The suburbs

Probabilmente gli artefici dell’edilizia popolare, architetti e ingegneri e politici e chissà chi altri, non avevano ben presente l’effetto devastante che chilometri e chilometri di bruttezza affiancati orizzontalmente e verticalmente in materiali scadenti e colori opachi avrebbero prodotto, seppure a livello inconscio, su quella fetta affatto trascurabile di popolazione o popolo che ivi sarebbe stata destinata a vivere. Oppure sì, avevano preventivato che da qualunque angolazione, in qualsiasi evento climatico, in ogni cosiddetta stagione della vita, insomma, che si voglia intenderla come la finitissima esistenza di un individuo oppure la leggermente più lunga e significativa estensione di un ciclo socio-economico di una data società, quella bruttezza sarebbe stata così evidente e scontata che avevano respinto al mittente quelle critiche che, chissà, erano state proferite dallo stesso mittente per atto dovuto e non perché si credesse che la critica di quella bruttezza avrebbe potuto sortire un qualche effetto benefico, stante che tutti i parametri di efficienza-costo-opportunità erano stati rispettati in pieno.

Dando quindi per scontata l’oggettiva irrecuperabilità di una sensazione estetica positiva, bisogna ricondurre l’estasi che ho provato alla visione, ieri sera, di una serie di palazzoni tutti identici visti da una stazione della periferia di Napoli, esclusivamente a uno stato d’animo.  Certo, c’era una luce crepuscolare molto favorevole, l’aria era pulita anche se in quella periferia si condensano i fumi dell’industrializzazione cittadina residua e made in china, aveva piovuto durante la mattinata e forse, complice quell’acqua, l’ocra sbiadito aveva avuto gioco facile nel conservare gli ultimi riflessi del sole, serbandone il rosso. Un astro non identificato, poi, faceva capolino (nei quadretti estatici c’è sempre un astro a far da capolino).

Lo stato d’animo è quello di una persona che torna nella sua città e le tende una mano, e nel farlo si accorge che bisogna andare in quei luoghi là. Per dirlo meglio, se si intende avvicinarsi ai margini della società (per una qualsiasi ragione, anche la più utilitaristica) intesa come conglomerato di misere esistenze umane, bisogna anche cercare di comprendere quei luoghi dove quell’esistenza si svolge e perdonarne la bruttezza, dato che ad altri non è stata data altra scelta. Ma vi prego di non pensare ai buoni sentimenti, quelli ora non c’entrano proprio. E che non mi si dia del volenteroso, nemmeno: se davvero lo fossi imbraccerei una macchina fotografica, anche la più scadente dato che – come noto – per fare una buona fotografia non occorre nessuna apparecchiatura di rilievo, e girerei per le periferie di questa città e proverei a sorprenderle nei momenti di luce crepuscolare e nelle epifanie di vite parallele invisibili a più ma eppure presenti, congenite, nonostante gli artefici dell’edilizia popolare.

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Categorie: Nàpolide | 7 commenti

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7 pensieri su “The suburbs

  1. ben tornato

  2. bentornato, pardon

  3. In quelle periferie, però probabilmente c’è la vita più vera, quella assaporata con più crudezza, senza la pillola per indorare. Proprio come dici andrebbero viste e forse vissute per un po’ per comprenderne l’esistenza. Certo quello che fecero i progettiti di un tempo a guardarlo oggi col senno di poi, è stato uno scempio, e noi ne abbiamo viste e ne vediamo di brutture. Ma saperle osservare e ricordarsi che esistono probabilmente ci lascia comprendere la realtà di una città più da vicino. E poi magari alla sera quella sfilza di palazzoni tutti uguali ed allineati ti regalano un’emozione improvvisa come ti è capitato. Eppure pensare che dietro a tanta regolare geometria c’è tutt’altro che linearità…

    PS forse con la foto ci avresti mostrato quella fragile bellezza, ma forse senza distrarti per scattare hai vissuto un’emozione più bella. PSPS le foto si fanno con gli occhi e col cuore, lo diceva Cartier Bresson!

    • sì, gli occhi e il cuore c’erano tutti ma non pensavo a nulla, è solo quando ho buttato giù due righe su un quadernino che mi sono reso conto che avrei dovuto scattarla, ma non avrebbe reso l’idea. a volte le fotografie parlano meglio se non vengono scattate ma c’è qualcuno che prova lo stesso a raccontarle 🙂 ciao lois

  4. Pingback: alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 22.01.14 | alcuni aneddoti dal mio futuro

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