Archivi del mese: giugno 2012

Loro di Napoli

“Voi italiani non avete nessun diritto ad essere in crisi”, mi dice l’amico che viene dalla Patagonia, e me lo dice in quel suo accento argentino che tanto mi è mancato, la cui musicalità mi ha fatto tornare in mente le immagini di quel viaggio di cui un giorno vi racconterò. Il mio amico ha 70 anni, ha visto il mondo ma non aveva mai visto Napoli. Anche io, quando torno, è come se la vedessi per la prima volta. La lenta arrampicata verso Posillipo, il Parco Virgiliano che rivela il golfo di Pozzuoli sulla destra, la cartolina del Vesuvio sulla sinistra, Nisida e Procida e Ischia, la baia di Trentaremi, quell’ex fabbrica dismessa che è un fantasma silenzioso, testimone di fallimenti e voglie di rivalsa, e ancora le rocce di Posillipo a picco sul mare opalino e tante altre cose che non sono lì fisicamente presenti ma che sono evocate, non so se mi spiego.

Napoli scotta, è una città infuocata, i nervi sono a fior di pelle ma bisogna mantenere la calma. Napoli è diventata una zetatielle abitata da diavoli, è un paradiso sull’orlo del precipizio da tanti, troppi anni. Ma chi sono io per giudicarla? Io me ne sono andato, me ne andrò di nuovo, eppure so che un giorno tornerò qui, non perché lei avrà bisogno di me ma perché io avrò bisogno di lei. “Se siete in crisi con tutto quello che avete qui allora tutti i vostri dirigenti se ne debbono andare”. E il mio amico prende ad elencarmi le meraviglie che ha appena visto, gli occhi ancora sgranati, lui che ha visto il mondo e io che non sono stato in grado di raccontargli la città come lui e la città stessa avrebbero meritato. Ogni volta che torno è come se fosse la prima volta e ogni volta la sento più estranea.

Si scende lentamente verso il centro, in pochi mesi cambia tutto e non cambia niente. “Ma questi sono i vicoli della Boca”, mi dicono. L’Italia ha risvegliato qualcosa nel loro sangue che hanno sempre posseduto e che non si era mai manifestato. Le nenie e il dialetto, i colori e i sapori. “Come hanno fatto i nostri avi a venire laggiù in Argentina e sopportare di aver lasciato tutto questo?”. Napoli è un paradiso se la si osserva da lontano e loro vengono da laggiù, posto di vento e alberi spogli, di pinguini e distese sconfinate. I nervi sono a fior di pelle ma le persone ci aiutano, sia loro che me, un gruppo di stranieri presi di insieme. I baristi mi parlano in inglese. Sei mesi devono avermi fatto cambiare fisionomia, oppure me lo si legge negli occhi. I miei amici ripartono, chissà quando li rivedrò, mi lasciano qui in questa città, a vantarmene e a compiangerla, come ogni volta.

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continued: Il termine dell’Europa

Mentre nel bus osservo i Paesi Bassi estendersi in lunghezza sotto l’irrevocabile grigio di quel lunedì mattina, ripenso alla pedalata dalla barca fino in città. Fintomi un pendolare, mi districavo tra gli incroci ora divenuti familiari. Raggiungere casa di Victor per rendergli la bici era stato perfettamente naturale, e anche il fatto che lui mi invitasse ad entrare era abbastanza prevedibile. Inaspettata è stata invece la sua faccia assonnata che mi diceva, quasi scusandosi, che l’app a cui aveva pensato esisteva già, e che quindi ora poteva dirmela. Ci ripensavo e ridevo, ora che ero finalmente in bus, pensando alle corse che avevamo fatto con la sua macchina per rimediare al tempo perduto per progettare fantastiche e profittevoli partnerships per esportare l’idea in Italia, almeno là. Durante quel tragitto nel ring di Amsterdam, tra i pochi pendolari che non avevano il lusso di una bici, avevamo progettato per filo e per segno i prossimi passi da fare: le analisi di mercato alla buona, se tra i nostri amici ci fosse il necessario know-wow tecnico (credo che abbia proprio detto “uao”), quanto pensavamo di poter guadagnare durante la fase di lancio dell’applicazione. Alla fine ci abbracciamo con la promessa di scriverci, e nel bus penso che forse sarebbe logico che non ci sentissimo mai più, ma non avevo il tempo e la voglia di indugiare su quei pensieri. La prima parte del mio viaggio era definitivamente conclusa, ora mi aspettavano Bruxelles e alcuni ricordi di un po’ di anni fa.

In generale, Bruxelles mi è parso il luogo più adatto per sballarsi. Più di Amsterdam. L’austerità dei palazzoni e l’ampiezza dei viali a misura di SUV risulterebbero ben più psichedelici. Uno si ritroverebbe a fare le smorfie ai compassati funzionari europei, quelli che dietro le vetrate a specchio prendono scelte efficientemente razionali improntate al progresso e all’integrazione comunitaria. Un po’ come quella donna che in francese inveiva di fronte alla sede del parlamento della comunità fiamminga. Questo è un buon posto per impazzire, nessuno ci farebbe caso, si avrebbe anzi la compassione del pubblico pagante. Oppure uno andrebbe di matto come quelli che bivaccano nei dintorni degli atri dei grandi alberghi, quelli che dormono sulle rare panchine al centro dei Boulevard, quando i negozi sono chiusi e non ha senso per i poliziotti in bicicletta venire a farsi un giro. Sono magari quelli che, avendo lavorato per nove mesi qui in Belgio, adesso brindano alla salute dell’inesistente governo belga, che continua a garantire loro, in virtù di quel duro lavoro, un cospicuo vitalizio mensile. Mentre osservo i pesci saltellare allegramente sotto il sole che abbraccia di luce il Parco Leopold, una sorta di cortile privato alle spalle del Parlamento Europeo, dove i rappresentanti delle Nazioni vengono a mangiare il loro tramezzino gourmet, penso che questo è un vero viaggio al termine dell’Europa. Tutto dovrebbe cominciare qui, e invece ho la sensazione che, per chi viene da lontano e per chi ha circumnavigato il continente parlando con la sua gente, solcando le sue strade, nuotando nelle sue acque, qui tutto finisca, tutto faccia sentire più distanti possibile dalla sensazione di “casa”.

Non so se di questa città esista un’altra faccia, una nascosta. Se esiste, non merita certamente di essere eclissata dall’alienante mondo dell’intellighenzia europea. È una città con una sua propria bellezza e storia, punto di incontro tra due comunità che fanno finta di essere in pace, perché farsi la guerra mascherati da cavalieri dell’ordine dei templari o gilde o cricche di monaci cappuccini e trappisti alcolizzati dalle loro stesse birre suonerebbe ridicolo in questo secolo, passabile almeno di una sanzione da parte della Commissione. Al massimo ci si concede una sfilata una volta all’anno, bevendo birra in piccole coppe e finendo la giornata al Delirium Cafe, che non chiude mai e che è una sorta di non luogo dove perdere la cognizione del tempo. Siamo nell’Europa a due, tre, quattro velocità, questi hanno una marcia più alta, e prima che arrivi anche da loro il tempo degli scioperi e dei tagli e delle spending rewiew, probabilmente l’euro sarà solo un qualcosa da raccontare ai nipoti di chi sarà stato abbastanza fortunato o folle da averne. Qui l’ultima fotografia che racconta un’esplosione di rabbia risale al 1963, quando i cittadini sventolarono un vessillo durante una manifestazione fiamminga ad Anversa, in reazione contro l’impiego del francese nelle Fiandre. Un anno prima era stata adottata una legge che aveva stabilito le aree linguistiche di ciascun comune belga, facendo coagulare nel bilinguismo la comunità cosmopolita della sua capitale.

Davide e Irene hanno risolto la loro contraddizione principale che consisteva nel non trovare un punto fisico di incontro dove continuare congiunti le loro vite. Bruxelles è il luogo adatto, mi dicono, in tanti sono lì, ed effettivamente è strano che tutti e tre incontriamo persone venute dalle nostre terre. Qui si cercano tante cose: la fortuna, la stabilità, il prestigio. La strada delle istituzioni è grigia e silenziosa, di notte diventa deserta, le corsie preferenziali per le bici non sono affollate e sigle su sigle si rincorrono tra i numeri civici, quelle stesse sigle che risulteranno familiari a chi abbia provato, nel corso della sua precaria giovinezza, ad entrare in contatto – ad entrare! – nel dorato mondo della burocrazia europea. Racconto loro di aver appena terminato una simulazione di proposta legislativa al Parlamentarium, era contro l’inquinamento globale, all’inizio avevo dalla mia la popolazione e in seconda lettura anche il Consiglio si era mostrato entusiasta, ma poi qualcosa era successo e in terza lettura la seduta plenaria mi aveva bocciato la relazione. Questo sarà anche quel pezzo di mondo dove ci si può sentire a posto con quella parte di coscienza che reclama una realizzazione nella società, all’interno e al riparo di regole predefinite, ma è stato un bene che la Comunità Europea non abbia avuto la ventura di avvalersi dei miei contributi. Forse non tutti sono destinati a venire qui, penso, ed è strano pensare a come cambino le cose in mezzo secolo: dopo il disastro di Marcinelle nel quale persero la vita 136 minatori Italiani, l’Italia sospese l’invio di lavoratori verso altri paesi europei fino a quando non fossero migliorate le condizioni di lavoro.

Saluti finali

La suggestione di ciò che questo posto rappresenta è più forte di ogni tentativo di osservazione distaccata. Mi è stato impossibile rimanere per quel poco tempo a Bruxelles senza essere travolto da ciò che quella città rappresenta. Durante le mie visite nei luoghi di culto dell’integrazione europea rimango colpito da frammenti di discorsi, e faccio vivere quelle parole nella mia testa mentre cammino. “Occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa: un saldo stato federale”. A Spinelli hanno intitolato un’aula del Parlamento. Oppure Churchill, che diceva che “dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa. Solo in questo modo centinaia di milioni di lavoratori saranno in grado di recuperare le semplici gioie e le speranze che danno un senso alla vita”. Profezie la cui visionarietà è messa in pericolo nel presente di questo particolare momento storico, con le troppe falle che si stanno scoprendo su questa grande nave nella quale siamo tutti intruppati. E allora preferisco concludere il mio viaggio indietro nel tempo con parole che non giudicano e che non augurano ma che solo accarezzano un’idea distante. Diceva Camus: “Mi capita a volte, all’angolo di una strada, in quei brevi momenti di pausa dalle lunghe ore di lotta, di pensare a tutti quei luoghi in Europa che conosco bene. È una terra bellissima, fatta di sofferenza e di storia”.

Ma siamo tutti concentrati sulla bellezza del nostro incontro. Era un anno e mezzo che non  vedevo i miei amici, e ricordo ancora l’ultima notte a Tel Aviv quando vidi entrambi infilarsi nel taxi che li avrebbe accompagnati all’aeroporto. Entrambi rappresentiamo per l’altro un periodo delle nostre vite che è irrimediabilmente passato. Forse ci aggrappiamo l’un l’altro per preservarne il ricordo. Nel frattempo, quasi senza accorgercene, un’amicizia sincera è nata, inaspettata e per questo ancora più piacevole, proprio come questa giornata di sole qui nel cuore dell’Europa. Ci raccontiamo gli aneddoti di quella vita lontana e quelli dei viaggi che sono venuti dopo, e man mano che riavvolgiamo il nastro ci avviciniamo sempre più a quell’istante in cui ci eravamo ritrovati in quel pezzo di mondo. E adesso, che farai, ci chiedevamo a vicenda, come a dire: “dove ti rincontrerò?” Ed entrambi proprio non lo sapevamo, perché questo destino di andare in giro senza sapere il perché, sperando che la meta ultima si rivelasse magicamente, ce l’eravamo anche un po’ scelti. La scelta di scrollarsi di dosso l’Italia era stata ponderata e, per noi, perfettamente razionale. Non importa dove ci rivedremo, forse a Bruxelles, quando lascio una città penso sempre che un giorno ci tornerò a vivere, bella o brutta che sia, perché un luogo dove lo sguardo su te stesso diventa un po’ più consapevole merita sempre di essere chiamato “casa”. Almeno per un po’.

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Amsterdam, part V – Dissolvenza

Avevo immaginato un finale diverso per la mia ultima giornata ad Amsterdam: un sole che splendeva indisturbato e non quella pioggia quasi invisibile ma costante, e nemmeno quell’aria insolitamente fredda per essere la prima domenica a ridosso dell’estate, aria che poi si manifestava in rivoli di fumo quando andava a sfregarsi sulle increspate acque più calde del fiume; immaginavo Onno che tornava per la cena e anche Victor che si univa, io che lo chiamavo e noi quattro che cenavamo per la prima e unica volta tutti quanti insieme, come vecchi amici, a parlare di viaggi, di Amsterdam, di arte e di progetti folli, e a quel punto io che convincevo Victor a rivelare la sua idea e tutti avremmo riso, e lui non avrebbe capito il perché e avrebbe iniziato a ridere anche lui con noi, fino a diventare serio di nuovo e intravedere nei suoi occhi la consapevolezza di avere avuto l’intuizione giusta. Sognavo insomma più linearità e non una giornata frammentata come quella, ad inseguire panchine umide sulle quali riposarsi. Probabilmente, l’essere finito per caso a ridosso della Dam Square mi aveva messo di cattivo umore. Quei vicoli sordidi, la puzza di erba, la musica dei negozi, i gruppi di italiani strafatti. Ad Amsterdam questo mi è sembrato troppo facile e riduttivo, mi  è parso che ci fossero cose più importanti da fare e che la mia visione non avesse bisogno di essere ampliata.

Grazie ai miei ospiti, ho conosciuto pezzi di città e tramite questi sono giunto a un’idea più grande, che affonda le sue radici nella storia. La storia per capire il futuro, come abbiamo concluso la conversazione io e Marc dopo la sua cena a base di salsicce e sformato di patate con formaggio e verdure, e dopo la mia bottiglia di vino di Mendoza. Abbiamo parlato di aerei, treni, di energie pulite, di decrescita, della loro barca e dell’autonomia che hanno di una sola settimana: “con un contenitore d’acqua che devi rifornire di tanto in tanto ti rendi conto di quanto consumi e capisci che le energie e le risorse che hai a disposizione non sono illimitate.” In questo, l’olandese mi è parsa la figura più gentile e sobria e oserei dire stoica cha io abbia mai incontrato in giro per l’Europa. Vedere intere famiglie su una bicicletta, con padri e madri che scarrozzavano i loro bambini, resistendo alle intemperie, mi ha fatto pensare che questa è un’ottima immagine per  descrivere la loro perseveranza nell’aderire a standard di efficienza ed economicità. La direzione che una società prende è determinata dalle scelte politiche, e la classe politica è lo specchio dei cittadini. Allora non sorprende che l’Olanda sia all’avanguardia (nonostante le parole che i miei ospiti hanno pronunciato a sfavore, evidentemente sottintendendo tutto ciò di cui andare fieri) nel campo della legislazione sociale, delle energie pulite, della finanza (qui nacque il primo stock Exchange) e degli scambi commerciali. Osservando questi bravi e diligenti cittadini mi è venuto da pensare che essi meritano di stare là dove sono, di essere arrivati là dove sono arrivati, hanno il diritto di ricevere così tanto dalla società perché loro sono i primi a non tirarsi indietro.

E poi con Marc abbiamo continuato, e parlato di Europa, dell’euro, della guerra e ancora dell’immigrazione, di Primo Levi e della sua chiave a stella, e qui io vado in coperta a fumare e ad osservare i vapori quasi fluorescenti del fiume, e poi vado a fare i piatti e poi vorrei dormire e forse anche tornare a casa già l’indomani e rivedere tutti gli amici che ho lasciato lì, e se devo essere grato ai viaggi per un motivo è perché spingendoti lontano ti fanno apprezzare sempre di più ciò che ti sei lasciato dietro. Ma poi viene Onno, stanco e distrutto, che si concede un bicchiere di vino e inizia a parlare come se io non stessi dormendo, mi dice che è provato fisicamente e che, sebbene non abbia mai fumato, in quel momento si sarebbe proprio fatto una canna. “In Olanda è paradossalmente proibito coltivare erba ma è possibile possederla. Tipico di noi olandesi: concedere da una parte e negare dall’altra.” Effettivamente ero sveglio e mi stavo lasciando travolgere dalle sue parole. In un impeto di franchezza, pensando di poter parlare liberamente con quello strano ospite che per due notti aveva dormito nella sua barca, aggiunge che deve molto a Marc e che, dopotutto, di paesi come quello dove dichiarare liberamente la propria omosessualità non ce n’erano molti, e in quel frangente mi ricordo della storica fotografia che immortala due uomini olandesi unitisi in matrimonio, per la prima volta in Europa, e mentre penso a quelle cose un’altra eterea ora passa prima che in riva all’Amstel non si sentono più le cantate di Zachow e le chiacchiere di una compagnia improvvisata. E’ notte fonda, mi alzo per abbracciarlo e per ringraziarlo. Mentre spengo la luce del lumetto mi affaccio per un’ultima volta da uno degli oblò e vedo i vapori del fiume che continuano a mulinellare nell’aria e penso che la dissolvenza sulla prima parte del mio viaggio era già cominciata.

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Amsterdam, part IV – Eigen Haard & Pizza taxi

“Stamattina ti racconterò la storia della città da una prospettiva diversa”. Marc si sveglia di buon ora, indossa il suo impermeabile da marinaio, e con quella faccia alla Corto Maltese mi invita ad andare in bici con lui, con un tempo poco incoraggiante. Effettivamente, quella mattina mi venne raccontata la città attraverso le sue pietre. Per Marc la facciata di un palazzo, una finestra, la decorazione di una ringhiera sono elementi che parlano della sua storia. “Un’epoca che non tornerà più, chi vuoi che si metta a perdere tempo con questi fregi e con questi ornamenti, era l’epoca dell’architettura sociale, quando costruire case significava far felice una persona e la sua famiglia, non semplicemente alloggiarla da qualche parte. La buona architettura rese la gente migliore. La Scuola di Amsterdam fu un movimento sovversivo, negli schemi e negli intenti, e la sua estetica rappresenta ancora oggi il lascito di una visione più grande.” Ci addentriamo nel quartiere che delimitava la fine della città prima del piano di espansione della metà degli anni ‘50, e mi fa osservare il cambiamento di stili e come negli anni successivi l’architettura avesse ripiegato su tecniche più convenzionali, che spaventavano meno i governi conservatori che si sono succeduti.

La sua storia quadra con quella che mi ha raccontato Onno. L’arte è il punto focale di questa storia a margine della Storia, a cavallo tra la rivoluzione sociale e l’involuzione consumistica, ed è rappresentata perfettamente dalla loro comunione nella piccola barca ormeggiata laggiù in fondo all’Amstel. I loro studi sono separati, quello di Marc stracolmo di modellini di aerei, plastici in cera, strumenti per il disegno tecnico. Onno si rifugia tra spartiti e strumenti, una babilonia musicale che racconta anni di studio e felicità. Il nostro giro stava per finire. Marc mi racconta le cose e traspare dalle sue parole, anche se è costretto a tramutarle in un inglese che è ora più sicuro di sé, quanto le abbia ripetute tra sé e sé più volte durante i suoi giri solitari, mentre Onno è in tournee. Mi sento un privilegiato ad ascoltarlo, che abbia deciso di condividere la sua conoscenza con me. Mi fa notare la scritta “Eigen Haard”. È un po’ come dire “la nostra casa”, mi dice mentre ci salutiamo con la promessa di rivederci per cena, sperando che Onno si possa unire a noi e che a causa del tempo gli annullino il concerto. Mi promette una vera cena olandese, preparata con elementi semplici, secondo la tradizione. Io ricambierò con una bottiglia di vino e un dolce. Per un attimo, sotto la pioggia battente di quella grigia domenica mattina, mi venne in mente che il pensiero di dover tornare per un’ultima notte in quella barca e dormire un sonno dimentico della città, cullato dal fruscio delle foglie degli alberi che accompagnavano il fiume verso sud, mi rendeva felice.

Se uno ci pensa, bucare la ruota della bicicletta una domenica pomeriggio ad Amsterdam non è una grossa sfortuna, soprattutto se si considera che dopo pochi minuti un arzillo vecchietto ti aiuta a ripararla. La vera sfortuna è bucare l’altra ruota dopo pochi minuti. In quel momento inveisco contro Victor, se avesse inventato una app per i ciclisti in quel momento avrei saputo dove andare, avrei saputo se qualcuno poteva salvare la mia giornata. Mi rendo conto di quanto ridicolo fosse quel mio pensiero, e anche che in quel modo non avrei parlato, avrei fissato lo schermo del mio telefono e probabilmente non sarei passato per caso fuori la Heineken Brewery e non avrei visto una calca di Italiani vestiti in modo uguale che sgomitavano per entrare. Soprattutto, non avrei certo trovato il Pizza Taxi, di cui i ragazzi mi avevano parlato a cena la sera prima, uno dei pochi posti davvero italiani in città e non certo uno dei soliti marchi che scimmiottavano cultura e tradizioni certamente troppo lontani da loro. Decido di interpretare la duplice bucatura come un incoraggiamento del destino ad entrare e a conoscerli, questi emigranti italiani.

Dopo poche battute, Sebastiano ride con gli occhi quando mi dice: ma voi siete della Campania! Gli racconto delle mie disavventure e mangio la mia prima pizza in sei mesi. Mi dà da bere una Peroni, quella marrone, non quella di importazione. Una Peroni nella patria dell’Heineken ci sta tutta, penso mentre trattengo un rutto di soddisfazione. Ma non è che fate anche la pizza fritta, chiedo senza troppe speranze. E qui quel grosso omone di Siracusa, in Olanda da trent’anni, si scioglie in un racconto appassionato. “Pizza fritta? Hai bisogno del pozzetto per lo scarico del grasso a parte, hai bisogno del permesso del comune, quello dei vigili del fuoco e, cosa più importante, devi tenere la ciorta! Quando siamo arrivati qua non c’erano le facilities e allora decidemmo che ci saremmo limitati alle pizze normali, dopotutto un forno a legna è già un grande lusso, da Napoli in su. Pensa che devi avere un diploma della conoscenza delle regole igieniche della ristorazione olandese, l’esame puoi farlo anche qui, in italiano; devi dimostrare che il tuo capitale iniziale è pulito, anche e soprattutto se lo porti dall’estero, come hai ereditato quei soldi, nel caso, come li hai guadagnati. La matrice del biglietto vincente della lotteria, tutto.”

“Ma perché tutte questa domande, volete fare qualcosa qua? No perché noi, dopo trent’anni, vorremmo vendere, che dobbiamo fare ancora qua in Europa, ci hanno spremuto fino all’osso e ora non ci resta niente. Un periodo c’erano gli slavi che chiedevano il pizzo ma tutti noi ristoratori ci eravamo associati e li denunciammo, è quando si ha paura che la gente tace, ricordalo, qui nessuno ha paura del cugino del cognato di quello là. Prima della grande guerra questo era un paese feudale, i diritti delle donne vennero molto dopo, il consumismo è arrivato tardi, e nonostante la monarchia qui il progressismo ha fatto conquiste storiche e in anticipo rispetto alle tante velocità della integrazione europea.”

Sazio e soddisfatto ritorno alla mia bici, stravolgendo tutto l’itinerario che mi ero prefissato, alla ricerca di altre casualità.

to be continued

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Amsterdam, part III – The Boat

Perso tra i mille canali, mi fermo ancora una volta ad osservare il fiume. Ogni canale sembra uguale all’altro, anche Victor si perdeva. Ma l’Amstel è ampio, profumato, unico. Lo solcano le barche più grandi che si fanno largo tra i ponti che si alzano con i loro sbuffi di vapore. È il vero cuore della città. Senza l’esigenza di alzare una diga – Dam – e senza tutto quello che vi è stato costruito attorno (municipio, mercati, torri, chiese, sinagoghe), Amsterdam sarebbe rimasta un sogno nel cuore dell’Europa. Sembra nell’ordine delle cose che i miei prossimi ospiti saranno Onno e Marc, due ragazzi che per qualche motivo hanno deciso di vivere in una barca ormeggiata in fondo all’Amstel. Prima di cominciare finalmente la mia pedalata fuori dalla città, passo per il quartiere ebraico e osservo le sinagoghe e gli edifici ricostruiti dopo i bombardamenti della guerra. Questa città è la patria del multiculturalismo e della tolleranza, ed è quindi strana, ma tutto sommato coerente con un movimento culturale più ampio, la tendenza ad attaccare le minoranze, soprattutto quella islamica. Ancora più strana mi pare l’iscrizione riportante un documento ufficiale che noto in un piccolo punto informativo: “agli ebrei è tuttora vietato costituire gilde e avere relazioni sessuali con donne cristiane e con le loro figlie. Per il resto, essi sono i benvenuti ad Amsterdam”.

Mentre la sera ascolto il cd registrato da Onno, capisco di aver fatto un altro incontro straordinario. La curiosità di questo clarinettista e direttore d’orchestra e maestro elementare l’aveva portato nelle biblioteche di mezza Europa alla ricerca di musica sconosciuta. Era emersa la vita di un uomo comune, Zachow, compositore e per un certo periodo maestro di Handel, i cui lavori iniziali furono influenzati dal maestro. Grazie ad Onno e alla sua Accademia Amsterdam i suoi spartiti avevano finalmente preso vita. Mentre preparavo la cena è venuto ad aiutarmi e mi ha mostrato una locandina illustrata da Marc e mi ha detto: ecco la cosa più importante a cui sto lavorando ora. Pubblicizzava un saggio musicale con i suoi bambini, e l’illustrazione somigliava a quelle del Piccolo Principe. Quando glielo dico lui mi sorride, come a sottendere che era contento che l’avessi notato. Lui viene a Napoli un paio di volte all’anno per insegnare musica. È affascinato dagli estremi della mia terra ma non riuscirebbe mai a viverci. “Ma anche Amsterdam non è messa bene, frammentata in tante piccole municipalità e quindi impossibilitata a portare avanti un progetto artistico unitario. In Olanda hanno ridotto il numero dei ministeri e quello della cultura è sparito, ci sono stati tagli ai fondi, il segretario di stato dice che non sa cosa sia la cultura, che lui è un ignorante e ne è fiero. Per i nostri concerti abbiamo provato a finanziarci tramite il crowdfunding, ma non sembra funzionare.” Il processo di degradazione per l’arte è cominciato 20 anni fa, aggiunge, con un governo liberal, e non capisco se intenda la connotazione politica all’americana o all’europea, ma nel frattempo la cena è pronta e siamo affamati.

Marc all’inizio era silenzioso, pareva mi studiasse. Forse è stata la bolognese che ho cucinato a renderlo meno sospettoso. Senza musica, solo lo sciabordio del fiume veniva a farci compagnia nei rari momenti di silenzio. Parliamo per oltre un’ora. Marc fa il bis della mia pasta, Onno si dedica all’insalata e al suo olio di oliva umbro, io finisco il vino. Mi dicono che gli olandesi sono molto restii nel provare il cibo di altre culture. L’olio di oliva è considerato come una vera schifezza: quando un membro del governo aveva espresso il suo malcontento nei confronti di Italia, Spagna e Grecia per la loro situazione economica, aveva parlato di olive countries, in senso spregiativo. Mentre siamo a tavola e ci godiamo il tè prima di uscire, mi ritornano le immagini della città in testa, il suono dell’olandese che i miei ospiti usano come linguaggio privato, i sapori dei formaggi con la marmellata di fichi. Usciamo per un giro in bicicletta. Pisa o Venezia? mi chiedono, e alla fine la gelateria vincente risulta essere la seconda.

to be continued

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Amsterdam, part II – Westerpark

Victor mi accoglie calorosamente nel suo appartamento, un po’ defilato dal centro, nel quartiere di Westerpark. All’inizio era un filino imbarazzato, ma quando insieme ai suoi amici abbiamo cominciato a chiacchierare nel giardino sorseggiando tè in bicchieri trasparenti mi è parso a suo agio. Aveva appena lasciato il suo lavoro, mi racconta, ma per un bel po’ il welfare olandese lo sosterrà con il 70% dello stipendio. Nel frattempo, si è lanciato con un amico in una start-up, o meglio, in una start-app, visto che i beneficiari della sua trovata saranno gli entusiasti possessori di Iphone et similia. Gli chiedo se non ha forse in mente di  brevettare un sistema di navigazione per ciclisti, i veri padroni della città. Mi dice che è una buona idea, ma che la sua è più semplice e per questo migliore.  Indugiamo sulle differenze che ci accomunano, e sembrano tutti interessati alla mia storia di Italiano trasmigrato in Inghilterra. Dopo che i ragazzi vanno via ci avviamo con le bici verso l’officina. La sua rimarrà là, mentre la mia, dopo un’avvitata, è pronta per scarrozzarmi in giro per la città.

Mi ero perso talmente tante volte che mi è parso un miracolo che mi sia ritrovato verso sera seduto sulla panchina del parco a ridosso casa sua, ad aspettare che fosse ora di rientrare. Mi ricordo che i ragazzi mi avevano detto che i confini di Westerpark sono il luogo più degradato della città: è il luogo dove vivono i marocchini, dove i figli dell’immigrazione da Italia e Turchia della fine anni ’50 hanno messo radici. Non fu a causa di un deficit demografico che furono incoraggiati a venire qui ma per precisa volontà politica, a causa del costo del loro lavoro che era, già all’epoca, nettamente inferiore rispetto a quello interno. Poi qualcosa deve essere andato storto. Forse gli abitanti del Suriname beneficiarono di maggiore chiarezza: il passaporto olandese consentì loro di inseguire una nuova esistenza in Europa, ma fu loro espressamente vietato di vivere ad Amsterdam.

A cena Victor mi parla dei suoi progetti e di come in passato misteriose donne venute da lontano gliel’avessero rubati. Ora silenzio su tutto. Mi crea connessioni: il suo amico che vive a Londra, la sua amica brasiliana scrittrice. Mi dà i loro numeri di telefono e mi dice che potrebbero avere storie interessanti da raccontarmi. Gli dico che vivere la città come un vero Amsterdamer è già una storia interessante di per sé, la vera soddisfazione di questo viaggio. Viaggiare da solo mi rende meno incline alle visite di rito nei luoghi per turisti, e lui sembra capirlo. “Amsterdam è un luogo dove la storia è presente e fantastica. Quando venni qui per la prima volta era la fine della rivoluzione giovanile e si avvertiva ancora nell’aria la volontà di perseguire quegli ideali. C’erano tantissimi giovani e io mi sentivo quasi intossicato dal senso di possibilità che c’era in città. Non avevo bisogno di fumare perché ero naturalmente inebriato. Dall’esterno, Amsterdam ha la fama di essere liberale con le droghe, di indulgenza e permissivismo. Nella mia mente la città rappresentava e rappresenta ancora valori più alti e spirituali. E poi c’è la cafè culture: puoi sederti e osservare il mondo che passa. Le persone qui sono vivide all’occhio”.

Dopo aver cucinato una carbonara e bevuto Lambrusco, siamo usciti e siamo rimasti nel Westerpark. Gli avevo proposto un locale che praticava la politica del BringYourOwnBooze al contrario, un fricchettone in città me ne aveva parlato in maniera entusiasta: voi portate da mangiare e qui venite a bere la nostra Heineken e i nostri cocktail. Anche se noi avevamo già mangiato, mi pareva un buon modo per entrare in contatto con il quartiere. Victor però mi dice di avere un posto migliore, ed effettivamente se non ci fosse stato lui non sarei mai entrato in quello che pareva un negozio di ferramenta. Dentro, una folla calda e sorridente, rilassata al ritmo di musica funky e cocktail colorati e fumi psichedelici. Ci liberiamo delle felpe, ci offriamo da bere, parliamo con le persone. Balliamo e facciamo gli stupidi. Ritorniamo a notte fonda,  aspettando che i ponti levati per far transitare barche dal pennone impetuoso si abbassino. Siamo loquaci, nonostante la stanchezza. “Questo distretto è sempre stato protagonista. Ho  scelto di vivere qua perché laddove alla fine del diciannovesimo secolo questa era un’area per lavoratori impiegati nella fabbrica di gas, nei turbolenti anni ’80 è stata la casa di squatters, musicisti, scultori e registi. Ciò aveva conferito carattere alla zona, e qui pensai che sarei stato felice.” Mi guarda e aggiunge sorridendo: “ora lo sono”.

La mattina seguente non avevo nessuna fretta. Impigrirmi a casa di Victor mi ha fatto stare bene. Mentre mi godevo le ultime conversazioni con lui, pensai che se vivessi là di sicuro saremmo amici. Continuava ad accennare alla sua app. Diceva che è davvero semplicissima, lui e il suo amico ci hanno pensato su giusto un’ora, e poi il suo amico, che è un nerd, si è chiuso in casa a svilupparla. Solo, non aveva il coraggio di dirmela. Ricordo di aver pensato che l’indomani l’avrei invitato a cena e l’avrei fatto ubriacare e costretto a rivelarmela. Mi presta la sua bici, avrei potuto riportargliela lunedì mattina. Ci auguriamo buona fortuna con una stretta di mano, anche se sapevamo che ci saremmo rivisti per un’ultima volta. Prima di lasciare il quartiere mi fermo nella piazza del mercato. Siamo in periferia, dopotutto. Pare che l’edificazione sia avvenuta al contrario: i mattoni rossi che avvolgono la piazza metro dopo metro, fino al salto in su della torre dell’orologio che non suona, appaiono scoloriti e solitari. Metti una piazza nei sobborghi ed ecco che al posto dei turisti vi girandolano facce dai mille colori, mille lingue a fare da contraltare al tubare dei piccioni. I camionisti scendono dal veicolo, pantaloni ancora sporchi, e aprendosi una birra cominciano a crogiolarsi al sole pallido eppure rassicurante. È un piacere osservare la gente in bicicletta. Alcuni si fermano per un kebab. Sembra il set abbandonato di un film in bianco e nero.

to be continued

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Amsterdam, part I – La traversata

Uno si aspetta, prima di attraversare la Manica, un pittoresco confine tra le due rivali storiche d’Europa. Un romantico ritorno alla terraferma, pensa il viaggiatore che si imbarca per Calais provenendo dalla city. Giungere in Europa via terra è invece impresa difficoltosa e che nulla lascia al senso estetico. Arrivare al porto di Dover significa attraversare un crocevia interminabile di piattaforme, torri segnaletiche, corsie preferenziali, cargo ship docks, dogane e check points, centri commerciali e fast food. L’unico momento in cui si avvista la luna riflettersi nelle acque torbide della Manica è quello in cui il bus arranca sull’ultima rampa. In mille sbuffi si aprono i portelli e una fiumana di gente eccitata dalla traversata inonda il traghetto. È il liberi tutti. La trasgressione per alcuni comincia qui, lontano dalle rigide regole sull’alcol inglesi, lontano dagli sguardi dei controllori. È da poco trascorsa l’una di notte ma sulla nave la gente indugia in pasti gargantuelici. La festa è appena cominciata. Turiste americane prendono a fotografare il porto di Dover che si allontana, il bianco delle scogliere che si intravede appena nel pallore di questo giovedì notte. Per loro questo squarcio di Europa è un’avventura remota e per questo meravigliosa. Io mi sento bene, non sono costretto a parlare, faccio i miei giri di osservazione, e seppure tra la folla abbia trovato qualche volto interessante non ho ancora voglia di lanciarmi in una conoscenza che si rivelerà fugace. La nave beccheggia leggermente. Amsterdam, mi ripeto il nome, e tra poche ore sarò finalmente in grado di smentire tutte le mie aspettative.

Il primo impatto è stato magnifico. Sebbene mi fossi avventurato a piedi dalla stazione, scegliendo un ampio stradone a scorrimento veloce su cui si affacciavano solerti gru, è stata proprio la sensazione di essere straniero, di nuovo, a rinfrancarmi. È come un nuovo inizio ogni volta, poco importa che durerà solo il tempo del ricambio di mutande che hai nello zaino. Comincio ad allontanarmi e a perdermi. Credevo ci fosse un orario in cui i Coffee Shop iniziassero ad aprire. Invece, come in Inghilterra si sorseggia la prima pinta al mattino presto, qui ci si fanno dei gran cannoni di buon ora. Io mi astengo, per adesso. Mi godo il mio giro solitario, camuffato da cittadino, calzando il mio berretto rosso comprato per l’occasione nel mercatino alla fine della strada. Victor mi aspetta a casa sua per ora di pranzo, non dovrebbe essere troppo difficile rintracciarlo. Osservando l’Amstel decido che non importa se dove vivrò non si sarà il mare. Dovrà invece esserci un fiume. Il lungofiume e i suoi canali tagliano la città in più parti, la scompongono in un puzzle colorato e sinuoso che è possibile ricomporre solo camminando, o pedalando, ovviamente. Nella moderna gara a chi ce l’ha più grosso, qui vince chi ha il mezzo di trasporto più piccolo. Il quartiere di Jordaan ti fa pensare che in fondo nella vita è tutto a portata di mano, che basta sporgersi dal piano rialzato di una vecchia villa e leggere un libro e sorseggiare vino per essere felici. Amsterdam è una città facile, non presenta difficoltà al viaggiatore. Tutto è a portata di pedalata, se vuoi qualcosa basta chiedere. Forse non vivrei mai qui per il semplice motivo che i miei desideri sarebbero subito esauditi.

to be continued

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