Archivi del mese: novembre 2013

Una cosa semplice

Che poi, al rischio dell’autocompiacimento non sfugge nemmeno chi invoca la semplicità. Men che mai il sottoscritto, che ieri per inveire contro le derive della lingua italiana ha dimenticato di dire quel che voleva dire, che era una cosa molto semplice invero. Io sono un non credente. Il che è cosa diversa dal dire io non sono credente. Non sto negando di esserlo ma sto affermando il contrario. Questa è una cosa molto semplice da dire, e però quando ho sentito parlare di non credenti che si avvicinano, secondo il loro modo e i loro tempi, al mondo della fede, mi è sempre parsa una cosa molto complicata. Non è complicata. Io stesso l’altra sera sono capitato in chiesa, e non uno il verbo capitare a sproposito. Ero entrato nel chiostro della Basilica di Santa Chiara perché volevo osservare l’opera di un famoso artista, forse francese, che l’anno scorso pare abbia tappezzato la città con le sue opere “neo-rinascimentali”. Purtroppo, dell’angelica figura in questione rimaneva soltanto una testa mozzata e scritte volgari. Il classico refolo di vento e alcuni cani inquieti mi avevano convinto poi ad entrare nella chiesa, nella quale non mettevo piede da molto tempo. L’interno della Basilica è molto semplice: un’unica navata, soffitto a travi di legno incrociate, piuttosto alto, e cappelle laterali nelle quali timidi dipinti di santo risiedono. Era in corso una messa, e mi sono accomodato sulle lunghe panche. All’inizio osservavo gli altri avventori. Quelli che erano dietro, come me, non avevano nessuno con cui scambiare il segno della pace. Avevo provato poi a prestare attenzione alle parole del prete, sperando che egli fosse davvero una guida e non un semplice intermediario. Difficile, per chi non ha fede, ritrovare nei riti liturgici, recitati da tempo immemore immutati, una qualche verità. Forse mi sentivo semplicemente solo, fatto sta che riassaporavo tra me e me quel dubbio che mi porto dietro da un po’ di tempo, il fatto cioè che a volte temo che la ricerca della felicità per come la intendiamo noi, esseri umani nati dalla fine degli anni ’70 in poi in questa parte fortunata di mondo, leggasi odierna società occidentale consumista (ed edonista), sia un po’ immorale. Questa vorrei spiegarla meglio, ma a cosa servirebbe? Mi dilungherei inutilmente e a voi non interesserebbe. Vi basti sapere che all’uscita della chiesa ho conosciuto due donne della comunità di S. Egidio, e ho chiesto loro informazioni su come fare per servire da volontario durante la cena di Natale. Mi avviavo così con spirito felice verso il luogo dell’appuntamento di quella sera, appuntamento al quale guardavo ora con benevolenza perché mi avrebbe permesso di scrollarmi di dosso quell’eccesso di introspezione, quando mi sono sorpreso ad ignorare vari questuanti che chiedevano la carità. Volevo tornare indietro per cercare di riparare, per capire, e poi mi sono reso conto che ho tante domande e non so a chi farle.

 

Annunci
Categorie: Nàpolide | 2 commenti

Lingue dei paesi tuoi

L’Italiano è la lingua che abito. Non l’ho detto io, l’ha detto La Capria, scrittore napoletano. Parlare italiano mi era mancato, e quando sono tornato mi era parso strano dovermi abituare all’idea di ritornare a parlarlo ogni giorno, esprimere con esso bisogni primari e desideri astratti. All’inizio mi è stato difficile. Sia chiaro, non ero diventato come uno di quelli che, dopo una lunga permanenza all’estero, affettano un vago accento straniero e forme totalmente sgrammaticate. Eppure facevo fatica a ritrovare la fluidità. E ora che ho riabbracciato la mia lingua, ora che con essa rileggo libri e ritento scritture, ora che posso riapprezzare la semplicità di un Calvino o di un Tabucchi o dello stesso La Capria, mi adiro quando leggo le complicanze retoriche delle quali la nostra lingua è afflitta. Il burocratese, le parole difficili, i gerghi, i periodi lunghissimi, le subordinate nascoste, i verbi obsoleti. Ma non solo: pericolose e subdole derive sono il linguaggio pubblicitario, i sentimentalismi a buon mercato, i dizionari dei luoghi comuni. Tutto ciò non affligge solo la parola scritta ma tanto linguaggio di uso comune che ci viene propinato nella sua forma più ributtante, che ci viene vomitato addosso dai media. Ricordo di aver letto da qualche parte che il bilinguismo porta allo sviluppo di due personalità distinte, una per ogni idioma parlato a livello madrelingua. Ebbene io sostengo, senza alcuna possibilità di probazione scientifica, che tanta inefficienza e lassismo nella politica e nell’amministrazione – e a volte anche nel buon senso, buon senso di cui il cittadino medio, facciamocene una ragione (lo so che tu che mi leggi non ti consideri cittadino medio, tutti pensano di essere eccezioni alle statistiche), è sprovvisto – che anzi molti dei problemi che abitano questo paese siano figli dell’uso di una lingua così permissiva, che permette di dire tutto e il contrario di tutto senza dire poi niente.

Categorie: Diario notturno, Riflessioni | 3 commenti

Un politico senza cravatta

Alla fine del precedente post vi parlavo di una bella tiritera contro la cravatta che avevo letto da qualche parte, e allora voglio cominciare riportandovene un pezzettino:

“La cravatta è, secondo il dizionario, una striscia sagomata e modellata, di seta o d’altro tessuto, che viene annodata attorno al collo facendola passare sotto il rovescio del colletto della camicia. È strano pensare che tutte le mattine (mattine lunghe 24 ore, perché sono distribuite su tutto il pianeta) milioni e milioni di signori si annodano una striscia di stoffa colorata attorno al collo. Qualcuno a un certo punto ci penserà e si dirà che è proprio strano. La cravatta è l’invenzione di un reggimento di croati (da cui il nome) che combattevano per Luigi XIII, re di Francia nel seicento, e da allora va avanti così. La cravatta è una striscia o un pezzo di stoffa vecchio più di trecento anni che è cambiato un po’ ma da cent’anni è sempre uguale a se stesso, identico a se stesso, e identifica la gente. Perché la cravatta è, soprattutto, una cosa che assolve meglio di qualunque altra la funzione delle cose in questi i nostri tempi: definire il loro proprietario. Possediamo interi battaglioni di cose perché senza di loro non sapremmo chi siamo. Nessuna di queste cose è così facile da portare e dice tanto quanto

Avevo messo questo stralcio da parte e atteso un momento più propizio nel quale ritagliarlo su questo spazio. E il momento propizio è arrivato quando leggo del politico di cui al titolo, che non è quello a cui state pensando. Il vero protagonista di queste mie riflessioni è José Mujica, 78enne presidente dell’Uruguay. Per coloro i quali non ne avessero mai sentito parlare, ecco una breve biografia: nei primi anni 60 fa parte del movimento rivoluzionario dei Tupamaros, viene arrestato sparato internato, poi evade, poi lo rimettono dentro e poi lui per 14 anni studia testi di agraria e matematica in un carcere (che adesso è un centro commerciale a Montevideo) bevendo il suo piscio, poi esce ed è il primo ex rivoluzionario ad essere eletto in Parlamento. E poi diventa presidente. È in carica dal 2010, e forse alcuni di voi avranno visto il suo famoso discorso alle Nazioni Unite, oppure sentito parlare del fatto che devolve nove decimi del suo stipendio a ONG e vive con l’equivalente di 800 euro al mese in una casa che usa acqua piovana come approvvigionamento idrico principale.

Mi sembra questo un buon momento storico per imparare qualcosa dal suo messaggio, in un tempo in cui l’elite intellettuale di questo paese ci ricorda la tendenziale deriva populista del popolo italiano, il quale ama le ricette semplici e si lascia ammaliare dalle sirene. Mi dico però che esistono effettivamente uomini straordinari che sono in grado di rispondere alle aspettative che ingenerano, e il presidente Mujica è uno di questi: “La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito a guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e che ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono tempo per vivere.” Pare questa essere la traduzione in termini politici del concetto di Eudaimonia, parola che aveva dato il titolo a un post che risale al mio passato australiano, parola che presuppone e spiega la ricerca della felicità come esito di un comportamento morale (non edonistico, quindi): “Chi non è felice con poco non sarà felice con niente”.

E che altro c’è da aggiungere?

 

Categorie: Politica, Riflessioni, Ritagli | 1 commento

Senza immagini e senza finale

La bellezza non te l’aspetti all’inizio della giornata, proprio no, dovrebbe piuttosto essere il culmine di una ricerca che dovrebbe essere attiva e volitiva, e non invece sbattuta tra un ritardo del treno e una pioggia inaspettata. Nella mattina del tuo primo giorno di lavoro. Quindi forse sono giustificato se non ho scattato una fotografia, ma il fatto è che non ci avevo nemmeno pensato. Il panorama che si ammira dalla stazione di Portici è ormai ben radicato nel mio immaginario visivo, e poi c’era quel vento e la pioggerellina, insomma, non fosse stato per la ragazza che diceva all’amica che prevedeva fitte piogge perché le barche non erano uscite, io forse nemmeno me ne sarei accorto che stavano effettivamente tutte lì rannicchiate dietro agli scogli. La bellezza stava tutta lì, peccato non potervelo spiegare meglio. Poi c’era quella storia dell’umore un po’ sballottato per il riuscire a fare tardi la mattina del primo giorno di lavoro, ma anche quella storia che avevo letto la sera prima di addormentarmi (dato che mi ero ricordato che usavo fare così quando avevo delle abitudini regolari, quando non ero social, quando non uscivo per lenire una solitudine che non sapevo di avere: andavo a letto presto e leggevo), ed era una storia letta su Internazionale della scorsa settimana, una storia cruda e nuda sull’inutilità del lavoro, cioè della moltiplicazione, nell’epoca moderna, di attività lavorative che non apportano nessun beneficio alla società, che potrebbero tranquillamente non esistere, posizioni molto spesso ben remunerate e per questo motivo, per lo stridente contrasto con l’infima considerazione e modesta soddisfazione economica che ricevono lavori umili ma essenziali, ancora più inutili. Davvero, non c’era nulla da eccepire in quella storia, c’è da meravigliarsi come sia riuscito ad addormentarmi subito, e stamattina me la trascinavo un po’ dietro insieme a quei trenta minuti di ritardo diventati poi quaranta, senza contare l’emozione che alla fatidica penultima fermata si è finalmente mostrata, solo per un po’, soppiantata da una respirazione lunga e controllata, un’emozione compassionevole per un giovane trentenne che come un ragazzino si presenta sbarbatello e ripulito il primo giorno di lavoro. Lo sapevo che andava a finire a sentimento, mò una bella foto delle barchetelle di stamattina ci starebbe proprio bene. C’era un’illustrazione a corredo di quella storia del e sul lavoro, o in realtà accompagnava l’articolo seguente che continuava però sullo stesso tono: un’invettiva contro la cravatta. Mostra in ripetizione il volto di uno stesso uomo e diverse fasi del nodo della cravatta, il viso che invecchia e il cranio che perde i capelli e che al momento del nodo diventa teschio. L’invettiva contro la cravatta qualche volta ve la ritaglio qui, però dato che nel nuovo ufficio la cravatta non bisogna portarla concludo qui, senza immagini e senza finale.

Categorie: Diario notturno, Nàpolide | Lascia un commento

Ricomincio da tre

Di ritorno da un viaggio accade al viaggiatore napoletano di trovarsi in uno stato di acuita sensibilità nei confronti della propria città che si manifesta sin dai primi passi in aeroporto. La fermata del bus, gli orari. La fila che si distorce e contorce perché le regole non scritte fanno sentire la propria presenza. I volti dei figuranti in questo sogno di ritorno. A volte accade che l’ipersensibilità sia compassionevole: guardatela, povera città, non è colpa sua, ci sta provando con tutte le sue forze. L’autista del bus che chiede conferma ai turisti se i biglietti fossero proprio ciù e non uan; le bottiglie di vetro messe tutte nei sacchi neri, e pazienza se di colori diversi, già è tanto; due ubriachi che nella Piazza Capuana tentano di trovare un equilibrio duraturo in una danza sbilenca sotto il marmo annerito della porta aragonese; e poi lui, quel volto che all’estero lo riconosci subito, trasandato nonostante l’aspetto curato, una stanchezza e una sollecitudine nello sguardo, che si fa largo nel traffico dopo aver caricato sul tetto della macchina la sua bancarella. Tutta quella roba ammonticchiata avvolta in buste azzurre, mio dio. Riesco a scorgere un cartello tutto a tre euro che si affaccia al finestrino posteriore. E niente, in realtà dall’Aragòn ci sono appena tornato, solo che una notifica mi ha segnalato che sono tre anni che facciamo questo gioco del blog e mi son ricordato che tutto è cominciato dopo un ritorno a Napoli. Ricomincio da qui.

Categorie: Nàpolide | 7 commenti

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: