ha combattuto per anni affinché giustizia venisse fatta, e delle pressioni che ha subito da parte dei giudici perché non gettasse ulteriore discredito nel paese.

Io oggi plaudo al gesto di quella donna, e non so se gioire di un gesto simbolico la cui doverosità è tutt’altro che scontata a quelle latitudini o se provare un fondo di tristezza e rabbia per un regime ipocrita, pronto ad accontentare la platea internazionale e a proseguire per la sua strada una volta che tutti gli sguardi si volgano altrove. Quante Sakineh, quante ingiuste condanne perpetrate barbaramente una volta che il silenzio torna ad ammansire ogni impeto rivoluzionario.

Perché il perdono può essere rivoluzionario, e a questo punto non deve più importarci se questo sia realmente sentito o ipocrita. Credo che il cuore di quella donna abbia parlato da solo, in ultima istanza. Ma non posso fare a meno di pensare che quell’unico fiore sia stato colto in un deserto ancora troppo arido, e temo che il silenzio possa svilire il significato di un gesto ancora troppo raro e lungi dall’essere istituzionalizzato.

La donna ha dichiarato di non voler però rinunciare alla compensazione secondo il cosiddetto “prezzo di sangue”, una somma pecuniaria che le servirebbe per una complessa operazione chirurgica di ricostruzione del viso. L’uomo, dal canto suo, ha dichiarato di non possedere quella somma. Per fare di un gesto coraggioso un gesto rivoluzionario bisogna che tutti abbiano il coraggio di riconoscerlo come tale.

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