Articoli con tag: Tel Aviv

Boicotto sì, boicotto no, reprised

Quando ero a Tel Aviv mi divertivo a fare il corrispondente dall’estero, e scrivevo cose che nessuno leggeva ma che a me interessavano. Una di queste era una riflessione sull’opportunità del boicottaggio contro Israele. Ne ho scritto qui. Concludevo dicendo che probabilmente avrei avuto le idee più chiare sull’argomento una volta che mi fossi allontanato da quel luogo, e avessi potuto guardare il tutto con occhio più distaccato.

Tante cose sono successe da quel periodo della mia vita, eppure porto sempre nel cuore quell’esperienza e anche – purtroppo, devo dire – un po’ di amarezza, perché esprimere la mia opinione su un argomento molto delicato mi costò un’amicizia, troncando così il legame più importante che avevo con quel paese.

Ritorno sull’argomento per dire che se pure le idee non mi si sono del tutto chiarite, sento di poter aggiungere un’argomentazione importante al dibattito (non si può mica rispondere “non lo so” all’infinito!), che si può sintetizzare come segue: sono convinto che Israele segua nella violazione dei diritti umani nella West Bank, e che l’occupazione dei territori palestinesi sia illegale sotto i trattati internazionali; detto questo, non si può giustificare l’ipocrisia di una doppia morale che sanziona in modo indiscriminato (come una chemioterapia, uccidendo cellule buone e cellule cattive insieme) un intero paese dove un dibattito democratico è in corso, e chiudendo l’occhio su Guantamano, sul Tibet, sulla Cecenia. Per chi volesse, è possibile leggere su Hareetz la risposta molto bella di Carlo Strenger a Stephen Hawking, che ha di recente annunciato la sua volontà di voler aderire al boicotaggio.

Credo che, alla fine, del BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) debba rimanere soltanto il secondo. Il boicottaggio culturale rischia di tagliare fuori dal dibattito interno la voce di chi è già sotto assedio culturale, mentre sanzionare le imprese israeliane che, ipocritamente, fanno affari nella West Bank mi pare un atto non solo sensato, ma dovuto. Credo che questa fosse l’opinione di Naom Chomsky fino a un po’ di tempo fa, ma credo di aver letto da qualche parte (basta link, tanto non li leggete!) che sia stato proprio lui a suggerire ad Hawking di disertare la conferenza a Gerusalemme, A quanto pare, non sono l’unico ad avere le idee confuse.

 

Categorie: Melaviv, Politica, Riflessioni | Tag: , , | Lascia un commento

Un tramonto a Tel Aviv

Quel giorno finii presto di lavorare, mi avevano permesso di uscire prima dall’ufficio, verso le 1630. Mi stavo dirigendo a casa quando ho visto il cielo: una giornata perfetta, tersa, con una di quelle luci che ti infondono coraggio. Ho guardato dietro di me e ho visto il mare luccicante, il sole che si avviava a spegnervisi dentro, e così ho attraversato la strada, raggiunto il bel lungomare e su una piccola collinetta, su una panchina di legno, ho aspettato per una mezzora che il sole tramontasse. Davanti a me avevo solo il mare, alla mia sinistra la città vecchia di Jaffa, uno dei porti più antichi del mondo, fusione riuscita tra arabi e giudei, la vecchia torre dell’orologio che svettava sulle case diroccate dei pescatori; il sole si avviava lentamente verso quella linea d’orizzonte che qui è rivolta verso l’Europa, e man mano che scendeva diventava più grande e rosso, ed io lo guardavo e sentivo il vento spirare, e sentivo il cigolio di vecchie biciclette che di tanto in tanto passavano sul selciato sotto di me, e sentivo le grida in lontananza di una famiglia araba, tanti bambini e una donna interamente coperta, il vento era forte e le svolazzavano i veli e i mantelli e lei li teneva stretti a sé e rideva, rideva anche il marito, e intanto il sole scendeva ed io fumavo una sigaretta. Col mare davanti, le onde che si susseguivano e ripetevano a vari livelli, come uno spartito invisibile di un’unica melodia, i riflessi arancioni e dorati in lontananza. Il mio pensiero cominciava lentamente a cullarsi, a fluttuare in uno stato indefinibile. Provavo a focalizzare qualcosa, a razionalizzare, ma il pensiero tornava dentro, al calduccio, e di nuovo era solo il rumore del mare e un grande disco di fuoco e l’orizzonte che si tingeva di rosa e di rosso. Il sole stava per sfiorare l’orizzonte sgombro da nuvole, sembrava toccare l’acqua ed ecco che contro di esso si stagliano delle sagome indefinite, che ad occhio nudo non si notavano: saranno state montagne, sarà stata una flotta di pirati, sarà stata un’isola deserta con poche palme a segnalarne l’esistenza. Non lo so, per me erano tutte queste cose, e il sole rosso la cornice ideale per poter immaginare un mondo lontano. Ho lasciato che l’ultimo spiraglio di luce sparisse, e con esso quelle sagome lontane. L’orizzonte ora è nuovamente spoglio, i colori si attardano ma io vado via, verso i grandi grattacieli luminosi del centro della città.
Ci sono cose che durano tanto da sembrare una vita, così tanto che poi per dimenticarle basta un attimo. Ci sono piaceri che durano il tempo di un libro, sono limitati ad esso ma l’anima ne esce fuori arricchita, sazia di un qualcosa di cui non sapeva potesse saziarsi. Ci sono tramonti in perfetta solitudine, così perfetta ed acuta da essere meravigliosa.


Categorie: Diario notturno, Travelling | Tag: , | 1 commento

Yihye Tov

Solo ora mi accorgo di non aver mai parlato della città in cui per 4 mesi ho vissuto. Certo, di sfuggita ho lasciato che trapelasse un colore, ho provato a rendere la musicalità, a descrivere un odore. Tentativi vani. Dopo le mie ultime passeggiate in giro, libero di vagare senza mete e senza impegni, ho riscoperto parti della città che ormai credevo di conoscere: ho visto alcuni luoghi alla luce del sole, altri li ho apprezzati nel loro lato oscuro. Mentre scrivo sono ancora in grado di avvertire quanto reale e concreto sia ciò che mi circonda. Tra non molto, probabilmente, tutto assumerà i contorni sfocati di un sogno (e per tale ragione ho voluto fermare pochi istanti in questo luogo: per ricordare quello che è stato e quello che io sono stato). Tutto reale, dunque. Ritmi e abitudini diverse (ma nemmeno poi tanto: le vere differenze, e i reali attimi di smarrimento, li ho avvertiti viaggiando in giro per il paese, nelle stazioni, stando a stretto contatto con anziani e immigrati e arabi e cristiani e soldati e ortodossi; non qui, qui ci si dimentica di essere in Israele, qui c’è lo stesso edonismo di una grande capitale europea, solo temperato da un carattere volenteroso che sa farsi duro nei momenti di difficoltà), una babele di lingue che si riflette nei mille gusti e sapori di una cucina altrettanto cosmopolita. Tutto così reale che faccio fatica a pensare all’idea vaga ed astratta che avevo di questa terra prima di partire.

E’ difficile dare un’idea di una città. Quella te la formi camminando per le sue strade, osservandone le contraddizioni, provando poi ad immaginarla nei suoi antichi splendori o, in questo caso, riportando alla mente un passato non troppo remoto in cui tutto aveva forme incerte: strade non asfaltate, accampamenti di persone, alberi appena piantati, le prime pietre posate sui quei luoghi dove sarebbero sorti gli edifici importanti, quelli a cui tutti avrebbero fatto poi riferimento, nella realtà o soltanto nell’immaginario. E non potrei nemmeno dire di averla amata per questo, nonostante la bellezza di alcune sue strade in cui è ancora fulgida l’anima bahuaus, e nonostante la visione della città vecchia di Jaffa, che si erge in lontananza e sembra raccontare più di quello che si è in grado di capire. No, ciò che mi mancherà di più sarà l’anima, la vitalità, le persone. Al netto di tutto, se dovessi portare a casa solo un’immagine, se dovessi rispondere ad una domanda diretta, direi che serberò il ricordo degli abbracci che le persone si scambiano, qui: caldi, sentiti, lunghi, appassionati. Un modo per comunicare l’affetto che è una caratteristica nazionale, mi è parso (l’altra sono i racchettoni; ho scoperto che esistono al mondo dei veri e propri professionisti di quello che credevo essere solo un passatempo da spiaggia. Qua è questione di vita o di morte).

In una sorta di romantico addio, ho ripercorso i luoghi dell’inizio. Ho camminato per quelle strade prima sconosciute, ma in cui ora sono stato in grado di riconoscere un piccolo dettaglio o una persona. Mi sono riaffacciato sul mare, lungo la passeggiata appena fuori all’ufficio, ricordando quanto quella visione avesse placato il mio animo in quel primo giorno così pieno di paure; appena vidi quei riflessi azzurri, in quella giornata così calda e tersa, realizzai che non potrei mai vivere in una città lontano dal mare. Un orizzonte o il suono delle onde sono diventate una priorità, in una stravolta scala di valori (oppure la scala è sempre la stessa, sono io ad essere stravolto).

E ho pensato poi alle persone che ho conosciuto: più di tutto, questo è stato il senso reale di questa esperienza. Il vero arricchimento c’è stato parlando con loro, ascoltando e raccontando, lavorando insieme o perdendo tempo in giro in posti poco raccomandabili. Il valore aggiunto c-[ stato parlando con persone provenienti da una cultura tanto diversa, provando un confronto che a volte [ stato surreale, c’è stato ridendo di cuore di una stupida inezia o preoccupandosi per un mai così incerto avvenire, ora più di prima. Ma insieme. Vorrei dire tante altre cose ma il tempo non è più dalla mia parte. Raccontare una piccola parte delle sensazioni che ho vissuto è stato bello e liberatorio. Pensavo che una volta in Italia avrei continuato a scrivere su questo blog, ma è più giusto che queste poche pagine rimangano qui fluttuanti a raccontare soltanto questo pezzo di vita. Magari altre ne verranno. Ora si torna alla vecchia vita, che è anche un po’ nuova. Il taxi giu’ casa mi attende, come in un vecchio film. Prima dell’ultimo abbraccio con il piu’ strano e folle coinquilino potessi mai avere, rivolgo a me e a voi l’augurio del titolo: le cose andranno bene.

Categorie: Melaviv, Travelling | Tag: , , | Lascia un commento

Molto forte, incredibilmente vicino

Lo sherrut n. 18 che da Gerusalemme porta a Ramallah si regge in piedi per uno strano miracolo. La pioggia picchietta sul tetto in maniera furiosa, e ad ogni scossone cui la strada dissestata lo obbliga si teme che possa andare in mille pezzi. Non è la giornata ideale per andare in giro. L’unico colore è il grigio, e il campo visivo si arresta dopo pochi metri. Le mura della città vecchia di Gerusalemme sembrano provenire da un vecchio libro ammuffito, e sotto i tendoni delle bancarelle si raduna una folla vociante.

Le due città non distano molto, un cartello indica 15 km, ma per raggiungere la capitale temporanea dell’Autorità Nazionale Palestinese bisogna superare il checkpoint Israeliano. Con mia grande sorpresa il piccolo trabiccolo passa indisturbato, mentre una litania continua a scorrere in sottofondo nell’abitacolo (l’umore e le suggestioni della musica cambiano al variare di quelli del paesaggio: dalla spensieratezza relativa e l’ordine dal quale provengo ad un pugno nello stomaco: queste due potrebbero essere usate per descrivere insieme musica e paesaggio). Mi chiedo: che ci faccio qui? E non so darmi una risposta, sapevo che qui non avrei trovato posti da visitare, nessun monumento verso il quale volgere lo sguardo, nessuno scenario di cui rimanere estasiato. Eppure. La voglia di mettere la testa oltre la cortina e vedere cosa c’è in quest’altra parte di mondo è stata più forte di ogni considerazione razionale. D’altronde, la mia condizione è privilegiata: tutti sanno cosa c’è dall’altra parte, ma se hai avuto la fortuna o la sfortuna di nascere nell’una o nell’altra, allora tutto il resto ti sarà precluso. Io sono inoffensivo, pittoresco: chi ti ha detto di venire a Ramallah, mi chiede il tizio a cui chiedo informazioni, non lo so, nessuno, ero solo curioso, rispondo io, e la sua alzata di spalle vale più di mille parole. Continuiamo a camminare insieme. Il suo sguardo gentile stona con la bruschezza delle sue parole. Com’è la vita qui, chiedo, e lui mi risponde che è l’unica possibile. Mi sento in dovere di chiedergli qualche altra cosa, forse lui saprà dove si trova la tomba di Arafat, e se è possibile raggiungerla a piedi o con un economico sherrut. Non siamo mica a Tel Aviv, qui, mi risponde.

E in effetti la differenza non potrebbe essere più grande. La cosa che mi colpisce di più è la grande confusione che c’è in giro per le strade. Le persone camminano in maniera disordinata per la carreggiata, le macchine suonano mentre tuoni minacciosi incombono. Ma forse un motivo per tale trambusto c’è: in Manara Square saranno almeno in 1000 a dimostrare contro il recente veto degli Stati Uniti ad una risoluzione dell’ONU che condanna gli insediamenti israeliani in quello che è supposto essere il futuro Stato Palestinese. Il tono della musica e degli slogan e le foto del Presidente non lasciano spazio a dubbi: sebbene si alzino al vento le bandiere di Egitto e Tunisia, questo popolo supporta le decisioni dei suoi leader, più che volerne la fine. Non si possono fare paralleli, eccetto quello della uguale e comprensibile voglia di libertà. D’un tratto passa una macchina con appeso allo specchietto retrovisore un arbre magique con i colori della bandiera americana. Cerco di scrutare lo sguardo dei miei vicini, anch’essi attirati da quell’oggetto così piccolo, e fantastico sull’identità di quell’uomo, un soldato probabilmente.

Dopo un po’ sento il bisogno di allontanarmi. Giro senza meta per la città, come spesso mi è capitato, ma l’atmosfera è irreale. Un vento sferzante fa tremare le vecchie insegne di una famosa catena di pizza express, i palazzi sono scrostati e tutti sembrano correre da qualche parte, facendo attenzione a non mettere i piedi in un fosso, nel dedalo delle strade che sembrano dovere essere riasfaltate ma che invece sono lasciate così, terra e pietre e nessun cartello, e allora penso al senso di precarietà e penso al fatto che l’arredo urbano non è proprio una delle priorità, da queste parti. Ma sono pensieri superficiali che si arrestano non appena avverto l’odore di falafel dai chioschetti affollati. Ne chiedo uno e rimango estasiato dalla velocità con la quale il mio pranzo è preparato. Stavolta dentro vi sono pezzetti di limone e strane verdure sott’olio. Non ho mai mangiato una cosa così buona, da quando son qui.

Mi avvio verso la tomba del vecchio Presidente. Sul muro di cinta scorgo una targa che suggella il gemellaggio tra Ramallah e Rio de Janeiro. Vedere accostati i nomi di Abbas e di Lula mi fa uno strano effetto. Il monumento tombale è ancora più desolante, visto nella prospettiva di una giornata come questa. Due guardie a fare picchetto, nessuno in giro. Se dovessi giudicare la memoria storica, il lascito anche visivo ed empirico all’interno della città che funse da quartier generale dell’Autorità Palestinese, direi che questo è di poco effetto, capace di una presa blanda. Tutt’altra storia in Rabin Square a Tel Aviv, enorme e ariosa, con la sua nuova fontana che di notte si illumina. A due personaggi così distanti (ma avvicinatisi poi inaspettatamente, con quella famosa stretta di mano e quel Nobel infruttuoso) corrispondono due luoghi altrettanto diversi. Scatto le mie fotografie di rito, lancio uno sguardo alla valle. Non è necessario rimanere il quel luogo un minuto di più.

Ritorno nella piazza principale e vedo le stesse scene di prima. Le stesse persone, forse solo raddoppiate in numero, gli stessi carri che girano intorno alle sculture dei leoni al centro della piazza. Girano in tondo, tornano al punto di partenza, nulla di più, non si muovono da lì. Mi passa per la mente che non potrebbe essere altrimenti, che il parallelo con la situazione politica è ovvio ma preoccupante. Ad un tratto la folla si dirada e tutti iniziano a correre. Comincio a temere il peggio, ma è solo la pioggia che si abbatte violentemente sulla città.

Sono stanco, cerco un bus per tornare a Gerusalemme. Un ragazzo abbandona il suo chioschetto, visto che non è in grado di parlare inglese, e mi accompagna attraverso il mercato per raggiungere la stazione-parcheggio. Ma il bus che vuole farmi prendere è diretto a Jericho. Sono tentato dall’idea di farmi trasportare dagli eventi, ma il freddo e la stanchezza prendono il sopravvento. D’altronde, non bisogna sempre lasciare qualcosa di intentato, mentre si viaggia, allo scopo di lasciare spazio ad un ritorno venturo?

 

Categorie: Melaviv, Reporting, Travelling | Tag: , , , , , , | Lascia un commento

Addio alle armi – part II

The revolution will not be televised, cantava Gil Scott-Heron negli anni ’70. La tua rivoluzione non sarà spiata dall’occhio della telecamera, non ti sarà servita in casa come un qualunque film d’azione che puoi vedere stravaccato sul tuo divano. E si sbagliava. La rivoluzione nei paesi Arabi ha l’occhio di una videocamera, di un telefonino, si propaga su impulso di parole lanciate nella rete e captate con qualunque mezzo, nonostante la censura. Si dice che si tende ad esagerare il ruolo che internet ha avuto nell’aggregare una moltitudine di persone scontenta del suo destino e che impavidamente è scesa in piazza. Non c’è nulla di esagerato: se confiniamo la rete e l’interconnessione globale nell’ambito dei mezzi e non dei fini, ci rendiamo conto che un mezzo straordinario è ora usufruibile da una quantità di persone prima impensabile, anche se da ultimo il successo di una rivolta, il concretizzarsi di una presa di coscienza rimane in mano a molteplici ed incontrollabili fattori. Ma succede anche che la rivoluzione diventi un format: la CNN prepara sigla e titoli di testa, su youtube gira un montaggio delle scene più spettacolari degli scontri e delle parole dei manifestanti in Egitto, colmi di speranza e paura, e con un’avvincente canzone rock a fare da colonna sonora.

E poi c’è Wycleaf Jean che dedica una canzone dal titolo “Freedom” al successo delle manifestazioni che hanno costretto il presidente a dimettersi, e c’è un cantante egiziano che improvvisa poche strofe mentre è in piazza a festeggiare e subito c’è chi pensa di registrarle in presa diretta e montarle su una base drum and bass e metterle a disposizione di tutti, l’ennesimo inno della rivoluzione comodamente scaricabile, da tutti e in ogni momento. Musica e rete e rivoluzione, era di questo che volevo parlare, ma non proprio di questo.

Nel tumulto generale vi è stata un’altra cantante che ha scatenato un dibattito ampio, polemico, sull’opportunità o meno di tenere un concerto qui a Tel Aviv. Tutto è nato da una dichiarazione sulla sua pagina facebook. Scrive Macy Gray: “sto ricevendo tante lettere da attivisti che fanno pressione affinché io boicotti non presentandomi al concerto, in protesta dell’Apartheid contro i Palestinesi. Quello che il governo Israeliano sta facendo ai Palestinesi è disgustoso, ma io voglio venire. Ho un sacco di fans lì e non voglio annullare, anche perché non so se questo gesto cambierebbe qualcosa. Cosa ne pensate? Rinunciare o andare?”

Ora, il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) è il boicottaggio politico e culturale lanciato nel 2005 da 171 organizzazioni no-profit palestinesi contro Israele, fin quando questa non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani. A questo boicottaggio hanno aderito nel tempo artisti come Santana, Costello e lo stesso Scott-Heron citato all’inizio. Artisti con le idee chiare, a differenza di Macy Gray. Ciò che ne è risultato è stata una serie infinita di risposte al suo post, aspre e contrapposte. Alla fine la decisione dell’artista è stata quella di non cancellare lo show.

La questione è infinitamente lunga e complessa, e non sono in grado di semplificarla nelle poche righe di questo post, per la pazienza di chi legge. Gli eventi si sono susseguiti: in questa giornata era in previsione una rilettura della proposta di legge contro il boicottaggio. Le conseguenze, se questa legge passasse, potrebbero essere gravi, ma anche bizzarre: gravi perché qualunque colono che abbia il sospetto che un commento – uno qualsiasi, uno lanciato nella rete da un blogger qualunque – possa aver causato danni ai suoi prodotti per essere pro-boicottaggio, può citare in giudizio e vincere facilmente senza che occorrano prove del collegamento tra dichiarazione e danno; e bizzarre, perché in un altro articolo si dice che chiunque non cittadino di questo Stato che abbia un comportamento pro-boicottaggio può essere costretto a far cessare la sua condotta, e in ultimo vedersi negato l’ingresso nel territorio per 10 anni. Un po’ come dire che si costringerebbe Ken Loach a partecipare ad un film festival Israeliano, e dopodiché negargli l’entrata.

Mi sa che ho appena sfiorato la questione. Volevo che mi si formasse un’opinione sull’opportunità o meno di essere a favore del boicottaggio, volevo ragionare sui suoi effetti, non accontentandomi della prima risposta disponibile. Ma poi son dovuto andare in lavanderia, poi ho dovuto fare la spesa, poi è successo che ho un po’ alzato il gomito e poi è successo che, tra le altre cose, ho anche lavorato. La vita mi ha oltrepassato e le cose si sono confuse, proprio come in questo post. E il paradosso sarà che avrò le idee più chiare quando sarò lontano da tutto questo. Tra poco, per fortuna o purtroppo.


Categorie: Melaviv, Reporting | Tag: , , , , , , | 1 commento

Il filo rosso

Rosso è l’orizzonte che scorgo dietro un grattacielo in embrione. Percorro Rothschild Boulevard e la strada termina in modo innaturale: la fine della strada, ma non è una fine, o almeno non quella che la nuova costruzione offrirà allo sguardo. Tra quanto tempo? Non lo so, ma se dovessi fare una stima approssimativa credo che si tratti di pochi anni, pochi mesi, forse basta alzare lo sguardo adesso e la celere produttività israeliana avrà già aggiunto un paio di piani all’edificio ancora senza nome, ancora senza utilità. Già, quale utilità? Qui la popolazione aumenta a ritmi elevati (boom!) e bisogna fare spazio, creare spazio, riempire il vuoto. Occuparlo. Ok, l’ho detto.

Quali le reali esigenze demografiche di un paese in piena corsa verso il benessere, con le sue società quotate in borsa, con le sue start-up, dove è difficile camminare per i bei viali alberati di Tel Aviv senza incontrare coppie sempre più giovani con pargoli al seguito, pargoli che verranno mandati a servire l’esercito e poi scapperanno in giro per il mondo e poi torneranno? Perché si torna sempre. In qualche modo, in un modo del tutto peculiare, tornare è un diritto. Ma è un diritto che pian piano si è trasformato in qualcos’altro a cui non so dare nome, ma che so essere animato da una profonda mancanza di criterio. Ogni pezzo della vecchia terra santa deve ritornare nelle mani giuste, le uniche legittimate, è questo quello che sembrano pensare le ali meno moderate dell’ortodossia ebraica. E allora il filo rosso di questo pomeriggio mi riporta allo Sheperd Hotel.

Situato nel quartiere Sheikh Jarrah, nella parte orientale e araba di Gerusalemme, lo Sheperd Hotel fu costruito nel 1930 e doveva servire da residenza per il Gran Mufti di Gerusalemme, la suprema autorità giuridico religiosa del popolo arabo-musulmano in Palestina. Muhammad Amīn al-Husaynī, questo il suo nome, è noto per essere stato uno dei principali nazionalisti arabi, precursore del fondamentalismo islamico e antisionista, il quale non disdegnò l’appoggio alla Germania nazista per fermare l’immigrazione ebraica tedesca durante gli anni ’30. L’hotel è sempre rimasto inabitato.

L’hotel è stato ora demolito per decisione governativa, al fine di costruire “unità abitative” per gli ebrei. La disputa è laddove l’hotel sia stato comprato dagli ebrei, se invece sia stata solo la terra ad essere acquistata rimanendo l’hotel di proprietà dei discendenti di Husseini, se la transazione sia avvenuta o se sia invece da considerare nulla per effetto di vizi di forma. A questo punto è difficile capire: come spesso succede, la realtà è narrata da opposte posizioni, le quali non consistono semplicemente in opinioni (su quelle, talvolta, si può discutere) ma in due inconciliabili modi di raccontarla.

Ora, premessa la storia travagliata di cui sopra, e accettando il fatto che Gerusalemme sia la città santa del Giudaismo, e concordando sul fatto che gli ebrei abbiano il diritto di vivere ovunque vogliano in Israele; dando per scontata, inoltre, in uno sforzo immaginativo, la volontà di un Dio che al pari di un agente immobiliare si dà da fare per popolare ogni quartiere della città santa con membri del popolo eletto, ritorna la domanda di cui sopra: quale utilità? Se l’unica preoccupazione di un ebreo israeliano è l’acquisizione di ogni centimetro quadrato della Israele biblica, allora l’utilità è massima. Ma se gli interessi di questa persona si estendono alla pace, alla possibilità che un altro popolo meriti uno Stato in cui vivere, alla possibilità di poter continuare a chiamare democratico questo Stato, allora ciò che sta accadendo è perfettamente inutile e dannoso.

Andar contro questo tipo di politiche (auto-lesioniste in ultima istanza, perché minano la credibilità del paese a livello internazionale) può essere considerata una posizione che va contro l’interesse dello Stato, una posizione sovvenzionata dagli stati nemici e in quanto tale meritevole di essere trattata come Hezbollah? E’ questo quello che è stato affermato durante le manifestazioni pacifiste della scorsa settimana a Tel Aviv. La Knesset ha deciso di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per indagare sulle attività di gruppi di sinistra “e sul contributo che danno alla campagna di delegittimazione contro Israele”. Sembra che non sia più possibile, in questo luogo, essere di sinistra, e sembra che lo stesso partito laburista stia implodendo. Quei cittadini che manifestavano contro il razzismo, per i valori democratici e per la fine dell’occupazione sono destinati a rimanere senza voce (mi ricorda qualcosa).

Il rosso svanisce lasciando posto al grigio delle nuvole. Il rosso indica a tutti lo stop: avanti non si può andare. Sarebbe consolatorio pensare al verde di quella linea tracciata nel 1948 per indicare la possibile coesistenza di due popoli e due stati. Nonostante tutto, questa è l’unica soluzione possibile, e il ritardo con cui ce ne si accorge spiega gran parte delle tensioni che si vivono in questo pezzo di mondo.

Categorie: Melaviv, Reporting, Travelling | Tag: , , | Lascia un commento

Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

Tornare in un luogo in cui sei straniero ti rende straniero il doppio o ti rende straniero la metà? Il ritorno moltiplica lo spaesamento o ne riduce gli effetti?

Talvolta ho la sensazione che sia vera la prima impressione, che cioè tutto quello che è cambiato durante il tempo della mia assenza – relativamente poco – sia in realtà soggettivamente enorme per me. La città respira con un ritmo diverso. Uno strano inverno è giunto inaspettato, un inverno mite e pacioso paragonato a quello italico, ma che eppure risulta più rigido: più che mancare le coperte a dare calore, mancano le persone. Lo scenario è mutato in pochi giorni. Le persone si stringono nei cappotti e sui selciati ci sono foglie del colore dell’ambra, un vento impenitente sferza gli alberi implacabilmente nudi, i cani sonnecchiano e cercano riparo, al mercato sembrano tutti urlare di meno. Cambiano le tonalità: i chioschi della vita notturna sono chiusi, luci fioche a far capolino si intravedono tra le serrande, un grigio nuvolone compatto si profila instancabile all’orizzonte e un’aria sonnacchiosa si impossessa di tutte le cose. I rumori, anche quelli diversi: stridore di pneumatici sul bagnato, scrosci improvvisi, musica attutita dagli abitacoli delle macchine coi finestrini chiusi e appannati. Sarà l’inverno travestito da autunno che mi rende più straniero, o forse la città meno ospitale e aperta o evasiva e meno disponibile come una donna col mal di testa, o forse è altro? E’ altro, senza dubbio.

Non ti rendi conto del tempo che passa se non c’è una stagione che volge al termine.

Ma poi tutto ad un tratto pensieri e movimenti nascono con un automatismo, ci si ritrova alla fine dell’ipnosi, uno schiocco di dita e ci si guarda intorno, meravigliati, quanta strada che si è fatta, e dov’era rivolto  il nostro sguardo, dov’era che volevamo andare, e poi ti sovviene che l’unica differenza tra un sogno e una follia è che solo quando pensi che quest’ultima sia realizzabile allora cominci a sognare davvero, chi l’ha detto, proprio non lo ricordi, forse è un pensiero della tua vita non vissuta che avevi dimenticato di vivere, un’inesistente scivolare verso un tepore senza tempo, senza luogo, ma non avevi detto di voler smettere? sì, ma ricordo anche che non hai mai preso in considerazione la possibilità di non ricominciare. Ricominciamo.

Altre volte accade che ciò che prima era del tutto estraneo ora appartiene al tuo immaginario. Riconosci luoghi, volti, odori, ti abitui al mutare repentino delle nuvole che improvvisamente fanno largo al caldo e alla luce. Qualcuno in un negozio mi saluta, era l’accenno di un sorriso, quello? Noto un tizio in bicicletta con una barba da santone indiano, aria spaesata e andatura zigzagante, e ricordo che forse una volta l’ho battuto a scacchi, o forse lui ha battuto me, o è soltanto la necessità di rivedere un volto amico, qualcuno con il quale parlare e condividere pensieri senza senso e che ti ricordi che sei già passato di qui. Il gattino che si nasconde dietro l’oblò del piano ammezzato sembra cresciuto e sembra non soffrire il freddo.

La lontananza può essere delle anime o dei corpi. A volte le due necessità si sovrappongono, altre invece è solo una a prevalere sull’altra. Più spesso, l’abitudine mette la parola fine a tutte le speculazioni filosofiche: a quale nuovo inizio non ci si abitua? Abitudini che vanno in frammenti, frammenti che si cristallizzano in nuove abitudini. Fino alla prossima fine. E a quale fine non ci si abitua?

Resto solo, in questo modo imparo a condividere. L’aria è fredda e pungente, ma il sorriso della luna si fa inaspettatamente più ampio. Le nuvole si sono diradate, le stelle non si vedono ma si immagina una vita laggiù da qualche parte, si immaginano tutte le cose del mondo. Domani sarà ancora inverno, ma sarà una bella giornata.

Categorie: Melaviv | Tag: , , , | 3 commenti

Florentin

Entrare davvero in contatto con una città non è facile, con le sue notti e con le sue mattine, con il ritmo della folla, le urla nel mercato, l’onnipresente rumore dei racchettoni quando si passeggia per il lungomare, il tempo di un taglio di capelli o della lavatrice a gettoni che ha finito il suo giro. La sua anima, che dir si voglia. Più di altri, il quartiere di Florentin ne possiede una del tutto particolare, per capire la quale bisogna darsi un po’ di tempo, estraniarsi dai ritmi della vita quotidiana ed immergersi in una irrealtà tanto vivida da sembrare un sogno lucido. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capirlo, per essere vagamente soddisfatto di abitare in una stradina invasa da negozietti di bigiotteria da vendere a tanto al chilo, di empori odorosi di spezie, di venditori di giocattoli presi d’assalto per l’imminente festa delle luci, con l’eco di una tromba suonata dal vecchio proprietario di una bottega di cianfrusaglie impolverate che è possibile udire alle ore più insensate.

La notte in cui arrivai il tassista mi lasciò nel mezzo di Eilat street, la strada da percorrere se si vuole arrivare a Jaffa evitando l’affollato lungomare, infuriato con me perché si era perso e mi aveva fatto perdere lungo quegli incroci che non promettevano nulla di buono, con locali seminascosti dai quali usciva solo una musica soffusa e una nenia in questa lingua di cui non sapevo ancora riconoscere i suoni. Sembravo catalizzare tutta l’attenzione di quella notte, come se quelle scavatrici rumorose, come se le persone che fumavano fuori ai locali e persino il poliziotto all’incrocio fossero state messe lì per me, un bizzarro copione già scritto da molto tempo e che ora finalmente mi si materializzava davanti agli occhi. Non posso più dimenticare l’immagine di quella strada percorsa più volte avanti e indietro quella notte, e ogni volta che ritorno a casa rivolgo uno sguardo a quell’incrocio in lontananza, e un sorriso mi si forma impercettibilmente in viso, come un segno di intesa con un qualcuno, o qualcosa, con cui si è condivisa un’esperienza unica, irripetibile pur se nella sua banalità. Quella notte mi raccolse poi un ragazzo, forse mezzo ubriaco, e con la sua macchina attraversammo i vicoli di Florentin. Vidi un fermento e una gioia del tutto particolari che poi avrei compreso soltanto dopo, un pulsare impercettibile che mal si accordava con l’aspetto degradato del luogo, palazzine che sembravano abbandonate, recinti di lavori in corso che sembravano non essere mai iniziati, immondizia per la strada. Avrei voluto fiondarmi subito lì in mezzo, ancora in giacca e camicia, divisa d’ordinanza per tentare di non destare sospetti ai controlli in aeroporto, e raccontare il mio viaggio lungo 12 ore a chiunque mi capitasse sotto tiro. Ci eravamo persi, di nuovo, e mentre lui chiedeva informazioni io lasciavo vagare uno sguardo furtivo su quel mondo così strano. Finalmente la macchina prese la giusta direzione, e alle 3 di notte raggiunsi la camerata di un ostello assurdo, e con ancora indosso il jeans e con un braccio poggiato sui bagagli mi addormentai, spaventato ed eccitato, stanco e vigile, tutte queste cose insieme e molte altre ancora.

Ma ho divagato. In realtà il mio primo contatto con Florentin è stato anche l’unico, fino a poco tempo fa. Mentre mi aggiravo per i suoi vicoli mi rendevo conto di non essere pienamente cosciente di quanto mi circondava, sapevo di avere uno sguardo che non intaccava la superficie delle cose. Man mano ho imparato a riconoscere gli sguardi intensi delle persone che vi ci abitano, a vedere le strade ripulite nottetempo in pochi minuti, ma più di tutto ho cominciato a notare le sue luci, vivide di giorno e rosse e tenui di notte, l’alone misterioso degli ex-palazzi industriali che sembrano far parte di una scenografia di un film girato tanto tempo fa e che forse nessuno ha visto, e le insegne dal neon tremolante fino all’ingresso dell’eterno AM:PM, e  basta alzare lo sguardo e vedere altre luci che si accendono, musica che inizia a suonare, tutto nel giro di pochi minuti, un fuoco che improvvisamente si ravviva. Un’anima ampia, generosa, che avvolge le strade fino ad ogni suo più piccolo e lercio negozietto, salendo fin su sui tetti, che se si avesse la possibilità di una visione dall’alto si scorgerebbe un caleidoscopio che è proprio di ogni ora, in ogni giorno. Prendere parte a queste epifanie notturne non è difficile, si urla dalla strada se c’è una festa, e la risposta affermativa sottintende un invito a salire, in modo del tutto spontaneo, come se si fosse amici di vecchia data che si siano dati appuntamento per una serata. I pazzi che ho conosciuto mi hanno detto che ciò fa parte del modo di sentire di ogni persona che sia qui da tanto tempo da considerasi cittadino, così come di ognuno che sia solo di passaggio, al seguito di una carovana hippie o intenzionato a fare aliyah. Immediatamente ci si sente uniti in uno stato d’animo aperto e curioso, non importa chi sei e come ti vesti, per quanto tempo ti tratterrai e se sei da solo e disorientato. Può darsi che dipenda da ciò che tutti hanno in comune, al netto delle differenti opinioni e orientamenti religiosi, e cioè la lunga esperienza dell’esercito e la conseguente, inevitabile fuga per il mondo, ad inseguire chissà cosa, forse soltanto un Libro, tra le cui pagine nascono gli istinti, le mode, le destinazioni verso cui scappare dal proprio paese, con l’intenzione di farvi ritorno che matura solo dopo un viaggio dimentico di tutto e pieno di splendori e conoscenza, come colui che ritorna da chi è finalmente in grado di amare, dopo aver imparato ad amare se stesso. La prima parte della giovinezza trascorsa lontano da casa, spesso da soli, diventa il background comune della sua seconda parte, quella della maturità, in cui si fanno figli e man mano ci si integra, trascinandosi a forza nei confini ora meno angusti di una vita da cui si è smesso di fuggire. E allora un luogo del genere, così distante dal mainstream che anima le strade di altre parti della città, diviene il luogo d’elezione di studenti e artisti e visionari di ogni genere, un crocevia irreale all’interno di una città che è essa stessa avvolta in una bolla, come si dice, dal resto dal paese, totalmente diversa per storia e prospettive.  Florentin forse è un rifugio, nella mia immaginazione, forse è l’idealizzazione di un mondo che nella realtà risulta più sfaccettato, più controverso. Ma nonostante questo, mi piace credere di far parte di un luogo in cui un’energia così forte si sprigiona dalle sue viscere. I suoi visionari e poeti non sono i negletti di una società che li ha abbandonati e che loro commiserano, quanto piuttosto il cuore di una città che nasce giovane e che sembra non dover invecchiare mai.

Categorie: Melaviv | Tag: , | Lascia un commento

Everything is illuminated

La notte di ogni grande città è diversa l’una dall’altra, penso mentre cammino in un’ora notturna che sembra non avere mai fine. Grattacieli in lontananza avvoltolati in una notte umida, lampioni per la strada che illuminano pezzi di mondo, musiche diverse, corpi che palpitano. Una notte di vicinanza e lontananza, la notte di una città che scalpita, piena di sguardi che magneticamente si attirano e immemore di altri che non esistono nemmeno in teoria. Luci distanti e suoni vicini, sapori ignoti ed odori insistenti. Cose che non si spengono mai ed altre che sono concepite per avere una breve vita. Ore che sono eterne e notti che non hanno fine, a meno che non si distolga lo sguardo da esse. Mondi separati che a seconda dell’umore o del giorno della settimana o della situazione politica sono paralleli o perpendicolari, mai messi di sbieco: la strada giusta da prendere è sempre univoca e piena di senso. E’ pur sempre il Mediterraneo, con il suo carico di inquietudini, mare e cielo si incontrano e guardano verso l’Europa. Sarà per questo che una folla che pare improvvisata si dirige verso quello che sembra una vecchia fabbrica dismessa, pochi passi e c’è il mare e una luna timida, tutti hanno con sé un tamburo e cominciano ad inventare ritmi nel buio, e chi ha le mani libere comincia a danzare, la danza folle di chi non ha più ore o forse ne ha tante, ed è tutto forsennato e dolce al tempo stesso, e in nessuna altra città la contraddizione potrebbe apparire più naturale, maggiormente correlata allo spirito invisibile che governa la terra.

Luci gialle e fioche appena svoltato l’angolo dell’ennesima strada in fermento, in quello spicchio di città che sembra dimenticato dalle luci più fulgide e dalle folle sciamaniche, decadente e romantico rifugio di studenti e artisti, di lavanderie a gettoni dove raccontarsi per trenta minuti, di chioschi e market che non chiudono mai, mentre i taxi sfrecciano verso Jaffa, l’antico porto visibile in lontananza, con le sue luci della città vecchia e della torre dell’orologio che fanno pensare ad un tempo lontano, inevitabilmente perduto. Ignari ciclisti mi passano accanto, è tardi ormai, qualche radio gracchiante ancora fa compagnia a qualcuno in un’ebbrezza ormai stanca, una musica riconciliante, se solo ne sapessi il nome. Il mio vicolo stretto e buio, ormai lo riconosco, sarà quell’odore di cuoio e di curry e di qualcos’altro che la mia bocca non ha mai pronunciato. Altrove la notte prosegue, forse è appena cominciata. Io abdico alla sua bellezza e aspetto la prossima.

Categorie: Melaviv | Tag: , , , | 1 commento

Road to Jerusalem

La strada per Gerusalemme non è un semplice titolo. La strada per Gerusalemme è un concetto, è cento anni di storia, la si può percorrere dormendo oppure vedendo scorrere ai lati l’enorme tragedia e l’enorme successo di questo paese. La si può percorrere in un’ora, stretti in uno dei tanti bus che fanno la spola tra Tel Aviv e Gerusalemme, oppure ci si può mettere un’eternità, e non solo per i check point che costringono le auto a code lunghissime: fantasticare può far distorcere le percezioni del tempo e dello spazio, e l’intervallo di un’ora può regalare scorci di un’epoca ormai passata e che pure fatica a passare.

Il paesaggio cambia man mano che ci si allontana dalla industriosa Tel Aviv: sobborghi industrializzati, file ordinate di grattacieli lasciano il posto a quello che si direbbe essere un paesaggio rurale, piuttosto rigoglioso. Ciò che sta dietro ai fitti boschi di aceri è, però, una precisa politica di rimboschimento da parte del governo israeliano, e subito balza agli occhi la differenza che passa con i territori occupati: un paesaggio arido e spoglio, dove il problema principale non sembra affatto essere la vegetazione, quanto piuttosto la siccità. Alle comunità ebree sparse per il mondo si chiede un obolo, si chiede di donare qualcosa per piantare un albero in quella homeland disboscata in quasi mezzo millennio dall’Impero Ottomanno. I bambini crescono con questa consapevolezza, un pezzo di questo paese appartiene a loro, un legame si stringe anche nella lontananza. Qui lontananza non vuol dire oblio.

La moderna superstrada attraversa paesaggi mutevoli. Si ergono ai lati i simboli della industrializzazione e del benessere economico, i vetri dei finestrini filtrano colori neutri, opachi. L’avanguardia tecnologica israeliana non si distingue per la vivacità dei suoi colori. Un solo colore contraddistingue nello stesso modo le cittadine arabe: minuscole case tinteggiate di bianco, ordinate e quasi discrete in quelle irrilevanti alture delle montagne della Giudea strette tra il Mar Mediterraneo e il Mar Morto. Ma qualcosa cambia presto: ci si comincia ad inerpicare, la strada diventa sinuosa, la carreggiata sembra restringersi quando si entra nella valle da cui si uscirà solo per raggiungere il Monte Scopus. Quella valle a cui lati si intravedono scheletri di carri armati, quella valle che bisognava percorrere con mezzi stentati per portare rifornimenti alla parte orientale di Gerusalemme, su cui Israele estenderà la propria giurisdizione dopo la guerra dei sei giorni del 1967. Non una vera e propria annessione ma estensione dei confini amministrativi e municipali, dato che la Giordania ne aveva acquisito illegalmente il controllo nel 1948 tramite un’azione di forza. Nonostante la Jerusalem Law del 1980, che intendeva conferire efficacia legale allo status, la comunità internazionale non ha mai riconosciuto l’annessione di Gerusalemme Est ad Israele.

Lasciando l’affollata superstrada si raggiunge la cima del Monte Scopus, sede dell’Università ebraica di Gerusalemme, foraggiata da ricchi ebrei americani doverosamente ringraziati con un’incisione su pietra. Il mattino è limpido e luminoso, un tiepido vento arriva dal deserto, la cupola dorata della Roccia splende in lontananza. Gerusalemme vista dall’alto è impressionante: secoli di storia si accavallano, culture e religioni lottano e convivono, un millenario nucleo giace in quella città vecchia cinta da mura, costellata di porte dai nomi biblici ma forate da più prosaici proiettili, e tutto questo, ci si può credere o no, lo si coglie in un solo sguardo. Nonostante le esclamazioni di stupore,  il silenzio si impone quando si rimira il Monte degli Ulivi a sinistra e i resti di tombe ebraiche, stretti loculi tanto simili a quello che sarà l’ultimo giaciglio del Messia. Ma un’emozione maggiore, un silenzio carico di significati si avverte quando in lontananza si intravede il famoso deserto, il profilo delle montagne di Giordania e quel delicato bagliore del Mar Morto: sembra impossibile e quasi anche ingiusto che un solo sguardo, che il nostro sguardo, possa abbracciare tutto questo.

Probabilmente sarei rimasto lassù per un tempo indefinito, a contemplare non so bene cosa, ad avvertire non so quale sensazione, se non avessi avuto l’urgenza di vedere, di toccare, di odorare. Da quell’altezza, e con quella visuale, si può credere che quell’aria di serenità e di pace, di perfetta commistione tra elementi così diversi possa essere duratura e credibile. Sensazione che non muta addentrandosi nei vicoli della città vecchia: i quartieri delle 3 più grandi confessioni religiose fianco a fianco, ognuno con la propria storia e le proprie peculiarità, ognuno coi propri simboli da difendere e con i propri altari da venerare. Cristiani e ortodossi e musulmani che si sfiorano e camminano insieme, i francescani che percorrono la via crucis e gli ebrei che si piegano davanti al muro del pianto, un semplice muro di cinta a protezione dei resti del secondo tempio, al cui interno si ritiene che vi sia la presenza divina, per non parlare delle moschee musulmane, che fanno di Gerusalemme il terzo luogo sacro dopo La Mecca e Medina.

C’è un verso della Bibbia che recita, nella sua versione inglese: Who are these that fly like a cloud, and as doves to their cotes. E’ il profeta che vede una moltitudine di gente che si reca verso Gerusalemme, per abbracciare il vero credo, e gli sembrano numerosi come colombe in volo che si recano verso il loro nido, in un solo corpo come una nuvola. Ecco, questo verso iscritto in una pietra situata nell’atrio del mio ufficio mi è balzato subito in mente mentre camminavo per i vicoli della città vecchia. Tanto numerose le persone e gli odori e le sfumature, così irreale l’atmosfera di pace e serenità. Solo fittizia? Nelle strade di Gerusalemme est accade che vi siano scontri, e la convivenza tra gli arabi, con il loro sistema di scuole e di ospedali e di trasporto pubblico separato, e gli ebrei può essere molto difficile. Ma questo è un qualcosa che non ho toccato con mano. Ho visto luoghi capaci di emozionarmi, seppur racchiusi in quel bozzolo dorato di una inevitabile propensione al turismo e alla mercificazione. Vicoli centenari, resti sotterranei dell’antica città, il vero o presunto sepolcro di Gesù, la carica emotiva che si avverte al muro del pianto; i suk arabi con le tipiche volte, tappeti misti a paccottiglia da turisti, rosari e croci da benedire ed enormi falafel cotti in angusti loculi ai margini della strada.

Vado via con la sensazione di aver visto molto, ma non tutto, non abbastanza. Questa città merita una seconda visita, magari in solitudine, meno frenetica, penso mentre il bus prende una strada secondaria che ci riporterà a Tel Aviv. Ci si addentra nei territori occupati, una strada presidiata dai cecchini al tempo della seconda intifada. Anche questa una strada che si percorre in un’ora. O forse no.

Categorie: Melaviv, Travelling | Tag: , , , | Lascia un commento

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: