Archivi del mese: marzo 2011

Lavoro relazioni benessere

Ricominciamo. Quando ci si addentra nella notte mi pare che tutto sia possibile, che quando il chiacchiericcio costante si placa io possa dire la mia. Attendo l’ora tarda anche perché, scioccamente, mi pare insulso aggiungere una voce come un’altra mentre il mondo semplicemente accade, quando tutte le energie sono spese nel tentare di comprenderlo. Ma poi a quest’ora, lontano da tutti, con una musica a farmi compagnia, ridò importanza a quello che sento e che non dico.

Stamattina mi infilavo la camicia bianca che indosso ancora oggi e vedevo scorrere mentalmente la giornata che mi si profilava davanti: l’ufficio, le relazioni, gli impegni, le coincidenze da prendere, le tappe forzate, gli esercizi di stile, le ipocrisie quotidiane. Ma un contrasto netto mi fa trasalire: penso di volermi allontanare da questo schema sociale ma in realtà ci sono dentro e questo forma la mia identità. Voglio un’esistenza libera, vagheggio un futuro da scrittore e intanto mi specchio con la mia camicia inamidata. Cosa sarebbe una giornata se nessuno mi costringesse ad indossarla, se a nessuno importasse più se sono in ritardo o meno? E penso che la libertà a volte è più grande di noi ed abbracciarla tutta è un esercizio che può essere faticoso, soprattutto prima di fare colazione.

Non faccio colazione, esco subito di casa tentando di non pensare più, di reimmergermi in uno stato di dormiveglia. Ma non ci riesco, lo sferragliare del treno non è abbastanza eccitante, e il filo dei pensieri continua ad intrecciarsi in maniera latente.

Dunque mi immergo nel mio ruolo, indosso quella maschera che sempre di più sento stretta. Quando sento parlare le persone che come me sguazzano nell’insicurezza, e che non fanno fatica ad indossare tale maschera (sottolineando che la soddisfazione lavorativa non è un requisito necessario per la considerazione che hanno della loro soddisfazione generale) mi sento colpevole. Colpevole di superficialità. Allora mi viene in automatico pensare alle vocazioni che ogni persona crede di avere (o ha creduto di avere: ad un certo punto si intravede una strada e la si segue; il fatto che il più delle volte questa strada non si cambia non prova che questa sia giusta): quale fu la mia? ero in grado di intravederla? Non sono in grado di dare risposte.

Dopo l’ufficio raggiungo gli uffici di registrazione della RAI. Faccio il figurante in un’infima trasmissione televisiva, punto di vista privilegiato per un’analisi antropologica. Oggi la conversazione ricorre: lo schema è sempre quello. Lavoro relazioni benessere. La felicità strettamente legata al possesso materiale. La soddisfazione e l’identità commisurata al ruolo lavorativo.

Vado via con una sensazione agrodolce e un senso di colpa persistente, ma non sono appesantito. Sogno il mio viaggio perfetto, immagino le parole per descriverlo ma non do loro forma: la notte si inspessisce e domani mi devo svegliare presto.

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Blackout

Il governo “ha insabbiato gli incidenti nucleari e ha nascosto i veri costi e i problemi legati all’industria nucleare”. Sono le parole di un parlamentare giapponese in un cablogramma di Wikileaks. In tutta Europa molti ambientalisti seri e onesti sono profondamente convinti della bontà della scelta nucleare. Sono persuasi che inqui­ni molto meno di tante altre fonti di energia disponibili oggi. E i suoi rischi sono relativi, dicono: il disastro di Fukushima va relativizzato, messo nel contesto di un terremoto devastante. In fondo non è perché c’è un incidente aereo che le persone smettono di volare. Forse hanno ragione. Però la domanda da fare a Margherita Hack, Chicco Testa e Umberto Veronesi è questa: ma davvero ve la sentireste di affidare la costruzione di una centrale nucleare, la sua gestione e lo smaltimento delle scorie radioattive alla nostra classe politica? La stessa classe politica che non riesce a smaltire la spazzatura di una città di me­die dimensioni, a gestire la rete elettrica senza blackout e a costruire un’autostrada senza l’infiltrazione della mafia e della camorra?

Giovanni De Mauro, Internazionale n. 890

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Odio, amore, notte

L’unica cosa da farsi a quest’ora, dopo aver scambiato tante parole e aver pensato tanti pensieri, è abbandonarsi ad una sensazione di quiete e soppesare tutto, cercare di salvare quella parola dall’oblio quotidiano, fissare un pensiero che non sia stato circostanza, abitudine. E’ un esercizio che si dovrebbe fare ogni giorno, ogni notte: preserverebbe la salute mentale, aiuterebbe a contrastare quell’avanzare del tempo che alcuni sublimizzano nella decadenza fisica ma che io ravvedo nella perdita di senso, o meglio, nella mancanza di una conquista. Non sono chiaro, ma non importa, non ho il dovere di esserlo.

Quanto amore siamo capaci di esprimere? E quanto odio? E come? Tutti sanno come si rapportano, o come vorrebbero rapportarsi con i sentimenti amorosi, ma cosa dire dell’odio? Io ho capito che vi può essere un odio puro, che preserva quello che più vi è di intimo e caro in ognuno. E allora io odio coloro i quali mi derubano della mia solitudine offrendomi una finta compagnia, una compagnia dalla quale non traggo giovamento. Odio la mancanza di condivisione, e odio non poter condividere questo pensiero. Per questo lo riporto qui: è un atto di amore verso la notte che mi attende. Qualunque cosa sognerò, la vedrò domattina davanti ai miei occhi, mentre nel treno vedrò volti assonnati, mentre gli altoparlanti ripeteranno in sequenza il copione di brandelli di vita. Io sarò lì memore della mia notte, per vivere un giorno che non sia buio.

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Riflusso creativo

Alla fine è davvero difficile tenere il ritmo. Mi piacerebbe una virtuale macchina traspositrice di pensieri (non esiste una app per I-Pad?) che registri quello che mi passa per la testa durante i miei spostamenti in treno, durante le vasche che percorro avanti e indietro in uno stile incerto. A dire il vero, il più delle volte in questi casi la mia mente è completamente sgombra: provo ad attuare un tipo di meditazione passiva permanente, osservando di sfuggita qualche pigro pensiero che si attarda nelle periferie della mia coscienza, e quando dopo questa è costretta ad un brusco risveglio ecco che davanti ai miei occhi ho quell’immagine evanescente che non riesco a serbare. Se la vita di ufficio è brutta quella dello scrittore fa addirittura schifo. Tento di isolarmi ma non ci riesco. Tento di essere cosciente del mio incedere, ma poco è messo nero su bianco. La mia serenità deriva dal fatto che a livello interiore il dialogo con me è ininterrotto, e anche quando non ho nulla da dire finisco con il parlare tra me e me del tempo. Il flusso creativo potrebbe durare molto tempo ancora, ma sai quello che succede quando sai già come va a finire e non ti comporti di conseguenza? (risposta: il tempo passa e la tua personalità comincia a sfiorire. cominci a chiederti se non ci sia qualcosa che non vada in te, fingendo di aver dimenticato ciò che si è imposti di voler dimenticare. perfettamente coscienti dell’ineluttabilità di una decisione, di una presa d’atto di un nostro cambiamento interiore o quello di un’altra persona. eppure. non si fa nulla, si sorride alla vita ignari e ci si aspetta che lei faccia altrettanto, e quando ciò non avviene la pecorella smarrita che è in noi non sa a chi rivolgersi (sì, lo so, farei bene a non parlare in nome di un noi ma di un me, ma me lo si conceda)). Ma io so che succede. Il flusso creativo diventerebbe lassativo. Punitivo. Poco lenitivo (per chi legge; per me lo sarebbe tanto; ma col tempo ho sviluppato una magnifica, esigente arte del sapermi accontentare).

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Servillo legge La Capria – appunti a margine

Anche se in fondo è con una certa titubanza che provo a scrivere di letteratura quando tutt’intorno il mondo patisce le sofferenze dei giorni peggiori, tutte insieme (quali, te le ricordi, ora che sei passato di qui a distanza di anni da queste parole scritte qui sopra distrattamente in un pomeriggio troppo grigio per passeggiare in giro per la tua cittadina, te la ricordi?). Ma tant’è. E dunque Toni Servillo, uno degli attori teatrali più rappresentativi di Napoli, legge un autore napoletano che è già un classico, Raffaele La Capria, nell’ambito di un evento della Fondazione Premio Napoli, nel restaurato Teatrino di Corte di Palazzo Reale.

Dato che in questo grigio pomeriggio di cui sopra non ho la voglia di riorganizzare quei frammenti che sono rimasti nella mia mente, li snocciolo così come mi vengono, non in ordine di importanza. Quella che Servillo legge è la prima delle tre lettere che fanno parte de “L’amorosa inchiesta”, uscito presso Mondadori nel 2006.

– La frase “solo a Napoli” è quella che ricorre di più, negli stralci di conversazione rubati al pubblico presente.

– La pura verità è che di giovani, attorno a me, ci sono solo le maschere.

– Mi viene in mente la parola “apoteosi” e la collego alla parola “napoletanità”, riflettendo se quest’ultima significhi effettivamente qualcosa; non mi do una risposta, ma ugualmente mi dico che in quel teatro vi era quell’apoteosi insieme alta e bassa, snob e popolare, ma non perché fossero presenti più strati sociali, ma solo perché l’atto di amore di un napoletano che partecipa alla vita culturale della propria città mi pare “popolare”;

– Tutto è senza artifici, la naturalezza è tale che non potrebbe essere altrimenti. L’applauso è quello di intesa tra il pubblico e i due mattatori, come a condividere uno stesso pensiero di felice spensieratezza in omaggio a quell’arte che per pochi minuti metterà da parte tutto il resto (e per capire “tutto il resto” bisogna essere necessariamente napoletani)

– L’arte di Servillo è quella di mantenere alta la tensione per quell’ora e un quarto necessaria per leggere le trenta pagine della lettera che La Capria, con maestria, indirizza al primo amore della sua vita. Un amore che, apprendiamo, non è dissimile da ogni altro amore che un adolescente si trova a vivere, se non fosse che ci troviamo nella Napoli degli anni ’50: stessi luoghi ma dai colori diversi, le librerie sono più piccole e non quei “supermercati di libri” del giorno d’oggi, e gli abiti della borghesia escono direttamente da un film di Luchino Visconti. E la lingua italiana prontamente si tramuta, per opera della magia del dono dell’attore, in un pigro napoletano dal lessico immutato ma dalla cadenza riconoscibile, ammiccante, universale. Una cadenza e un tono e un’intensità sapientemente dosate per risvegliare l’attenzione, una padronanza che è quella del domatore verso le sue fiere.

– Riga dopo riga scopriamo che il primo amore che La Capria ricorda è quello che, più di 70 anni fa ormai, fu suscitato da quella ragazzina misteriosa sin nel nome. Mentre Servillo legge noto lo scrittore avvolto nel suo loden beige e sciarpa rossa, noto il suo sguardo sornione mentre evidentemente le immagini gli scorrono davanti agli occhi come se fosse la prima volta che provasse a visualizzarle, tale è la maestria dell’attore nel renderle vive.

– Ci si avvia alla conclusione: Quando col tempo è scomparsa quella fiera avversione di me, ma anche la mia giovinezza e l’indimenticabile tua beltà, solo ora, mentre ti scrivo, penso che con rammarico che poteva essere andata altrimenti.

La vera arte di La Capria, nel rievocare frammenti di un primo amore con tale lucidità, è quella – come lui stesso ammette con voce tremante ma con sguardo fermo – di dedicare il linguaggio dell’innamorato non soltanto ad una fanciulla ma alla città dove è nato e dove in gioventù fu così felice. L’amore è verso quei vicoli, quel mare, quel modo di parlare che riassume essenze profondissime in battute che durano il tempo di un respiro. Ascolto queste parole e mi sento orgoglioso, non so di cosa.

– Infine, con gli echi delle parole spese per celebrare o raccontare l’unità di Italia, mi colpisce la citazione di una frase di La Capria: ogni volta che riesco a comporre una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte, una frase salda e tranquilla nella bella lingua che abito, e che è la mia patria, mi sembra di rifare l’Unità d’Italia.

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2,5 ore di lavoro all’anno

Dice Tito Boeri nella parte centrale del suo articoletto uscito su Internazionale n. 888:

Questo tipo di ricorrenze (celebrazioni patriottiche), in sostanza, favorisce la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Le ricostruzioni storiche e le celebrazioni rafforzano l’idea comune di futuro e l’identità nazionale. Ecco forse un tema su cui avremmo dovuto riflettere in vista del 17 marzo: come farne un elemento in cui gli italiani possano maturare un senso di comunità.

Ecco, mi pare, ma è solo un’impressione, che la riflessione ci sia stata solo per reazione a quella volontà disaggregante proveniente dalla Lega. Possibile che si debba provare a costruire qualcosa solo partendo dalla negazione dell’esistente, piuttosto che proporre positivamente un nuovo modello di sviluppo e convivenza sociale?

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Quando crederci?

Una giornata che è scivolata via come tante altre, anche se questa era speciale per il suo significato simbolico: un secolo e mezzo di storia come nazione, un’enormità per certi versi, un’inezia dal punto di vista dei grandi tempi della storia. E quest’inezia spiega il ritardo e l’arretratezza, per certi versi, ai quali siamo confinati, compensati da uno sviluppo economico che nell’immediato dopoguerra ci ha permesso di raggiungere quel benessere dal quale oggi non vogliamo più distaccarci. Tra tanti simbolismi e ripassi di storia, da domani si continuerà a vivacchiare in uno squallido presente fatto di processi, indecisionismi, lotte intestine e crisi economiche nella più completa mancanza di prospettive che possano offrire una qualche speranza. A volte mi viene da pensare che dobbiamo raggiungere davvero il fondo, conoscere quella disperazione e sofferenza dalla quale non poter che risalire.

Intanto penso ad una giornata che nella mia Napoli è stata grigia, piovosa, con il concerto rovinato da una pioggia dispettosa. Mi sono sorpreso a fare il verso a quelle parole che provenivano dal palco che un tempo urlavo con forza e convinzione. Perché sono anni che le sento ripetere, sono anni che cerco sguardi complici in una piazza e l’eco di voci amareggiate quanto la mia. Ma al momento giusto non siamo mai abbastanza, al momento giusto è un’ingiusta indifferenza a prevalere. E quindi mi aspettavo di ascoltare musica, di ballare, di cantare senza star lì troppo a pensare, ma vedo poche persone in una piazza in fondo piccola e angusta per poter contenere una giornata di celebrazioni che sia davvero animata da uno spirito popolare forte e genuino, mi vengono in mente le immagini di Torino o di Roma e osservo la popolazione studentesca in quello che rimane un giorno feriale a zompettare sotto la pioggia in cerca di un riparo, poncho improvvisati con le poche bandiere tricolori. E’ tutto qui, mi dico mentre penso che non vale nemmeno la pena di prendersi un ponte, domani, un po’ per il maltempo e un po’ perché questa festa non è stata una vera festa. Sembra che ci abbiano creduto tutti, me compreso, ma il necessario momento giusto per crederci è ogni altro giorno che verrà.

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Lettera ad un amico

Probabilmente ti aspettavi che io ti chiamassi, forse invece no, te ne sei semplicemente dimenticato, come me ne sono dimenticato io. In realtà io non me ne sono proprio dimenticato, diciamo che ho fatto sì che me ne dimenticassi, pensando ad altro, facendo altro. Nulla di importante, in verità. Eppure volevo dimenticarmene. Oggi ho pensato che le persone si dimenticano con troppa facilità. E’ una banale, triste verità, e in questo momento mi attraversa il pensiero che tutte le verità siano tali, tristi e banali. Ma me ne sono ricordato ora, in questo istante in cui ho deciso di chiudere il cerchio di questa giornata, in cui il raccoglimento diventa ancora maggiore. Mi hai chiesto cosa faccio, se esco, se sto bene. Forse quest’ultima cosa non me l’hai effettivamente chiesta, ma mi è parso di immaginarla ugualmente. Non faccio nulla di diverso dal solito, ormai mi conosci: seguo nuove vie, nuovi modi di pensare, cerco con tutte le mie energie di contraddirmi, di spiazzarmi. Cerco nuove solitudini e nuove compagnie, cerco nuovi modi di respirare e di tenermi su una sola gamba, tento di disfarmi di ogni mia opinione perché trovo che mi appesantiscano, e io voglio essere leggero leggero leggero. Ciò che avviene là fuori mi lascia un po’ sorpreso, un po’ anche annoiato. Vivo in un mondo tutto mio, ultimamente. Una mia collega si è ritrovata a spiegare alla persona sorda con la quale è solita parlare con i suoi gesti così delicati ed espressivi che io sono un po’ simile a lei: sono un po’ solitario. Non lo so, amico mio, non mi sono mai posto la domanda dato che la risposta non mi interessa un granché, di solito mi pongo domande di cui mi interessa una risposta, anche se poi non conta più di tanto se la risposta arriva o meno. Leggevo oggi che il compito delle persone sagge è quello di seminar dubbi, piuttosto che quello di raccogliere certezze. Con questa mia non so nemmeno se effettivamente ti ho detto qualcosa, se il messaggio era rivolto a te o a me stesso. Forse ad entrambi. Lasciamoci con questo dubbio, che una volta camminavamo insieme e ci dicevamo saggi.

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Riflessi irriflessivi

Perché tanto se mi passa già ora poi finiamo di fare, e prima che finisca tutto ce ne vorrà un po’. I tempi sono eterni, le cose non cambiano, com’è che diceva Bernhard ieri? e tutto prosegue indisturbato ed indefesso, i riflessi riflettono le vecchie abitudini. Quindi, riflessi irriflessivi è una buona riflessione.

Quelli chi li schioda da lì? Viviamo con la speranza (chi disse di parlare al singolare? ma io non ho la speranza, io sono un disincantato, ho questa grande fortuna, risponderei) che le classi egemoni e i potentati aprano ai giovani le porte del futuro, che investano su di essi. Nulla di più sbagliato. E’ la preservazione quella che importa. Al massimo quella dei propri figli, ma senza nemmeno crederci più di tanto. E immobilità, certo. Colui il quale nasce nel paesino di provincia adesso è ancora lì a ricoprire il suo bell’incarico, alle poste o nella scuola, come se il destino fosse iscritto in chissà quale elemento atavico, nato a residente a lavora a, un’equazione perfetta, parabola di una vecchia italia che diventa sempre più vecchia e che si accartoccia sempre più su se stessa.

E intanto io mi sforzo di mettere in pratica il principio della “messa in scena”: non immedesimarmi: io non sono la tristezza ma un pensiero triste che mi attraversa, io non sono la speranza ma un pensiero felice fugace che mi attraversa. No, a quest’ultima mi ci voglio abbandonare. Finché si scrive c’è speranza.

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La parola “incompleto”

“La parola incompleto fa sempre crollare gli spazi verso i quali volevo salire”. Pur di lasciare dietro di sé il terreno che ha sotto ai piedi, lui cammina, si muove continuamente, va dappertutto, non importa dove e come: “ma non riesco mai a lasciar dietro di me il terreno che ho sotto ai piedi”. E’ una legge di natura. Dormire e pensare e ogni altra attività intermedia, infrapposta, intrusa, non è altro che distrazione da se stessi. Eppure non c’è metodo che permetta di distrarsi da se stessi. “Naturalmente tutto è desolato, perché prevedibile, stabilito; ma ciò che dico è anche semplice”. Il luogo in cui si riconosce che tutto è ridicolo lo si ritrova sempre, basta uno sguardo fuori dalla finestra, uno sguardo dentro a se stessi. Ovunque si guardi. “Un giorno riesce a tutti il colpo grosso: farla finita!”. “Quando mi appaiono, tutti quelli che conosco mi sembrano uguali. Anche quel che c’è dentro sembra sempre uguale, a chiunque appartenga. Dentro a tutti c’è la stessa cosa. E’ questo che mi ripugna. Quando li faccio sparire, quando dico ritirarsi, resta un odore che ottenebra tutto”. Disse che gli uomini, inizialmente controvoglia, poi senza opporre resistenza, non sono altro che portatori di professioni, portatori di opinioni, guidati dall’ottusità, per loro variano solo i limiti di velocità, la durata della vita. “La semplice ragazza di campagna, il presidente di una grande industria”. Bloccato dal sentimento e dall’intelletto, non è più l’individuo che conta. “A che serve che siano i più abili e non i più intelligenti a occupare i posti migliori? Che abbiano sottoscritto assicurazioni che son dell’ordine dei milioni? Che garantiscano milioni di prospettive future? Milioni di consegne? Di sofisticherie? Di assurdità?” Ci precede una fame che ci uccide.

Thomas Bernhard – Il gelo

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