Archivi del mese: luglio 2011

Notte al termine di un viaggio

Bisogna che io scriva, adesso, per colmare o svuotare un qualcosa che non so se è pieno o vuoto, bisogna che scriva perché ho questo mal di testa infernale e bisogna che lo faccia nonostante il ticchettio di questa tastiera produca delle piccole scariche lancinanti, mentre fuori si perdono nella notte i rimbombi di una festa lontana, e tutto si amplifica a dismisura nel mio animo troppo vuoto questa notte, o troppo pieno, non so. Bisogna comunque che scriva perché talvolta mi pare di raggiungere un culmine insostenibile, dopo cui non so più da che parte prendermi. Scrivere forse non è nemmeno l’atto fisico che sarebbe consono in questi casi, scrivere è andare troppo lento, ora, servirebbe piuttosto un congegno non ancora inventato che prelevi in un sol colpo tutti i miei pensieri, anche quelli che non so di avere, anche quelli che escono fuori in punta di piedi di notte credendo che io non me ne accorga, e invece io son lì che me ne accorgo, con il mio mal di testa e la mia microscopica insignificante insonnia, e mi servirebbe infine vederli tutti raggruppati per grandezza e per colore, e a quel punto io mi sederei lì come ai piedi di un albero, e comincerei a scortecciarlo quest’albero, preleverei quei piccoli pezzettini alla base dalla forma più insolita, proverei il piacere di sradicare quella cosa non si sa se viva o se morta e me la rigirerei tra le dita per appurarlo, e nel frattempo sotto quella scorza emergerebbe pian piano quello che c’è di più vero, invisibile di giorno nella luce assurda dell’estate. Ma quei piccoli pezzettini son lì da sempre, fanno parte di un qualcosa concepito per essere unico e indivisibile, e in un certo senso anche i miei pensieri lo sono, ora sono diversi e mentre sto qui a ticchettare sento che sono in continuo mutamento, eppure questa nemesi non mi inganna, sono seduto ai piedi del mio albero e vedo che i miei pensieri sono diversi ma sono anche la naturale evoluzione di quelli di prima, di quelli delle altre notti, solo questa notte più chiari, forse intimoriti dal gran frastuono là fuori, piccoli topolini che scappano prima che la nave affondi.

Sono uno scettico convinto, io, e per uno scettico convinto la vita non è mai facile. Anche la mia propria interiorità che nel corso degli anni, non ricordo quanti, ormai, o forse lo ricordo ma raccontarlo sarebbe sbertucciarmi per un nulla, adesso, anche la mia propria interiorità, dicevo, che ho tenuto a tratteggiare in favore del discendente di me stesso che credevo sarei presto diventato, anche quella mi pare falsata da tutto quello che è successo dopo. Nessuna verità ora mi pare più tale. La consapevolezza è proprio un gran brutto affare, una gran troia, stà consapevolezza, ti affascina e ti lusinga e ti acquieta per una manciata di notti e dopo un gaudente batter di mani eccola là che si ripresenta sotto diverse e menzognere spoglie. Come è difficile seguirla, magari fosse facile come lo è rivedere le persone, osservarle da lontano, non conoscendole, facendo su di loro le più strambe congetture. Quella è verità: entrambe le parti concordano su una tacita versione, destinata ad essere per sempre ignota all’altro. Le persone, i volti che incontri sempre per la strada nella tua vita stanziale, quelle dove una porca abitudine ti ha già fatto dimenticare tutte le magie e tutti i colori che un tempo ti vantavi di cogliere, artista incompreso persino da te stesso, quei volti sono in fondo una parte di noi, di me, che c’entrate voi, le incontro e penso che quelle persone che vanno in giro, che incrocio nei posti più disperati di questo minuscolo mondo, non siano altro che pezzi di me, di verità che ho tralasciato di appurare nelle mie fantasticherie notturne. Come sarebbe bello, concorderete, vivere ogni volta di piccoli espedienti, sarebbe magnifico indossare quelle maschere surreali che le persone ci cuciono addosso, quando noi rappresentiamo per loro quegli stessi fantasmi inconsistenti di cui vi parlavo: noi siamo la loro verità e loro la nostra. Come sarebbe bello se tutto si limitasse a questo, se dopo tutti le giravolte che facciamo non ne uscissimo sempre con quella fottuta nausea o con il mal di testa che ci attanaglia. Dimmi chi vuoi che sia, e lo sarò. Dimmi queste parole, ecco che ti porgo il bigliettino che ho scritto, non hai che da leggerlo, e dopo restituiscimelo e io farò quel che vi avrai scritto. Recitiamo per bene, una volta tanto.

Poi apriamo gli occhi, finiamola con le scene, godiamoci quel lucore irreale di cui è ammantata la realtà quando ci siamo estraniati da essa per un tempo sufficiente. Godiamoci quella patina calda e rosa, crogioliamoci in quel tepore e convinciamoci una volta e per tutte che ameremo ciò che ci capiterà, senza tentare di far capitare ciò che ameremmo. Un amor fati perpetuo e distante che combatta l’horror vacui di un millennio che, per noi, non è ancora giunto. Il mio mal di testa è ancestrale, ora, risale alla notte dei tempi, risalgo il corso della storia con esso, vedo gli uomini vivere il proprio tempo e uscirne indenni, dopo tutto, non fosse altro che dopo la morte non ti capita più nulla, mal che vada c’è quella, e c’è chi ha imparato a vivere tenendo a mente quest’ultima cosa, e ogni giorno si fa delle gran mangiate come se fossero le ultime che ci si può concedere in questo sputo di vita, e alla fine satolli e soddisfatti non chiedono nemmeno scusa se ti ruttano in faccia, l’hanno capito bene, loro, che la vita è questa e non si guarda in faccia a nessuno, al massimo una mano davanti alla bocca. E nel corso dei secoli e nei secoli ogni uomo si è immerso nel proprio tempo e ha sviluppato i suoi anticorpi, ha sviluppato il suo gusto modellandolo su un manipolo di geni e poi il resto l’ha forgiato con le parole, a parole son bravi tutti, ognuno ha avuto le sue, c’è chi ne a bizzeffe per dire un’unica cosa ma alla fine tutti ne hanno solo una per dire quel che vi è di realmente essenziale. Cos’è che è essenziale, direte voi, e io nel mio mal di testa non mi prendo la briga di rispondervi perché se sapessi la risposta non sarei così oberato e mi lancerei per la strada a ballare e a saltare su questi botti fastidiosi che fanno tremare i pensieri, ballerei fino allo sfinimento se avessi da festeggiare l’essenziale, vi dico. Ballereste anche voi con me, ve lo assicuro, perché ciò che è essenziale per me, in questo tempo senza confini in cui sto veleggiando, sarebbe essenziale anche per voi. La realtà è che io la risposta la so, sono uno scettico convinto io ma certe cose le so, le intuisco, e la risposta è che in questo paese non c’è nulla di essenziale, le cose non vengono fatte per il verso giusto perché sia io che voi ce ne sbattiamo le palle, ecco tutto. Ditemi che non è così, ditemi che non ve ne sbattete le palle e vi inviterò a ballare con me per la strada, fino allo sfinimento, fin quando non finisce la notte.

Non mi starete a prendere sul serio, spero. Lo so che voi non ve ne sbattete, che siete corretti e che quando fate un rutto in faccia a qualcuno chiedete educatamente scusa. In verità, se mi sono sentito ridicolo, adesso, se anzi ho rivalutato retrospettivamente come ridicole tutte le mie fandonie è perché ho creduto di parlare a nome anche vostro, a nome di tutti. Stasera non c’è nulla da festeggiare non perché ho un gran mal di testa, anche per quello, ma perché ho capito che stavo parlando solo per me stesso, che quella cazzata di un uomo immerso nel suo tempo, per compenetrarlo, e il tempo stesso che si lascia decifrare dall’uomo, e l’ipotetico risultato universale da urlare ai quattro venti e da scrivere sui manuali, è una cazzata, appunto. L’unica cosa della quale non ero scettico era questa, ed è un bene che me ne sia liberato. Parlavo di un malessere universale, io, e credevo che tutti dovessero avere la stessa via di uscita, ma ho capito bene come stanno le cose quando ho realmente capito il mio tempo: un tempo immobile, desolato, invincibilmente aggrappato a un passato che non ha insegnato nulla. In realtà vogliamo ancora tutti quanti far carriera, comprare automobili, consumare come matti perché in fondo questo è ancora il dopoguerra, ci sono ancora i fascisti anche se non si fanno chiamare più tali, perché le questioni immorali dilagano e perché la salernoreggiocalabria è ancora una odissea che manco ulisse, e noi del mondo ce ne sbattiamo, vogliamo sfruttarlo e succhiarne la polpa ma poi vogliamo invecchiare qui, incontaminati dal meltingpot a difendere le nostre radici cristiane. Fanculo!

Sono stanco, ora, sono in preda al delirio ma sento che il mio mal di testa sta passando, ora questo insulso ticchettare rilascia in me piccole scariche benefiche di quella sostanza di cui il nostro cervello si droga, non ricordo come si chiama. Scrivere dunque non è così vano, dopotutto, non serve solo a tentare di cogliere sparuti colori e volti immemorabili, ma anche per colorare la tua malinconia e renderla immemorabile almeno a te stesso. Sono stato ingiusto ma con le parole si può fare di tutto, ce ne sono tante per descrivere la neve ma solo una per definire l’essenziale, e l’essenziale di me in questa notte è che sono inquieto perché non riesco a volere ciò che tanto denigro. Quello che mi fa sproloquiare è il senso di colpa, è l’avere in tasca un visto per l’Australia ed essere pronto a volare via, il mio rutto in faccia alla vita è che non sarò qui ad invecchiare con essa, non trascinerò le mie mattinate su un letto nella penombra aspettando che mi venga l’idea giusta, i miei pensieri hanno bisogno di mettersi in moto assieme alle mie gambe, ho bisogno di camminare e se la strada finisce io me la invento. Mentre fumo la mia sigaretta penso che non è tutto qua, in realtà: una strada per lunga che sia finisce, una strada per remota che sia deve condurre in qualche luogo, e la mia carica a molle è destinata a finire, come quella di tutti. Ma queste sono in realtà domande, mi piace immaginarmele così, mentre la notte si mangia tutto là fuori, i frastuoni e tutto il resto, e rimando le risposte lasciandole lì sospese nel tempo, il solo che mi è dato conoscere, il solo che devo avere il coraggio di scoprire fino in fondo.

Categorie: Diario notturno | Tag: , , , | Lascia un commento

Riusciremo a stare un giorno senza ridere?

A me quest’idea che si debba e si possa ridere di tutto non convince.

La satira è un esercizio nobile che affonda le sue radici nell’antichità. Su Wikipedia trovo una definizione abbastanza ficcante che non mi sembra il caso di modificare: essa “attraverso la risata veicola delle piccole verità, semina dubbi, smaschera ipocrisie, attacca i pregiudizi e mette in discussione le convinzioni”. La stessa Wikipedia mi informa della sentenza della Corte di Cassazione che si prodiga di addivenire ad una definizione, nientedimeno: “È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene”.

Ora, a me sembra che nell’accavallarsi di reazioni e commenti ai fatti che accadono attorno a noi si sia un po’ persa di vista una distinzione semplice, quella cioè tra satira propriamente detta e quella un po’ più bassa di comicità. Anche dalla comicità è possibile trarre linfa vitale, certo, per superare di slancio le grettezze a cui la vita, per definizione, ci destina. Ma è anche possibile notare in essa un grondare pernicioso di bassezze, di trivialità, amenità più o meno faconde che nulla aggiungono e nulla tolgono a delle questioni che andrebbero trattate con i guanti dell’etica.

Se siete giunti fino alla lettura di questo paragrafo vuol dire che accettate che venga fatto del moralismo su detta questione, che venga cioè introdotta la morale su un terreno che, a detta di molti, dovrebbe esserne privo. Perché, a detta di questi molti, il potere della risata è liberatorio a prescindere, benefico e taumaturgico, e povero fesso chi non lo comprende. Anime buone, perbenisti, moralizzatori, idealisti. Queste le etichette che vengono appiccicate a chi osa dire: no, non fa ridere.

D’altronde, non voglio nemmeno contrastare un’ulteriore definizione che la satira “è cattivo gusto ed esagerazione, altrimenti non farebbe ridere”. E non dico nemmeno che non sia possibile scherzare su questioni di vita e di morte – come in queste ultime ore con i fatti di Oslo – anche se in tutta franchezza non so se avrei lo spirito così leggero se fossi coinvolto direttamente in una tragedia; non lo so anche se conosco la risposta, in realtà: no. Voglio arrivare fino al punto in cui tutte le questioni morali sono per un attimo accantonate, e si arriva infine alla lettura del sagace commento, della battuta brillante. Attenzione, io mi riferisco qui a quella che non fa ridere, non a quella irrispettosa. E allora mi chiedo: perché?

Il cosiddetto moralizzatore oppone delle argomentazioni. C’è un qualcosa che non gli piace e si prende la  briga di spiegare le sue ragioni, con una dose più  o meno accettabile di livore e di retorica che poi alla fine gli guadagna, suo malgrado, l’esecrata etichetta. L’ilare battutista, invece – specie moltiplicatasi con il moltiplicarsi dei megafoni e degli altoparlanti virtuali – non fa altro che ripetere: è così, qua si ride, se non ti sta bene vattene!

In seguito ad una tragedia, elementari regole di convivenza umana imporrebbero un rispetto fatto di silenzio. Ho riso di un riso amaro alla battuta che, dopo la morte di Amy Winehouse, la Norvegia aveva esaurito i suoi 15 minuti di notorietà. Questa battuta ha condensato lo sdegno che effettivamente provavo per il differente peso che si dà, da sempre e oserei dire in maniera abbastanza incolpevole, alle morti illustri e alle morti di sconosciuti. Questa era satira. La lettura di altre battute mi ha invece dato una spiacevole sensazione: ai funerali altrui non si ride, di norma, così come non vogliamo che altri ridano al nostro. Perché? Per un sacco di ragioni che non fanno ridere. Riusciremo a stare un giorno senza ridere?

Categorie: Riflessioni | 3 commenti

Le parole della Politica

Le parole permettono alla Politica di essere politica: esse interpretano il nostro tempo e offrono una soluzione, perché non si dà tempo che non sia problematico, pervaso da conflitti, ingiustizie, ardori. Le parole fanno sì che la Politica sia compresa dai cittadini, dagli umili, mi si lasci dire, da coloro per i quali l’unica attività politica consiste nel trovare, giorno dopo giorno, mezzi di sostentamento sufficienti per l’agognata felicità. Non sarà un diritto costituzionale, quest’ultima, ma resta un anelito primordiale.

Di questi tempi si parla di “macelleria sociale”, di come cioè una classe politica stia prendendo delle decisioni assurde sulla politica economica del paese: la responsabilità ricade ancora su di loro, sugli umili, tra i quali mi iscrivo anch’io, non fosse altro perché do il mio minimo contributo in termini di balzelli, come tutti coloro i quali sono facilmente rintracciabili dalla mano fiscale dello Stato. E lo si fa in nome di un presunto spirito egalitario, per cui tutti i cittadini debbono dare il loro contributo, attraverso un indefesso sacrificio, al risanamento dei conti dello Stato. La massima perizia politica di chi ci governa, per farla breve, è consistita in questo: prendere un righello, piazzarlo in maniera perpendicolare alle colonnine dei costi di questo nostro allegro paese, e tirare infine una linea retta, quel che è al di sotto di essa è tagliato. Indiscriminatamente. Come se tutti i costi fossero uguali e come se tutte le classi sociali possano sopportarne in egual modo le conseguenze. Ma non voglio parlare di questo, di come la Politica non sia più effettivamente “arte politica” ma semplice operazione commercialistica da quattro soldi.

Io vorrei dire delle parole che descrivono tutto questo. In questi giorni di forzata convalescenza casalinga, mi è capitato di osservare più attentamente le parole che vengono usate dai governanti, da coloro che ci conducono. Sono spesso risuonati vocaboli altisonanti, dalla retorica acuminata e scintillante, quasi che fossero presi a prestito direttamente da un poema epico in cui siano narrate le sorti di popolo valoroso. I tiggì nazionali, nessuno escluso, danno di solito grande rilievo a questi paroloni. Essi provano a spiegarli, a chiedere anzi seconde e terze argomentazioni, durante le quali i paroloni si sdoppiano, si triplicano, una scissione quasi cellulare, e davanti agli occhi dello spettatore, sempre umile, pare quasi che codeste parole si materializzino: libertà giustizia eguaglianza ottimismo successo volontà eroi diritti lotta privilegio sacrificio.

Quello che poi succede va suddiviso in due fasi, o almeno questa è la catena causale dei miei pensieri e la riporto pari pari.

Per prima cosa si osservano i volti. La fisiognomica non sarà una scienza esatta, e quel tal Lombroso aveva certamente torto quando riportava quella sua ipotesi per cui ad un determinato soma corrispondesse un carattere più o meno fraudolento. Epperò. Il primo dramma nel quale ci hanno costretti a sguazzare è quello di averci costretto a camminare rasentando il muro della banalità, indistruttibile e possente: sono davvero tutti uguali. Le carrellate di volti che si affacciano ai nostri televisori non fanno che confermare questo semplice dato. Sono là in nome nostro, per rappresentarci, ma quel volto non mi rappresenta, quei lineamenti grevi e astiosi non possono essere i miei. Lo rifiuto con tutte le mie forze. Lo schifo è subitaneo, il ribrezzo impulsivo.

Poi si viene alle parole. Le si lascia fluttuare per aria, dove si erano appunto materializzate, e chi ha la fortuna di essere vecchio (altro dramma: la fortuna, ora, è a essere vecchi) le associa a volti, battaglie, Politiche diverse. Non tutte giuste, non tutti i tratti somatici piacevoli in egual modo. Ma alti, porca puttana, altri e ben più consistenti. Con quali ideali cresce il giovane che ascolta i discorsi infervorati di leader politici che si battono affinché alcuni di essi evitino la galera? Perché non c’è nient’altro, da vent’anni. Null’altro. E allora quelle parole, ripenso a quelle parole, che le si lasci stare, sono morte e sepolte, forse verranno riesumate, ma non usatele come fantasmi smorti per coprire le vostre vigliaccherie. Chiamatele per quello che sono, ché tanto ce ne siamo accorti.

E vedi un po’. Sono finito a parlare dei giovani d’oggi, io che adulto non sono, vittima della stessa rabbia figlia di questo nostro tempo certo non avaro in quanto a conflitti, ingiustizie, ardori, costretto anch’io a camminare rasente a quel muro possente e incrollabile della demagogia, anch’io in cerca di quel mio diritto costituzionale. In attesa che l’esistenza diventi libera, che almeno le parole siano dignitose.

Categorie: Politica, Riflessioni | 1 commento

Un vecchio amico

In questo momento è come se mi trovassi di fronte ad una persona con la quale un tempo ero legatissimo e che ora mi è semplicemente estranea. Residui di un affetto lontano, ma troppe cose non vissute insieme. Solo al cospetto di me stesso, provo ad ascoltarmi e ad ignorare le accuse di non aver voluto farlo per troppo tempo. Le accuse si ignorano sempre, chissà se per orgoglio o perché effettivamente queste non riescano mai a colpire diritto al cuore. Ma l’accusa è dettata parimenti dall’orgoglio, è una reazione calda, una freccia infuocata scoccata verso la gelida inamovibilità delle persone. Io cerco accuse, senza ombra di dubbio. Io voglio prendermi tutte le colpe, e si badi che questa non è umiltà ma stupido orgoglio. Arriverò al punto di rifiutare quanto credo di meritare.

Niente da fare, la conversazione con il vecchio amico non decolla. C’è quel piacere un po’ triste di ridere alle stesse battute, ma anche quel vago sospetto che quella ruga che solca quel viso che abbiamo di fronte non sia, in realtà, lo specchio di quelle che solcano il nostro. Non resta che abdicare alla formalità, al quieto vivere, l’unico guru al quale possiamo rivolgerci: è stato un piacere rivederti, è stato un piacere essere tornato a scrivere su questa pagina bianca. La sensazione che rimarrà sarà quella un po’ agrodolce che si prova quando si voltano infine le spalle: non sarà mai più come prima.

Categorie: Diario notturno | Lascia un commento

Speranze e ottimismo

Ad un certo punto della tua vita i ricordi cominciano a confondersi, a mescolarsi. I rapporti diventano delle idee, degli idealtipi anzi, e le cose che sai nel momento presente sembra che siano state una costante di tutta la tua vita e non il frutto di una travagliata acquisizione che dura da anni e che non è certo finita (e questo nel momento presente, in cui dai per scontato che il più è stato fatto, che la forma attuale che occupi nel tempo e nello spazio sia la massima possibile, tralasciando le siderali distanze che dovrai ancora percorrere per arrivare alla consapevolezza che forse una vera forma non la raggiungerai mai). Le situazioni si ripetono perché, per la maggior parte di noi, è la stessa vita ad esser fatta di ripetizioni, di situazioni archetipiche il cui contenuto dobbiamo essere abili a cambiare ogni volta. E ogni volta sei in grado di sussumere quella piccola sfumatura, di percorrere una curva con un’angolatura leggermente modificata rispetto al passato in modo che il motore non ne perda in potenza e fluidità.

Alcune cose non sai se siano il frutto del tuo ricordo o del tuo inguaribile ottimismo: una crisi devastante si aggira sotto forma di un languido spettro per il vecchio continente e per quelli nuovi, i numeri che non sono mai un’opinione ti dicono che la tua aspettativa di vita, in termini di qualità, peggiorerà notevolmente rispetto a quella delle generazioni passate (i numeri in pratica ti dicono che devi inventarti un nuovo sessantotto, ma dimenticano che il sessantotto aveva dato in termini di furore quanto aveva tolto in termini di aspettativa media, di speranza di rivalsa; la realtà ora non ti dà le basi di nessun nuovo fermento perché non si può sottrarre nulla da qualcosa che non c’è); ma il tuo ottimismo è sempre lì con quel sorriso ebete, e ti dice in tono ammiccante che il tuo matrimonio andrà a gonfie vele, che non perderai il lavoro o forse lo troverai, che nessuna sciagura si abbatterà su di te e sui tuoi cari. L’ottimismo addirittura ti porta a valutare sotto una diversa luce il passato, adattandolo alle nuove circostanze.

Senza speranza “pubblica” ma con un inguaribile “privato” ottimismo. I numeri non sono un’opinione e non si confondono come i miei ricordi, i primi sono spietati così come lo sono i secondi: due o tre anni fa, con questa o quelle persone, io ero quel me stesso che non sapevo di essere. La consapevolezza arriva sempre troppo tardi, e se dovessi provare a darle un volto questo sarebbe quello di una ragazza cresciuta troppo in fretta, con i tratti del volto segnati da asperità troppo precoci ma che eppure, nei momenti di inconsapevolezza, appunto, rivelano quello che nascondono, la delusione di essere cresciuta troppo presto e di non essersene potuta accorgere.

Categorie: Diario notturno, Riflessioni | Tag: | Lascia un commento

Compaesani

“Tutto un Paese, una patria, è qualcosa di astratto. Ma un compaesano è qualcosa di concreto. Non posso voler bene  a tutti i campi di frumento e di grano, a tutti i boschi di abeti, a tutte le paludi, a tutti i polacchi, uomini e donne. Ma un certo campo, un boschetto, una palude, una persona: à la bonheur! Li vedo, li tocco con mano, parlano la lingua che mi è familiare, sono appunto, per il fatto di essere singoli, l’incarnazione del familiare. E del resto si dà anche il caso di persone che io definisco compaesani quand’anche sian nati in Cina, in Persia, in Africa. Taluni mi sono familiari alla prima occhiata. Un vero compaesano quale intendo io ti piove dal cielo come segno della grazia. Se poi per giunta è nato nella mia terra: à la bonheur! Ma questo è un caso, l’altro è un destino”. Alzò il bicchiere e gridò: “Viva i compaesani, i miei compaesani di tutto il mondo!”

Joseph Roth, La cripta dei cappuccini.

Categorie: Ritagli | Tag: | Lascia un commento

Pigrizia

Da molto tempo ormai non mi concedo il lusso della pigrizia. Quella vera, profonda, quell’otium tanto amato da quei piacioni dei latini. La stessa parola otium declinata nella vetusta lingua mi fa materializzare nell’occhio della mente un divano larghissimo e mastodontiche porzioni di uva, da ingollare in posizione semi-sdraiata, contro qualsiasi legge fisica. Ma un certo tipo di pigrizia è anche produttiva: innumerevoli invenzioni sono state partorite dall’indolenza di individui che cercavano modi per così dire creativi di scansar la loro fatica (chi ha attaccato per prima l’aratro dietro un bue? un innovatore o un pigro, o entrambi?). D’altro canto, ciò di cui parlo è quel tipo di pigrizia a cui si abbandona chi nella vita non ha più obiettivi da raggiungere, colui che torna esausto dal proprio lavoro e vuole impiegare il tempo che gli rimane prima di un’altra dura o soffice giornata facendo esattamente nulla, stordendo i suoi pensieri con quelle gigantesche clave che sono televisione e internet. Per un momento mi metto nei loro panni e mi godo quel soave attimo sospeso nel tempo in cui non conta nulla, solo ristorarsi attraverso il vuoto. Per un attimo temo che non ci riuscirò mai. Poi mi rendo conto che sono davanti lo schermo di un computer mentre il mondo compie la sua rivoluzione perpetua, e mi sento figlio di un tempo pigro. Sono pigro quando aspetto che le scadenze si avvicinino, e il mio tempo lo è in egual modo quando attende che la situazione precipiti, che l’ultimatum scada, che la deadline venga prorogata. Ma il mio tempo sono io, siete voi, sono gli uomini che lo vivono. Cosa è successo, cosa mi impedisce di godere di quella placida pigrizia senza sensi di colpa? Il filo dei pensieri si è aggrovigliato, la luna che pareva calante si è subitaneamente accesa e ha illuminato quel che mi resta in queste notti così autocritiche: non sono pigro fin quando sarò capace di sognare, ed è la capacità di farlo per sempre che fa di un uomo un vincitore, come disse Mandela. Vorrei spiegarla, questa, ma sono così stanco…

Categorie: Uncategorized | Lascia un commento

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: