Archivi del mese: febbraio 2014

Il corpo lo sa

Il corpo sa quando ha bisogno di piangere o di ridere, quando vuole un abbraccio o vuole stare in solitudine, quando vuole viaggiare o vuole essere stanziale, quando ha fame e quando ha sete e di cosa ha fame e di cosa ha sete, quando ha bisogno di un orgasmo o di una penitenza. Il corpo lo sa e non lo dimentica. Non te lo comunica, forse. Non dimentica nemmeno nella malattia, è solo la tua mente che non riesce più a leggerlo. E allora serve conoscerlo, quel corpo, serve che non si fidi delle interconnessioni nervose che a volte paiono funzionare come una lampada la cui luce va e viene ad intermittenza. Imparare a leggere il proprio corpo come uno spartito musicale, con il vantaggio che non è così difficile come quest’ultimo: ci sono poche regole e ben più spazio per le improvvisazioni. Inutile forzarlo. Gli si dia piuttosto l’agio di una torsione dolce e graduale, partendo dal bacino e voltandosi con la testa indietro, quasi come a voler fare retromarcia. La mente andrà incontro alle paure inconsce. Solo in quel caso potremo tornare a darle ascolto, fermo restando che è al corpo che ci rivolgeremo con la nostra preghiera laica, perché lui sa tutto quel che c’è da sapere su noi stessi.

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Oblio

Il grande segreto si dà quando uno non ha più niente da nascondere e nessuno allora lo può più afferrare. Da ogni parte il segreto, e niente da dire. Gilles Deleuze – Conversazioni

Dopo aver fatto yoga prendo sempre il treno per tornare a casa, ma dopo una lezione come quella di ieri (le posizioni all’in piedi sono energizzanti) avevo voglia di camminare, se non fino a casa almeno fino alla stazione centrale. È bello camminare per la città sotto la pioggia, soprattutto quando la città in questione la pioggia la odia. Camminare sotto la pioggia allora mi dà l’impressione di farmi ritrovare faccia a faccia con la città, di seguire un mio percorso personale fatto di vicoli e scorciatoie e tettucci sotto i quali ripararsi, piuttosto che essere irreggimentato nella folla amorfa che mi sta un po’ antipatica. Quando devio dall’ordinario mi aspetto sempre che qualcosa di straordinario accada. Se perdo il treno perché mi sono attardato a vedere la vetrina della libreria, ciò vuol dire che nel treno successivo succederà qualcosa, oppure significa che devo tornare indietro e comprare quel libro il cui titolo mi aveva colpito. Non so se rendo l’idea. Ma il giochino funziona se non si è troppo coscienti di esso. È per questo che solo retrospettivamente ho dato all’incontro con lei, sotto la pioggia, di fronte all’Università che un tempo frequentammo insieme, quel carico di inaspettato e magico al tempo stesso.

Un capolavoro è a volte una cosa che non si capisce molto bene, una cosa incerta, dai confini spuri. Non è questa una delle caratteristiche dei capolavori? Ma un capolavoro è anche una cosa riuscita alla perfezione, che non ha difetti. Come arrivare in fondo al sillogismo, dunque? Dobbiamo spiegarci la perfezione con il surrogato della nostra immaginazione, che va a colmare quel vuoto lasciato dai difetti connaturati in ogni cosa. C’è questo passaggio chiave in The Master, secondo film della mia personale serie commemorativa dell’attore appena scomparso: Seymour-Hoffman è il maestro, un ciarlatano imbonitore precursore dei venditori di verità che verranno, e nell’evoluzione della sua teoria c’è lo spostamento di focus dal ricordo all’immaginazione quale chiave di volta per scardinare ciò che si frappone tra l’uomo e la sua realizzazione.

So che è poco credibile, eppure a quella ragazza mi era capitato di ripensare di recente. L’avevo fatto perché notavo che di tutte le persone del mio passato, del passato più prossimo, mi è rimasto un ricordo che si contamina ogni volta nel parossismo del social network. Lei era l’unica, a ben vedere, dato che è una delle poche persone a non esserci su Facebook, il cui ricordo si annidava tra il chiaroscuro che c’è tra oblio e immaginazione. 

Sebbene avessi voluto vedere il film per la presenza dell’attore appena scomparso, è un’altra faccia quella che alla fine mi è rimasta impressa: la faccia di Joaquin Phoenix nei panni di Fred Quell, reduce di guerra in cui l’oblio degli orrori si innesta nell’immaginazione drogata dall’alcol e dalle nevrosi. Lui non è il maestro bensì il servo, il soccombente, colui che affida la sua salvezza alle mani di un altro. Non si può dire chi è che predomina in questa relazione tra l’imbonitore di successo e il reietto dalla camminata curva. Una cosa incerta, non definita, come la debolezza che alla fine si rivela come strumento di forza perché è dall’accettazione della debolezza che nasce la libertà. Fuori continuava a piovere ed io mi attardavo sui titoli di coda. Avevo avuto l’impressione di aver visto un capolavoro, una storia in cui niente va per il verso giusto, alchimia necessaria per raggiungere la perfezione.

Avevo poco sonno e mi ero attardato su Facebook. Scorrevano i video della vita dei miei amici: era tutto là, non si può dimenticare nulla, tutto è salvato dall’oblio ma non resta nulla da ricordare.Forse io e quella ragazza pensavamo le stesse cose quando ci siamo voltati indietro e guardati per un attimo sotto la pioggia. In fondo, durante quelle poche volte in cui ci eravamo parlati all’Università, mi era sempre parso che la mente dell’uno fosse un libro aperto per l’altro, in cui uno completava quel che l’altro non sapeva di voler dire. Io sostengo che le relazioni funzionano quando il silenzio funziona, ma attenzione, deve essere un silenzio che lascia presupporre non il vuoto, bensì una comunanza. È quindi sempre la parola a vincere, quella che sgorga senza costrizioni. Se c’è quella in comune allora si può anche tacere. Un po’ come lo scrittore che omette di dire: se egli sa ciò che omette allora crea mistero e stimola l’immaginazione del lettore, altrimenti sta barando, vuole tenerci incollato ad esso con un espediente non sapendo che così facendo finirà presto nell’oblio.

Tra me e quella ragazza avrebbe potuto funzionare. Eravamo entrambi fidanzati all’epoca, credo, e poi ci siamo persi di vista. Credevo sarebbe andata via, che avrebbe trovato altrove la sua realizzazione, e invece era là di fronte all’Università. Forse anche lei aveva pensato che non sarei più tornato. È una consolazione non poter rivedere il video della sua vita su Facebook: avrebbe tolto tutto all’immaginazione. A volte l’oblio è la cosa più giusta. Avrà pensato la stessa cosa quando, sotto la pioggia, entrambi senza ombrello, ci siamo guardati e sorriso per un attimo e poi ripreso la nostra strada verso casa senza parlare, con la sensazione di preferire un ricordo. Un ricordo salvato dall’oblio.

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Un’idea fissa

Li ho visti andare e venire, attraverso continenti e oceani, ma ho nascosto le tracce dei loro passi. Dove soffio io, non resta più nulla. Sono io che dico l’ultima parola. E poi verrà il silenzio. Un giorno bisogna spogliarsi anche della menzogna legata all’identità che ci siamo portati dietro dalla nostra patria. Nel farlo proviamo un grande sollievo, ma in quella complessa nudità, in quell’impudicizia avvertiamo poi un che di spaventoso. Un giorno sentiamo che la nostra identità vacilla, inizia a sgretolarsi. Ce ne ricordiamo ormai come di un’idea fissa.

Sándor Márai – Il sangue di san Gennaro
Categorie: Nàpolide, Ritagli | Tag: | Lascia un commento

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