Articoli con tag: Rivoluzione

La macchina del tango

Tutto cominciò per un refuso. Strano, pensò il direttore del giornale, insospettito dal fatto che la lettera T e la lettera F fossero sì vicine, sulla tastiera, ma poste su due livelli differenti, che anche battendo ad occhi chiusi si sarebbe dovuto percepire uno sfasamento. Ma ancor di più il direttore era insospettito dalla serie di circostanze che avevano portato tutti gli ingranaggi della catena editoriale a sorvolare su un errore così grossolano. Non rimase lì a rimuginare a lungo, c’è da dire. Il giorno successivo il caporedattore in persona avrebbe scritto una breve nota, l’avrebbe fatta apparire in un trafiletto in prima pagina e si sarebbe scusato dell’errore così pacchiano, che il fedele pubblico di lettori aveva già bollato – ne era certo – come irrilevante. E invece.

“La macchina del tango colpisce ancora”, recitava il titolo sbattuto in prima pagina. Un altro virgolettato nel sottotitolo chiariva che, ormai, la macchina del tango era diventata “questione istituzionale”. Tutto prese l’abbrivio lentamente ma in maniera inesorabile. Le persone avevano in odio i mezzi di informazione ma ne avevano sviluppato una dipendenza inspiegabile: i dibattiti che venivano invocati, le notizie scelte e, appunto, mediate, scandivano i pensieri e la vita quotidiana anche di quelli che provavano a rimanerne ai margini. Le notizie nuove facevano fatica a distinguersi da quelle vecchie, e ogni cosa che era già stata detta provava a spacciarsi per novità. Quel titolo era rimbalzato tra i social network, la carta straccia del giornale che il giorno dopo già marciva nella spazzatura aveva trovato una seconda vita, destinata a rimanere, se non eterna, archiviabile e recuperabile dalle future generazioni. Qualcuno ebbe l’idea: e tango sia!

Il comizio del candidato locale di un piccolo comune si sarebbe dovuto tenere quella sera stessa. Un manipolo di artisti e disoccupati e precari e insegnanti e qualche bambino aveva fatto da picchetto sin dalle prime ore del pomeriggio. Contro che si sciopera, chiedeva qualcuno, e la risposta in molti casi era un’alzata di spalle, un sorriso represso nello sguardo, come a dire “ma non te ne rendi conto”? Mai si era vista una piazza recintata da uomini inamidati in camicie bianche di lino e donne avvolte in neri tubini e in equilibrio su tacchi improbabili, bambini che reggevano cartelli con su scritto: “la macchina del tango sta per partire”. E si vedeva anche l’occasionale nerd, quello che fino a ieri provava ribrezzo per il suo attivismo telematico ma che eppure non sapeva rinunciarvi, reggere un cartello con la scritta “let’s dance this shit away”, forse non fidandosi di una traduzione nella bella lingua che avrebbe tradito la rabbia e il gioco contenuti nell’idea.

Al comizio rimasero il candidato e i suoi accoliti, sparuti giornalisti e un gruppo di irriducibili con la spilla del partito. Al candidato occorsero svariati minuti prima di accorgersi che nessuno dei presenti lo stava ascoltando, ma non per mancanza di buona volontà, bensì perché l’audio non funzionava: il fonico se ne era andato. Pochi vicoli più in là un violino e una fisarmonica erano partiti in contemporanea. Le note rimbalzavano sulle facciate scrostate dei palazzi e le ombre stuzzicate dai lampioni facevano una specie di girotondo sulla strada rugosa. Tutto il paese era lì, il prete e gli anziani, i bambini e gli impiegati, persino la polizia locale. In molti ballavano, altri guardavano, altri bevevano il vino in bicchieri di plastica come in una qualsiasi festa dell’unità. Alla fine del primo tango una voce si impossessa del megafono e urla: “questa sera non li ascoltiamo, questa sera balliamo”. Le grida di gioia, di irrefrenabile giubilo, non erano collegate al momento presente. Si poteva dire che non era la gioia temporanea di far parte di un evento circoscritto. Era la gioia di chi si libera di un peso a lungo portato e che, da ora in avanti, sarebbe diventato un ricordo.

Ben presto le grandi città rigurgitarono nelle piazze e lungofiumi e strade principali e secondarie una quantità inverosimile di persone che non divenne mai massa: sebbene indisciplinata, anarchica, totalmente pazza, l’idea stessa di quel tango come ribellione non tradì le origini e le atmosfere del ballo, e in ogni luogo gruppi di persone si separavano e prendevano a ballare per conto proprio. L’elicottero di una rete televisiva mostrò la panoramica della insolita protesta: una miriade di isole galleggianti nell’aria, isole fatte di persone. Nessuno urlava slogan, nessuno parlava a nome di un altro – nessuno parlava, a dire la verità. Ognuno partecipava perché aveva visto con i propri occhi oppure perché era stato preso per mano. L’audience televisivo dei telegiornali e dei programmi di approfondimento politico crollò da un giorno all’altro, e anche la scomparsa dei Like su Facebook venne registrata nel quartier generale di Palo Alto come una specie di terremoto virtuale.

Fu solo molto tempo dopo, quando le persone presero a notare piccoli miglioramenti nella vita quotidiana, cose normali che in altri paesi erano date per scontate, come per esempio essere pagate per il proprio lavoro, oppure quando notarono che una misteriosa entità, da qualche parte, aveva deciso che no, non era giusto licenziare quegli operai e che sì, era giusto tassare quelli con quelle barche così grandi, quasi come se per la prima volta, da secoli a quella parte, la voce inascoltata di chi grida le ingiustizie avesse trovato un recipiente attivo e volenteroso, che si trattasse di politica o di quella stessa non affatto trascurabile parte della popolazione affetta da cronica indifferenza e rabbia repressa che spesso si ritorceva contro l’altra parte nondimeno non trascurabile della popolazione, parti che avevano trovato infine un tacito accordo sul fatto che dopo 150 anni e oltre era necessario rimanere uniti, qualunque cosa questo significasse, che qualcuno pensò che in Italia era stata fatta per la prima volta la rivoluzione ed era stata fatta ballando. Un giornalista fece notare che la rivoluzione nacque da un errore. Seguì dibattito.

Categorie: Diario notturno, Politica, Riflessioni, Storytelling | Tag: , , , , | 7 commenti

Quale consolazione

Quanto è difficile unire tutti i puntini, amalgamare tutte le sensazioni infisse nei ricordi e nei sogni e nelle aspettative e tradurle in vita. Quanto è difficile rincorrere il tempo e i propri sogni quando tempo e sogni sgocciolano giorno dopo giorno, e le notti sono ossessionate da quel lento ticchettio. Sto emozionandomi osservando la voglia di rivalsa, qualcuno dice che il vento è cambiato, che l’asse sociale va spostandosi nuovamente a sinistra, ed eppure quanto poco mi ci vuole per rendermi conto che niente e nessuno ci sta costringendo a confrontarci su una misera idea, su uno straccio di progetto politico che possa davvero far rinascere questo paese. E allora devo anche io, come tanti altri, accontentarmi di una sensazione, di una speranza. In questi giorni cammino per la città e sono ossessionato dai dettagli, vorrei liberarmene in un sol colpo, egoisticamente, ma non ci riesco, e osservo ciò che rimane ai margini mentre la mia vita assume i tratti di quel tedio leggero, evanescente, da borghese decaduto, da figlio di una generazione lontana che ne ha partorita un’altra che non sarà capace di mantenere quello stesso stile di vita. Una generazione va lentamente scomparendo sotto i nostri occhi, il futuro non c’è, il passato è dimenticato, il presente è un moto sussultorio di speranze e delusioni immediate. Sono ossessionato dai dettagli e vedo la scarpina logora della piccola mendicante, provo a lenire la mia coscienza con la carità ma mi sento ancora più male, ancora più ipocrita, io che come tanti altri ho creduto di avere bisogni che altri hanno fabbricato per me, come in una catena di montaggio. Siamo uccelli da gabbia e starnazziamo per reclamare le briciole. La frustrazione è quella invincibile di fare della propria vita un capolavoro unico e irripetibile, e invece sono un prodotto di serie, sono nel conteggio delle statistiche, sono ciò che la mia cultura ha partorito e non riesco a trovare altri colpevoli se non me stesso per non aver saputo ribellarmi. Diceva qualcuno che ogni persona è contemporaneamente un nessuno e il seme di una rivoluzione storica globale in attesa di nascere, e io aggiungerei che la credibilità di una società dipende dal peso che essa è in grado di dare ad uno di questi due estremi, dalla capacità di convogliare le migliori forze e non accartocciarsi su se stessa. L’unico ricambio generazionale è quello dei settantenni che, una volta in pensione, vengono contrattualizzati a peso d’oro per svolgere lo stesso incarico, l’unica consolazione è quella di non essere soli, l’unica consolazione, paradossalmente, è nelle fottute statistiche. Sono ossessionato dai dettagli perché sono quelli che, tutti incastonati, creano quel capolavoro che dovrebbe essere ogni vita e che invece in questa realtà sono pezzi sporchi e logori, e il mosaico che ne esce è sbiadito, una reliquia del passato inutile e anacronistico, ne sono ossessionato ma non ci credo, osservo ogni sorriso e succhio quell’ottimismo e quella speranza provando a farla mia, ascolto ogni urlo di rabbia e lo faccio risuonare dentro il mio silenzio. No, l’unica consolazione non sono le fottute statistiche, forse l’unica consolazione è un amico che sappia ascoltare i tuoi silenzi quando non hai voglia di parlare, forse la felicità più grande è quella che provo per gli altri, più che per me stesso, per coloro i quali scoprono il proprio talento e sono decisi ad inseguirlo. A chi devo dare la colpa se non mi decido a seguire il mio, di talento? Le statistiche dicono che è colpa di chi mi governa, mentre i dettagli che osservo e che roteano incessantemente attorno a me raccontano giornate sospese nel tempo, sudore e tedio in un immutabile ufficio, verrà il giorno in cui ritroveranno i resti di un antico edificio dove una volta veniva esercitato il pubblico servizio e il mio pronipote racconterà che un suo avo gli aveva raccontato che era tutto così, è rimasto tutto uguale negli anni e nei decenni. Il talento di cambiare la storia, che cosa grossa, ma almeno la propria, quella sì, voglio cambiarla, fosse solo in un sogno, unendo tutti i puntini e tutti i dettagli e rimirare per un attimo quel capolavoro che sempre mi sfugge.

Categorie: Diario notturno, Riflessioni | Tag: , , , | Lascia un commento

Generazioni invisibili

Dove è finito il mio impegno? C’è mai stato? Un’amica mi chiedeva di partecipare alla manifestazione di oggi contro il precariato, fatta di sabato perché i precari non hanno forza contrattuale e quindi il giorno non lavorativo era effettivamente quello più logico. Mi son sorpreso a rispondere in modo sarcastico che il sabato è l’unico giorno della settimana che la mia pur fragile e precaria esistenza lavorativa mi lascia per dormire. Lei alla manifestazione non è andata, suppongo a causa di una mancata risposta entusiasta da parte dei suoi conoscenti (e ormai da soli non si fa più nulla, come se essere soli in mezzo agli altri ti rendesse più solo, o andare tra la gente in compagnia facesse di te una persona meno sola; ma questo è un altro discorso).

Sono stato tacciato di qualunquismo, e forse un po’ a ragione. Sostenevo che dopo le varie manifestazioni alle quali avevo partecipato nulla era cambiato, l’indifferenza era la stessa. La contrapposizione è sempre stata quella tra una classe sociale in lotta, persone accomunate da un’esigenza o un’identità o entrambe, ché a volte l’appartenenza identitaria genera esigenze per così dire ataviche, e una classe di potere alla quale spetta decidere (in nome di tutti e per tutti). Questa contrapposizione io la vedo sempre, le lotte politiche rispondono alla sequenza richiesta\risposta: i migranti tunisini non hanno nulla con sé, sbarcano in quell’Europa che si batte per i loro diritti, che mostra sincera partecipazione dinanzi alle loro sofferenza, inneggia a libertà rivoluzione diritti e poi litiga per accoglierli. Pochi uomini decidono in nome di tutti, pochi uomini hanno in mano il destino di migliaia di persone nella più totale indifferenza.

Quella dei precari è una generazione che si avvia letteralmente a scomparire, invisibile com’è nel crocevia di drammi e problemi che sembrano d’un tratto aumentati a dismisura, amplificati e recapitatici direttamente a casa dai nuovi media. Il paradosso di questo tipo di contrapposizione è, a mio parere, il fatto che in questo caso le singole persone nulla possono per invertire la tendenza, per dare una sterzata ad un sistema marcio. Con la mia amica la discussione si sposta sui candidati sindaci. Di fronte al mio scetticismo mi ha risposto: “meno male che non andrai a votare a Napoli”. Le dico che alla fine della giornata il mio senso di responsabilità di cittadino ha sempre prevalso, e che considero il meno peggio una soluzione, seppur non soddisfacente, ma pur sempre un’espressione di partecipazione alla quale ho diritto e che considero un dovere. Ma anche in questo caso, di fronte ad una classe politica che nella sua totalità mostra ogni giorno una totale incapacità a gestire la cosa pubblica, mi viene da pensare che il personaggio di turno, le cui parole possono infiammare temporaneamente gli animi di chi non s’arrende, si dimostrerà alla prova dei fatti inefficace, tarpato da quel cosiddetto sistema che è tanto brutto e retorico evocare ma la cui presenza è avvertibile nella quotidiana incuria in cui siamo immersi.

E allora non partecipo. La generazione invisibile che si batte contro un governo sordo è lo strepitare d’ali di un uccello morente, è un combattere contro i mulini a vento. Le manifestazioni e le istanze preferisco rivolgerle a chi ha orecchi per sentire. Attualmente, nessuno mi sembra in grado di esercitare l’attività che è la più difficile di tutte, specialmente in politica: ascoltare. Mi sto rassegnando all’idea che, oltre ad una generazione invisibile, l’Italia stia sperimentando su se stessa un lustro invisibile: cinque anni perduti che lasceranno una pesante eredità per chi avrà il coraggio e il talento di cambiare qualcosa.

Per strada leggo un manifesto contro la guerra. La spiegazione di corredo all’invito alla protesta della prossima settimana contro la guerra in Libia è che “noi crediamo all’autodeterminazione dei popoli, ripudiamo la guerra come strumento di offesa, che i fondi per gli armamenti debbano essere destinati piuttosto ad interventi che mirino al riequilibrio economico in casa nostra, contro precariato e disoccupazione”. Ecco, un movimento pacifista invisibile mi è sembrato la cosa più logica per concludere il filo dei miei pensieri. Resto a guardare, aspettando il momento di alzare la voce.

Categorie: Diario notturno, Riflessioni | Tag: , , , | Lascia un commento

Addio alle armi – part II

The revolution will not be televised, cantava Gil Scott-Heron negli anni ’70. La tua rivoluzione non sarà spiata dall’occhio della telecamera, non ti sarà servita in casa come un qualunque film d’azione che puoi vedere stravaccato sul tuo divano. E si sbagliava. La rivoluzione nei paesi Arabi ha l’occhio di una videocamera, di un telefonino, si propaga su impulso di parole lanciate nella rete e captate con qualunque mezzo, nonostante la censura. Si dice che si tende ad esagerare il ruolo che internet ha avuto nell’aggregare una moltitudine di persone scontenta del suo destino e che impavidamente è scesa in piazza. Non c’è nulla di esagerato: se confiniamo la rete e l’interconnessione globale nell’ambito dei mezzi e non dei fini, ci rendiamo conto che un mezzo straordinario è ora usufruibile da una quantità di persone prima impensabile, anche se da ultimo il successo di una rivolta, il concretizzarsi di una presa di coscienza rimane in mano a molteplici ed incontrollabili fattori. Ma succede anche che la rivoluzione diventi un format: la CNN prepara sigla e titoli di testa, su youtube gira un montaggio delle scene più spettacolari degli scontri e delle parole dei manifestanti in Egitto, colmi di speranza e paura, e con un’avvincente canzone rock a fare da colonna sonora.

E poi c’è Wycleaf Jean che dedica una canzone dal titolo “Freedom” al successo delle manifestazioni che hanno costretto il presidente a dimettersi, e c’è un cantante egiziano che improvvisa poche strofe mentre è in piazza a festeggiare e subito c’è chi pensa di registrarle in presa diretta e montarle su una base drum and bass e metterle a disposizione di tutti, l’ennesimo inno della rivoluzione comodamente scaricabile, da tutti e in ogni momento. Musica e rete e rivoluzione, era di questo che volevo parlare, ma non proprio di questo.

Nel tumulto generale vi è stata un’altra cantante che ha scatenato un dibattito ampio, polemico, sull’opportunità o meno di tenere un concerto qui a Tel Aviv. Tutto è nato da una dichiarazione sulla sua pagina facebook. Scrive Macy Gray: “sto ricevendo tante lettere da attivisti che fanno pressione affinché io boicotti non presentandomi al concerto, in protesta dell’Apartheid contro i Palestinesi. Quello che il governo Israeliano sta facendo ai Palestinesi è disgustoso, ma io voglio venire. Ho un sacco di fans lì e non voglio annullare, anche perché non so se questo gesto cambierebbe qualcosa. Cosa ne pensate? Rinunciare o andare?”

Ora, il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) è il boicottaggio politico e culturale lanciato nel 2005 da 171 organizzazioni no-profit palestinesi contro Israele, fin quando questa non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani. A questo boicottaggio hanno aderito nel tempo artisti come Santana, Costello e lo stesso Scott-Heron citato all’inizio. Artisti con le idee chiare, a differenza di Macy Gray. Ciò che ne è risultato è stata una serie infinita di risposte al suo post, aspre e contrapposte. Alla fine la decisione dell’artista è stata quella di non cancellare lo show.

La questione è infinitamente lunga e complessa, e non sono in grado di semplificarla nelle poche righe di questo post, per la pazienza di chi legge. Gli eventi si sono susseguiti: in questa giornata era in previsione una rilettura della proposta di legge contro il boicottaggio. Le conseguenze, se questa legge passasse, potrebbero essere gravi, ma anche bizzarre: gravi perché qualunque colono che abbia il sospetto che un commento – uno qualsiasi, uno lanciato nella rete da un blogger qualunque – possa aver causato danni ai suoi prodotti per essere pro-boicottaggio, può citare in giudizio e vincere facilmente senza che occorrano prove del collegamento tra dichiarazione e danno; e bizzarre, perché in un altro articolo si dice che chiunque non cittadino di questo Stato che abbia un comportamento pro-boicottaggio può essere costretto a far cessare la sua condotta, e in ultimo vedersi negato l’ingresso nel territorio per 10 anni. Un po’ come dire che si costringerebbe Ken Loach a partecipare ad un film festival Israeliano, e dopodiché negargli l’entrata.

Mi sa che ho appena sfiorato la questione. Volevo che mi si formasse un’opinione sull’opportunità o meno di essere a favore del boicottaggio, volevo ragionare sui suoi effetti, non accontentandomi della prima risposta disponibile. Ma poi son dovuto andare in lavanderia, poi ho dovuto fare la spesa, poi è successo che ho un po’ alzato il gomito e poi è successo che, tra le altre cose, ho anche lavorato. La vita mi ha oltrepassato e le cose si sono confuse, proprio come in questo post. E il paradosso sarà che avrò le idee più chiare quando sarò lontano da tutto questo. Tra poco, per fortuna o purtroppo.


Categorie: Melaviv, Reporting | Tag: , , , , , , | 1 commento

La vita è altrove

Una notte ho sognato la rivoluzione. Era giovane e bella e cantava poesie. Poi mi sono svegliato e ho trovato una sua vecchia foto che non credevo di avere. Ricordo di aver pensato: chissà come sarà invecchiata. Ho avuto l’istinto di riaprire il libro di poesie e ho trovato un verso che diceva: la vita è altrove. Ho impiegato anni a cercare l’altrove, ma era indefinito e lontano. Sono tornato a casa, non tra le mie vecchie quattro mura ma da qualche parte dentro di me dove un me esisteva ancora, e ho capito che l’altrove poteva esistere solo in quel verso. Ho provato a spiegarlo al mondo: l’ho scritto in rima e cantato, ho ciclostilato manifesti e li ho appesi ai muri, ho messo messaggi in bottiglia, ho mandato telegrammi e dipinto quadri, l’ho urlato da altezze improbabili e da oscuri sottoscala. A nulla è servito. Il mondo non voleva capirlo. Una grande malinconia si impossessò di me, la notte non sognavo più e non trovavo più i miei pennelli per colorare il mondo. Solo una notte sognai, e vidi la rivoluzione. Era vecchia e cadente, e mi diceva: la vita è ora. Allora presi ad uscire di nuovo, e urlavo ad ogni persona o cosa che incontravo: perché non me l’hai detto, perché non mi hai corretto? Ma nessuno rispondeva. Ripresi a dipingere, ripresi a sognare, ma sentivo un astio che mi covava dentro, e nessun passo era possibile senza che prima o poi risultasse falso. Poi un giorno ho riaperto quel libro, quasi per gioco. L’ho spolverato e l’ho sfogliato senza convinzione. A margine di un verso c’era una nota a matita, chissà di chi era. Diceva: la vita è tua.

Categorie: Melaviv, Storytelling | Tag: , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: