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Bat&Ball

Il Bat&Ball è uno di quei pub inglesi che ci si aspetterebbe di trovare in un film degli anni ’80. Siamo fuori dal centro, Old Dover Road è l’antica strada che da Canterbury porta alla poetica città delle scogliere bianche, e il Bat&Ball sembra – a leggere gli annunci scritti in gessetto azzurro sulla lavagna esposta fuori, quasi a ridosso del semaforo – l’ultimo posto dove rifocillarsi prima di affacciarsi direttamente sulla Manica. In serate come questa, però, si beve soltanto. Anche il cuoco è fuori, appollaiato sul bancone a guardare la partita. Non che me ne freghi molto: il pub è per me un esercizio filosofico, quando frequentato da solo. Il problema – la fortuna! – è che solo non lo sei quasi mai. Per chi tifi, mi chiede in uno strano accento lo studente asiatico al cui tavolo mi unisco, e io rispondo che non lo so, forse per il City, giusto perché è l’underdog (ho finalmente l’occasione per usare questa parola) e perché deve recuperare i punti persi durante l’anno, e questo nonostante abbia quell’Italiano come allenatore, proprio non lo sopporto! e tu, per chi tifi? United. Come mai? Non lo so, è la mia squadra.

Due bionde laccate, dalla pancia gonfia per l’alcol, cominciano a parlare sommessamente, reprimendo la nenia di risa e gridolini, non appena i loro uomini si allontanano per una sigaretta. Quella di fronte a me si stringe nelle spalle come a dire all’altra che andrà tutto bene. L’altra si gira e si sforza di sgranare gli occhi per osservare la televisione. Il City ha segnato, ma in pochi esultano. Mi pare di vedere sempre le stesse facce, qui. E’ a due passi da casa, il Bat&Ball. Immagino mi piaccia tanto perché rappresenta un appiglio contro la casualità della vita nomade e incerta, perché è polveroso e perché dietro al bancone c’è ancora Bob, appesantito dagli anni e da molte altre cose, che spilla le sue birre artigianali i cui nomi evocano luoghi nascosti – non remoti ma intagliati in chissà quale angolo del giardino d’Inghilterra. Deve notare la mia presenza perché mi dà a parlare, vuole capire che ci faccio lì. Mi dice che i pub come il suo stanno chiudendo, la concorrenza dei supermercati e le nuove tasse sul prezzo unitario per l’alcol non si possono più sostenere, i giovani fanno il pieno prima di scendere e poi vanno direttamente a stordirsi in discoteca. Mentre lo ascolto mi rendo conto di aver già sentito questo discorso, probabilmente alla TV. Bob lo stava ripetendo uguale, senza considerare che nel suo locale ci si ritrova catapultati in un’altra dimensione – qualche decennio fa – dove le statistiche sui giovani non attecchiscono.

Lo United prova ad attaccare, a far valere la forza del blasone. Un tempo i suoi tifosi erano presi in giro da quelli del City perché la loro squadra era controllata da una dirigenza straniera. Ora che anche l’altra parte di Manchester deve ringraziare uno sceicco arabo per i fuoriclasse e per le ambizioni pagate a peso d’oro, ci si limita a una sterile rivalità (le scritte fluorescenti che si alternano sui tabelloni elettronici a bordo campo pubblicizzano una compagnia di bandiera araba, un Gran Premio di Formula 1 in uno stato arabo e anche un’altra cosa, evidentemente riservata al pubblico mediorientale). Seicento i poliziotti dispiegati per placare possibili disordini, ma quello che si vede dall’inquadratura è una file di giubbe gialle impegnate a guardare la partita assieme ai tifosi.

Mi sono ormai alzato dal tavolo e mi godo gli ultimi dieci minuti seduto al bancone, da solo. Gli adesivi vintage attaccati alle pareti ripropongono vecchie glorie del cricket – in fondo il Kent County Cricket Stadium è proprio di fronte al pub. Guardandoli meglio, però, mi rendo conto che vintage non è la parola giusta. Quegli adesivi sono vecchi. Le stesse bottiglie messe a prendere polvere sullo scaffale sopra al bancone raccontano di breweries sconosciute, etichettate secondo il gusto del secolo scorso. Dalla mia nuova prospettiva noto che le mensole danno tutte l’impressione di cedere, semmai si spostasse l’equilibrio dei bicchieri. Finisco la mia seconda Masterbrew: il finale sa di lievito ed è spillata tiepida e senza troppo gas. Gli esperti dicono che le vere birre si bevono così. Saluto Bob e i ragazzi asiatici e mi avvio fuori, prima che il diluvio tropicale tipico di questi giorni si abbatta di nuovo sulla città. Mentre apro la porta noto un adesivo con la scritta: Support the real English pub.

Categorie: Canterbury tales | Tag: , , , , | Lascia un commento

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