Melaviv

Boicotto sì, boicotto no, reprised

Quando ero a Tel Aviv mi divertivo a fare il corrispondente dall’estero, e scrivevo cose che nessuno leggeva ma che a me interessavano. Una di queste era una riflessione sull’opportunità del boicottaggio contro Israele. Ne ho scritto qui. Concludevo dicendo che probabilmente avrei avuto le idee più chiare sull’argomento una volta che mi fossi allontanato da quel luogo, e avessi potuto guardare il tutto con occhio più distaccato.

Tante cose sono successe da quel periodo della mia vita, eppure porto sempre nel cuore quell’esperienza e anche – purtroppo, devo dire – un po’ di amarezza, perché esprimere la mia opinione su un argomento molto delicato mi costò un’amicizia, troncando così il legame più importante che avevo con quel paese.

Ritorno sull’argomento per dire che se pure le idee non mi si sono del tutto chiarite, sento di poter aggiungere un’argomentazione importante al dibattito (non si può mica rispondere “non lo so” all’infinito!), che si può sintetizzare come segue: sono convinto che Israele segua nella violazione dei diritti umani nella West Bank, e che l’occupazione dei territori palestinesi sia illegale sotto i trattati internazionali; detto questo, non si può giustificare l’ipocrisia di una doppia morale che sanziona in modo indiscriminato (come una chemioterapia, uccidendo cellule buone e cellule cattive insieme) un intero paese dove un dibattito democratico è in corso, e chiudendo l’occhio su Guantamano, sul Tibet, sulla Cecenia. Per chi volesse, è possibile leggere su Hareetz la risposta molto bella di Carlo Strenger a Stephen Hawking, che ha di recente annunciato la sua volontà di voler aderire al boicotaggio.

Credo che, alla fine, del BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) debba rimanere soltanto il secondo. Il boicottaggio culturale rischia di tagliare fuori dal dibattito interno la voce di chi è già sotto assedio culturale, mentre sanzionare le imprese israeliane che, ipocritamente, fanno affari nella West Bank mi pare un atto non solo sensato, ma dovuto. Credo che questa fosse l’opinione di Naom Chomsky fino a un po’ di tempo fa, ma credo di aver letto da qualche parte (basta link, tanto non li leggete!) che sia stato proprio lui a suggerire ad Hawking di disertare la conferenza a Gerusalemme, A quanto pare, non sono l’unico ad avere le idee confuse.

 

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Yihye Tov

Solo ora mi accorgo di non aver mai parlato della città in cui per 4 mesi ho vissuto. Certo, di sfuggita ho lasciato che trapelasse un colore, ho provato a rendere la musicalità, a descrivere un odore. Tentativi vani. Dopo le mie ultime passeggiate in giro, libero di vagare senza mete e senza impegni, ho riscoperto parti della città che ormai credevo di conoscere: ho visto alcuni luoghi alla luce del sole, altri li ho apprezzati nel loro lato oscuro. Mentre scrivo sono ancora in grado di avvertire quanto reale e concreto sia ciò che mi circonda. Tra non molto, probabilmente, tutto assumerà i contorni sfocati di un sogno (e per tale ragione ho voluto fermare pochi istanti in questo luogo: per ricordare quello che è stato e quello che io sono stato). Tutto reale, dunque. Ritmi e abitudini diverse (ma nemmeno poi tanto: le vere differenze, e i reali attimi di smarrimento, li ho avvertiti viaggiando in giro per il paese, nelle stazioni, stando a stretto contatto con anziani e immigrati e arabi e cristiani e soldati e ortodossi; non qui, qui ci si dimentica di essere in Israele, qui c’è lo stesso edonismo di una grande capitale europea, solo temperato da un carattere volenteroso che sa farsi duro nei momenti di difficoltà), una babele di lingue che si riflette nei mille gusti e sapori di una cucina altrettanto cosmopolita. Tutto così reale che faccio fatica a pensare all’idea vaga ed astratta che avevo di questa terra prima di partire.

E’ difficile dare un’idea di una città. Quella te la formi camminando per le sue strade, osservandone le contraddizioni, provando poi ad immaginarla nei suoi antichi splendori o, in questo caso, riportando alla mente un passato non troppo remoto in cui tutto aveva forme incerte: strade non asfaltate, accampamenti di persone, alberi appena piantati, le prime pietre posate sui quei luoghi dove sarebbero sorti gli edifici importanti, quelli a cui tutti avrebbero fatto poi riferimento, nella realtà o soltanto nell’immaginario. E non potrei nemmeno dire di averla amata per questo, nonostante la bellezza di alcune sue strade in cui è ancora fulgida l’anima bahuaus, e nonostante la visione della città vecchia di Jaffa, che si erge in lontananza e sembra raccontare più di quello che si è in grado di capire. No, ciò che mi mancherà di più sarà l’anima, la vitalità, le persone. Al netto di tutto, se dovessi portare a casa solo un’immagine, se dovessi rispondere ad una domanda diretta, direi che serberò il ricordo degli abbracci che le persone si scambiano, qui: caldi, sentiti, lunghi, appassionati. Un modo per comunicare l’affetto che è una caratteristica nazionale, mi è parso (l’altra sono i racchettoni; ho scoperto che esistono al mondo dei veri e propri professionisti di quello che credevo essere solo un passatempo da spiaggia. Qua è questione di vita o di morte).

In una sorta di romantico addio, ho ripercorso i luoghi dell’inizio. Ho camminato per quelle strade prima sconosciute, ma in cui ora sono stato in grado di riconoscere un piccolo dettaglio o una persona. Mi sono riaffacciato sul mare, lungo la passeggiata appena fuori all’ufficio, ricordando quanto quella visione avesse placato il mio animo in quel primo giorno così pieno di paure; appena vidi quei riflessi azzurri, in quella giornata così calda e tersa, realizzai che non potrei mai vivere in una città lontano dal mare. Un orizzonte o il suono delle onde sono diventate una priorità, in una stravolta scala di valori (oppure la scala è sempre la stessa, sono io ad essere stravolto).

E ho pensato poi alle persone che ho conosciuto: più di tutto, questo è stato il senso reale di questa esperienza. Il vero arricchimento c’è stato parlando con loro, ascoltando e raccontando, lavorando insieme o perdendo tempo in giro in posti poco raccomandabili. Il valore aggiunto c-[ stato parlando con persone provenienti da una cultura tanto diversa, provando un confronto che a volte [ stato surreale, c’è stato ridendo di cuore di una stupida inezia o preoccupandosi per un mai così incerto avvenire, ora più di prima. Ma insieme. Vorrei dire tante altre cose ma il tempo non è più dalla mia parte. Raccontare una piccola parte delle sensazioni che ho vissuto è stato bello e liberatorio. Pensavo che una volta in Italia avrei continuato a scrivere su questo blog, ma è più giusto che queste poche pagine rimangano qui fluttuanti a raccontare soltanto questo pezzo di vita. Magari altre ne verranno. Ora si torna alla vecchia vita, che è anche un po’ nuova. Il taxi giu’ casa mi attende, come in un vecchio film. Prima dell’ultimo abbraccio con il piu’ strano e folle coinquilino potessi mai avere, rivolgo a me e a voi l’augurio del titolo: le cose andranno bene.

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Molto forte, incredibilmente vicino

Lo sherrut n. 18 che da Gerusalemme porta a Ramallah si regge in piedi per uno strano miracolo. La pioggia picchietta sul tetto in maniera furiosa, e ad ogni scossone cui la strada dissestata lo obbliga si teme che possa andare in mille pezzi. Non è la giornata ideale per andare in giro. L’unico colore è il grigio, e il campo visivo si arresta dopo pochi metri. Le mura della città vecchia di Gerusalemme sembrano provenire da un vecchio libro ammuffito, e sotto i tendoni delle bancarelle si raduna una folla vociante.

Le due città non distano molto, un cartello indica 15 km, ma per raggiungere la capitale temporanea dell’Autorità Nazionale Palestinese bisogna superare il checkpoint Israeliano. Con mia grande sorpresa il piccolo trabiccolo passa indisturbato, mentre una litania continua a scorrere in sottofondo nell’abitacolo (l’umore e le suggestioni della musica cambiano al variare di quelli del paesaggio: dalla spensieratezza relativa e l’ordine dal quale provengo ad un pugno nello stomaco: queste due potrebbero essere usate per descrivere insieme musica e paesaggio). Mi chiedo: che ci faccio qui? E non so darmi una risposta, sapevo che qui non avrei trovato posti da visitare, nessun monumento verso il quale volgere lo sguardo, nessuno scenario di cui rimanere estasiato. Eppure. La voglia di mettere la testa oltre la cortina e vedere cosa c’è in quest’altra parte di mondo è stata più forte di ogni considerazione razionale. D’altronde, la mia condizione è privilegiata: tutti sanno cosa c’è dall’altra parte, ma se hai avuto la fortuna o la sfortuna di nascere nell’una o nell’altra, allora tutto il resto ti sarà precluso. Io sono inoffensivo, pittoresco: chi ti ha detto di venire a Ramallah, mi chiede il tizio a cui chiedo informazioni, non lo so, nessuno, ero solo curioso, rispondo io, e la sua alzata di spalle vale più di mille parole. Continuiamo a camminare insieme. Il suo sguardo gentile stona con la bruschezza delle sue parole. Com’è la vita qui, chiedo, e lui mi risponde che è l’unica possibile. Mi sento in dovere di chiedergli qualche altra cosa, forse lui saprà dove si trova la tomba di Arafat, e se è possibile raggiungerla a piedi o con un economico sherrut. Non siamo mica a Tel Aviv, qui, mi risponde.

E in effetti la differenza non potrebbe essere più grande. La cosa che mi colpisce di più è la grande confusione che c’è in giro per le strade. Le persone camminano in maniera disordinata per la carreggiata, le macchine suonano mentre tuoni minacciosi incombono. Ma forse un motivo per tale trambusto c’è: in Manara Square saranno almeno in 1000 a dimostrare contro il recente veto degli Stati Uniti ad una risoluzione dell’ONU che condanna gli insediamenti israeliani in quello che è supposto essere il futuro Stato Palestinese. Il tono della musica e degli slogan e le foto del Presidente non lasciano spazio a dubbi: sebbene si alzino al vento le bandiere di Egitto e Tunisia, questo popolo supporta le decisioni dei suoi leader, più che volerne la fine. Non si possono fare paralleli, eccetto quello della uguale e comprensibile voglia di libertà. D’un tratto passa una macchina con appeso allo specchietto retrovisore un arbre magique con i colori della bandiera americana. Cerco di scrutare lo sguardo dei miei vicini, anch’essi attirati da quell’oggetto così piccolo, e fantastico sull’identità di quell’uomo, un soldato probabilmente.

Dopo un po’ sento il bisogno di allontanarmi. Giro senza meta per la città, come spesso mi è capitato, ma l’atmosfera è irreale. Un vento sferzante fa tremare le vecchie insegne di una famosa catena di pizza express, i palazzi sono scrostati e tutti sembrano correre da qualche parte, facendo attenzione a non mettere i piedi in un fosso, nel dedalo delle strade che sembrano dovere essere riasfaltate ma che invece sono lasciate così, terra e pietre e nessun cartello, e allora penso al senso di precarietà e penso al fatto che l’arredo urbano non è proprio una delle priorità, da queste parti. Ma sono pensieri superficiali che si arrestano non appena avverto l’odore di falafel dai chioschetti affollati. Ne chiedo uno e rimango estasiato dalla velocità con la quale il mio pranzo è preparato. Stavolta dentro vi sono pezzetti di limone e strane verdure sott’olio. Non ho mai mangiato una cosa così buona, da quando son qui.

Mi avvio verso la tomba del vecchio Presidente. Sul muro di cinta scorgo una targa che suggella il gemellaggio tra Ramallah e Rio de Janeiro. Vedere accostati i nomi di Abbas e di Lula mi fa uno strano effetto. Il monumento tombale è ancora più desolante, visto nella prospettiva di una giornata come questa. Due guardie a fare picchetto, nessuno in giro. Se dovessi giudicare la memoria storica, il lascito anche visivo ed empirico all’interno della città che funse da quartier generale dell’Autorità Palestinese, direi che questo è di poco effetto, capace di una presa blanda. Tutt’altra storia in Rabin Square a Tel Aviv, enorme e ariosa, con la sua nuova fontana che di notte si illumina. A due personaggi così distanti (ma avvicinatisi poi inaspettatamente, con quella famosa stretta di mano e quel Nobel infruttuoso) corrispondono due luoghi altrettanto diversi. Scatto le mie fotografie di rito, lancio uno sguardo alla valle. Non è necessario rimanere il quel luogo un minuto di più.

Ritorno nella piazza principale e vedo le stesse scene di prima. Le stesse persone, forse solo raddoppiate in numero, gli stessi carri che girano intorno alle sculture dei leoni al centro della piazza. Girano in tondo, tornano al punto di partenza, nulla di più, non si muovono da lì. Mi passa per la mente che non potrebbe essere altrimenti, che il parallelo con la situazione politica è ovvio ma preoccupante. Ad un tratto la folla si dirada e tutti iniziano a correre. Comincio a temere il peggio, ma è solo la pioggia che si abbatte violentemente sulla città.

Sono stanco, cerco un bus per tornare a Gerusalemme. Un ragazzo abbandona il suo chioschetto, visto che non è in grado di parlare inglese, e mi accompagna attraverso il mercato per raggiungere la stazione-parcheggio. Ma il bus che vuole farmi prendere è diretto a Jericho. Sono tentato dall’idea di farmi trasportare dagli eventi, ma il freddo e la stanchezza prendono il sopravvento. D’altronde, non bisogna sempre lasciare qualcosa di intentato, mentre si viaggia, allo scopo di lasciare spazio ad un ritorno venturo?

 

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Addio alle armi – part II

The revolution will not be televised, cantava Gil Scott-Heron negli anni ’70. La tua rivoluzione non sarà spiata dall’occhio della telecamera, non ti sarà servita in casa come un qualunque film d’azione che puoi vedere stravaccato sul tuo divano. E si sbagliava. La rivoluzione nei paesi Arabi ha l’occhio di una videocamera, di un telefonino, si propaga su impulso di parole lanciate nella rete e captate con qualunque mezzo, nonostante la censura. Si dice che si tende ad esagerare il ruolo che internet ha avuto nell’aggregare una moltitudine di persone scontenta del suo destino e che impavidamente è scesa in piazza. Non c’è nulla di esagerato: se confiniamo la rete e l’interconnessione globale nell’ambito dei mezzi e non dei fini, ci rendiamo conto che un mezzo straordinario è ora usufruibile da una quantità di persone prima impensabile, anche se da ultimo il successo di una rivolta, il concretizzarsi di una presa di coscienza rimane in mano a molteplici ed incontrollabili fattori. Ma succede anche che la rivoluzione diventi un format: la CNN prepara sigla e titoli di testa, su youtube gira un montaggio delle scene più spettacolari degli scontri e delle parole dei manifestanti in Egitto, colmi di speranza e paura, e con un’avvincente canzone rock a fare da colonna sonora.

E poi c’è Wycleaf Jean che dedica una canzone dal titolo “Freedom” al successo delle manifestazioni che hanno costretto il presidente a dimettersi, e c’è un cantante egiziano che improvvisa poche strofe mentre è in piazza a festeggiare e subito c’è chi pensa di registrarle in presa diretta e montarle su una base drum and bass e metterle a disposizione di tutti, l’ennesimo inno della rivoluzione comodamente scaricabile, da tutti e in ogni momento. Musica e rete e rivoluzione, era di questo che volevo parlare, ma non proprio di questo.

Nel tumulto generale vi è stata un’altra cantante che ha scatenato un dibattito ampio, polemico, sull’opportunità o meno di tenere un concerto qui a Tel Aviv. Tutto è nato da una dichiarazione sulla sua pagina facebook. Scrive Macy Gray: “sto ricevendo tante lettere da attivisti che fanno pressione affinché io boicotti non presentandomi al concerto, in protesta dell’Apartheid contro i Palestinesi. Quello che il governo Israeliano sta facendo ai Palestinesi è disgustoso, ma io voglio venire. Ho un sacco di fans lì e non voglio annullare, anche perché non so se questo gesto cambierebbe qualcosa. Cosa ne pensate? Rinunciare o andare?”

Ora, il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) è il boicottaggio politico e culturale lanciato nel 2005 da 171 organizzazioni no-profit palestinesi contro Israele, fin quando questa non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani. A questo boicottaggio hanno aderito nel tempo artisti come Santana, Costello e lo stesso Scott-Heron citato all’inizio. Artisti con le idee chiare, a differenza di Macy Gray. Ciò che ne è risultato è stata una serie infinita di risposte al suo post, aspre e contrapposte. Alla fine la decisione dell’artista è stata quella di non cancellare lo show.

La questione è infinitamente lunga e complessa, e non sono in grado di semplificarla nelle poche righe di questo post, per la pazienza di chi legge. Gli eventi si sono susseguiti: in questa giornata era in previsione una rilettura della proposta di legge contro il boicottaggio. Le conseguenze, se questa legge passasse, potrebbero essere gravi, ma anche bizzarre: gravi perché qualunque colono che abbia il sospetto che un commento – uno qualsiasi, uno lanciato nella rete da un blogger qualunque – possa aver causato danni ai suoi prodotti per essere pro-boicottaggio, può citare in giudizio e vincere facilmente senza che occorrano prove del collegamento tra dichiarazione e danno; e bizzarre, perché in un altro articolo si dice che chiunque non cittadino di questo Stato che abbia un comportamento pro-boicottaggio può essere costretto a far cessare la sua condotta, e in ultimo vedersi negato l’ingresso nel territorio per 10 anni. Un po’ come dire che si costringerebbe Ken Loach a partecipare ad un film festival Israeliano, e dopodiché negargli l’entrata.

Mi sa che ho appena sfiorato la questione. Volevo che mi si formasse un’opinione sull’opportunità o meno di essere a favore del boicottaggio, volevo ragionare sui suoi effetti, non accontentandomi della prima risposta disponibile. Ma poi son dovuto andare in lavanderia, poi ho dovuto fare la spesa, poi è successo che ho un po’ alzato il gomito e poi è successo che, tra le altre cose, ho anche lavorato. La vita mi ha oltrepassato e le cose si sono confuse, proprio come in questo post. E il paradosso sarà che avrò le idee più chiare quando sarò lontano da tutto questo. Tra poco, per fortuna o purtroppo.


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Addio alle armi – part I

Mi è stato detto che non posso non avere una idea mia . Che il mio tentativo di essere imparziale, di mettere a fuoco gli eventi considerando entrambe le parti – scevro da ideologie, sfruttando la mia condizione di osservatore esterno – non può condurmi a non maturare una mia propria personale opinione sulle cose che racconto. In realtà io credevo che la mia posizione riflettesse in realtà un’opinione, e cioè che il peso di 60 anni e oltre di storia, l’essere accecati da ideologie religiose – in ultimo la naturale ed intrinseca conflittualità tra esseri umani, tra popoli – non abbia potuto che portare alla tragica realtà del presente. Mi si dirà: che opinione è? Provo ad arrivarci.

Io parlo del presente, ché degli eventi storici ne hanno parlato persone ben più titolate di me, e ciononostante il quadro non è chiaro. Le ultime rivelazioni dei Palestine Papers (i documenti riservati delle trattative di pace che coprono l’arco di 10 anni, divulgati da Al Jazeera) non hanno fatto che peggiorare le cose: è stato Israele a rifiutare le proposte di pace, oppure quelle proposte non erano razionalmente accettabili? La minoranza araba è sufficientemente tutelata, come chi dice chi ricorda che questo è l’unico Stato del Medioriente dove una minoranza siede in Parlamento, oppure la violazione dei diritti umani è palese ed esecrabile? La mia opinione è: entrambe le cose. Questa conta dei torti è un gioco a somma zero, la storia parla per sé, quando non è mistificata, e ai posteri l’ardua sentenza. L’unica cosa veramente esecrabile è che non esista nessuno in grado di imporsi evitando di strumentalizzare le rispettive battaglie per le libertà dell’uomo sotto la maschera della religione. E questo vale per entrambe le parti: ieri ad una piccola manifestazione ho parlato con un manifestante, il quale non ha esitato ad ammettere le colpe dell’Autorità Palestinese durante il processo di pace. Fin quando ci saranno Hamas e Fatah che si fanno la guerra tra di loro le voci di coloro che protestano, che si indignano – giustamente – sono destinate a perdersi nel vuoto. A questo punto non deve suonare paradossale che la maggioranza dei cittadini arabi di Gerusalemme Est, secondo un recente sondaggio, preferirebbe la cittadinanza Israeliana ad una Palestinese.

D’altro canto le cose non vanno meglio nello Stato ebraico. Dopo il susseguirsi di attentati suicida durante la Seconda Intifada, quando le mamme, mi raccontano, mandavano a scuola i figli in due bus diversi, per le ragioni che facilmente si immaginano, fu deciso di erigere un muro capace di mettere al sicuro la cittadinanza. A Tel Aviv ci furono centinaia di morti, la stessa città dove ora l’unico caos che si nota è quello fuori alle discoteche. Da quel momento non ci sono stati più cittadini israeliani morti per questo tipo di attentati. Ma a quale prezzo? I racconti sono agghiaccianti: famiglie smembrate, intrappolate nel loro ghetto, una sorta di legge marziale vigente che consente sistematiche annessioni illegali di territori, negando sostanzialmente accesso a servizi fondamentali e strozzando quella parvenza di economia. E’ un prezzo troppo alto, e penso che il più forte abbia l’onere di non pretenderlo. Esso non è nato dal nulla, e andando a ritroso ci si ritrova sempre a mordersi la coda.

Ma non volevo parlare di questo, o meglio questa era la premessa. Gli spazi si son dilatati mio malgrado. Nel trambusto della rivoluzione che si propaga negli stati arabi, dalla Tunisia all’Egitto alla Giordania, con le possibili ripercussioni che arrivano ad intimorire gli abitanti di questa terra, volevo parlare di una battaglia silenziosa, strisciante, di cui probabilmente non avrete avvertito l’eco. Volevo parlare di una cantante, e volevo capire se una sua controversa decisione fosse stata giusta o meno. Ma nel mio tentativo di chiarirmi le idee, trovo che queste siano ora ancora più confuse. Ci tornerò, nel poco tempo che mi resta.

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E morì con un falafel in mano

Non seppi più cosa dire. Rimasi a guardarli mentre si allontanavano ridendo, e con le mani in tasca mi avviai verso casa. Cominciava a piovere e un tizio mi chiese da accendere. Non fumo, gli dissi toccando con le dita l’accendino nella mia tasca. Mi guardò in modo strano, ma non osò di più. Presi il telefono per fare una telefonata, ma l’unica cosa che feci fu fissare la sveglia per il giorno dopo: ore 12. La suoneria era quella della marcia di Radeztky. Chiusi il telefono e mi chiamarono i ragazzi: forse faresti bene a venire con noi, no, sta piovendo, dissi io, e la loro risposta si perse in una strana cantilena. È incredibile quello che si fa per non accontentare se stessi, pensai senza essere sicuro del significato. Il telefono squillò, era il tizio della lavanderia, andavano bene le camicie per quello stesso pomeriggio? Mi venne da ridere al pensiero che effettivamente non lo sapevo, dovevo pensarci. Passanti con cani al guinzaglio bisbigliavano ad alta voce, che si stavano dicendo? Appartengono alla dimensione del loro linguaggio, mi dissi soddisfatto mentre mi accendevo la sigaretta. Contai le monete che mi rimanevano facendo i conti sommando le teste e le colonne e le stelle, e mi venne in mente che forse quella era la vita di un altro. Se non ora, quando? Mi piaceva ripeterlo tra me e me, il sempiterno tentativo di ripartire, di azzerare tutto, di indossare una nuova maschera. Sì, ballo il tango e ho abbandonato la chitarra dopo inenarrabili sofferenze d’amore, dissi ad una donna conosciuta al supermercato. Nel salutarla, immaginai un motivetto inesistente e mi inventai una danza in punta di piedi. Riconobbi una manciata di stereotipi in un gruppetto di americani, o meglio in un gruppo di persone che mi parevano americane, o forse in quel momento l’associazione non era ancora nata e mi avvicinai a loro soltanto perché avevo visto volti simili nel film dell’altra sera, un film dove un pastore protestante perdona l’assassino di sua figlia ma che alla fine dà di matto. Accennai un saluto e loro mi dissero: si sta proprio bene qui, ed io dissi che sì, si stava molto bene, e me ne andai. Feci per sedermi su una panchina non ancora bagnata, e Il ricordo del suo sorriso mi richiamò alla mente un’epoca intera. Un’associazione immediata e non spiegabile: lei sorrideva, ed io mi rendevo conto dei momenti che si susseguivano in quel luogo, istante dopo istante, ed io che non ero null’altro che felice. Credo che all’epoca non me ne rendessi conto, che fosse un meccanismo così interiorizzato che solo a posteriori se ne potesse percepire l’efficacia. Quel sorriso che io tentavo di ricambiare voleva dire molte cose: che capivamo i nostri stati d’animo e i nostri cambiamenti d’umore, che sapevamo che più o meno nello stesso istante stavamo pensando la stessa cosa (ma dire la stessa cosa è riduttivo: ci stavamo pensando con lo stesso ritmo, con la stessa intensità). Avevamo fatto al mondo le stesse promesse, e ci sentimmo costretti a mantenerle: fu questo che ci allontanò, pensai in un attimo di lucidità. Diceva una volta un tizio che conoscevo e che non ho più rivisto che è necessario sempre attingere dalle proprie paure. Io lo faccio ogni giorno, ogni istante, non mi lascio sfuggire nemmeno un attimo di follia e perversione. Sembra che la gente apprezzi. Io tengo molto ai giudizi della gente. La guardo camminare per le strade confuse della città, la lascio andar via ma poi rimpiango il dialogo mancato con il bambino che mi chiede qualcosa del cane con cui giocavo: non so di che razza è, non sono esperto di questo genere di cose, però so capire se ha paura o se vuole giocare o se ha fame. Il più delle volte ha fame, una specie di dipendenza. Nessuno parla mai volentieri delle proprie dipendenze. Se lo fa, è sempre in termini goliardici, sicuro di trovare nell’ascoltatore un orecchio compassionevole e comprensivo, perché ad ognuno appartengono le debolezze, alzi la mano chi non ne ha. Ma continuo a vivere senza fottermene, senza grossi turbamenti. Chi ha bisogno di una religione? Siamo quello che siamo sulla base della dose di fortuna che ci ha accompagnati nella nostra esistenza da formiche. C’è chi rimane fermamente convinto della redenzione, della rivalsa postuma, trascurando di fare il possibile per ottenerla in vita, la rivalsa, durante quell’unico pezzetto risicato di tempo che ci è concesso, nostro malgrado, foss’anche solo nella nostra mera intima convinzione. Sembra sia tutto inutile, forse lo è davvero, ma per una volta mi concedo il beneficio del dubbio. Dopo, niente sarà uguale.

 

 

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La banalità del male

La Memoria di questa giornata non si sottrae all’essenza di ciò che la memoria è e non è: non è storia né verità assoluta, ma un atto individuale che presuppone selezione e insieme oblio, in quanto ritagliata su una identità singola, seppur di massa o istituzionalizzata. L’Italia e l’Europa ricordano: cosa ricordano? Quel lontano 27 gennaio del 1945 in cui i soldati russi aprirono i cancelli di Auschwitz e videro l’orrore. Un simbolo che per alcuni non è più sufficiente, in un epoca in cui continuano a venire ai disonori delle cronache ridicole, ma pericolose, liste di proscrizione da parte dei gruppi neonazisti che sguazzano nella rete. Non sufficiente forse, ma necessario.

E’ pur vero che la giornata della memoria così come la intendiamo – da dieci anni a questa parte – lascia ai margini il ricordo di altri nomi, nomi di campi sui quali la nostra fantasia non è in grado di speculare: Belzec (tra le 500 e le 700 mila vittime), Jasenovac (700 mila sterminati) e Chelmno (200 mila uccisi), e ignora quasi del tutto le vittime della prima fase del genocidio, i moltissimi ammazzati nei luoghi dove vivevano. Soprattutto sembra mettere a fuoco un particolare periodo storico (la fine della seconda guerra mondiale) e  un movimento politico (nazi-fascismo). Quello che sembra mettere nell’ombra è la profonda, radicata connivenza da parte di larghi strati delle popolazioni europee e dei cosiddetti intellettuali con quell’ideologia xenofoba antisemita che dall’Europa di mezzo si diffuse fino in Italia. Inoltre, riduce ad un unico momento storico quella discriminazione atavica che gli ebrei hanno sempre subìto, e che non si è modificata con l’avvento dei lumi: clero, borghesia, addirittura frange del movimento operaio internazionale. La banalità del male, quella che ha permesso al comune cittadino di indicare, di collaborare, di dire ad un altro essere umano di preparare la propria valigia e vederlo poi allontanare su un treno. La nostra mente, in questa giornata, va lì ad Auschwitz, questo nome è il catalizzatore della nostra coscienza di cittadino del terzo millennio. Ed è un bene, sia chiaro. Ma forse non basta. Questa data non appartiene alla storia dell’Italia,  non ricorda ciò che dovrebbe e cioè che la Shoà è stato un delitto anche italiano.

Ed è anche vero che il ricordo della Shoà in questa terra non è legato a questa data. In primo luogo, vi sono delle separate festività religiose ebraiche. Più di tutto, però, vi è lo straordinario e quotidiano attaccamento ad una patria di cui si è sempre stati deprivati, nonostante la cui esistenza non è ancora possibile per questa gente considerare vivere all’interno dei propri confini come un diritto acquisito e definitivo. L’esercizio della memoria è qui un implicito atto quotidiano che permea ogni gesto, anche il più stupido.  Per questo la polemica sul moltiplicarsi delle parole e commemorazioni – e il chiedersi che senso abbiano – suona un po’ sterile vista da questa prospettiva. Ricordare è quanto mai necessario, ancor di più se il ricordo non si riduce ad un carosello mediatico quanto piuttosto costituisce il motivo di fondo da cui ricostruire le proprie esistenze di esseri umani.

Ancora una volta questa prospettiva può guardarsi da posizioni speculari: c’è chi prende questa memoria e ne fa un monito universale per le crudeltà che si perpetrano al giorno d’oggi e chi invece ne fa la base per la necessità di uno stato ebraico. La prima è inevitabile: dopo tutti questi anni, ricordare il passato non può avere più senso se il ricordo non è anche una lezione sul presente e un monito sul futuro. In poche parole, ricordare per non voltare più lo sguardo, e questo vale per tutti, anche per chi una volta ha visto gli altri sguardi voltarsi. Ma anche la seconda, me ne rendo conto, è una reazione così istintiva e naturale che non faccio fatica a comprenderla. Dopo aver vissuto quegli orrori è inevitabile sviluppare una combattività per difendere la vita e identità di una terra che può finalmente dirsi propria, di cui si è sovrani. Speriamo solo che la compensazione che la storia ha da offrire non diventi cieca come la tragedia che ora la rende così necessaria.

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Il filo rosso

Rosso è l’orizzonte che scorgo dietro un grattacielo in embrione. Percorro Rothschild Boulevard e la strada termina in modo innaturale: la fine della strada, ma non è una fine, o almeno non quella che la nuova costruzione offrirà allo sguardo. Tra quanto tempo? Non lo so, ma se dovessi fare una stima approssimativa credo che si tratti di pochi anni, pochi mesi, forse basta alzare lo sguardo adesso e la celere produttività israeliana avrà già aggiunto un paio di piani all’edificio ancora senza nome, ancora senza utilità. Già, quale utilità? Qui la popolazione aumenta a ritmi elevati (boom!) e bisogna fare spazio, creare spazio, riempire il vuoto. Occuparlo. Ok, l’ho detto.

Quali le reali esigenze demografiche di un paese in piena corsa verso il benessere, con le sue società quotate in borsa, con le sue start-up, dove è difficile camminare per i bei viali alberati di Tel Aviv senza incontrare coppie sempre più giovani con pargoli al seguito, pargoli che verranno mandati a servire l’esercito e poi scapperanno in giro per il mondo e poi torneranno? Perché si torna sempre. In qualche modo, in un modo del tutto peculiare, tornare è un diritto. Ma è un diritto che pian piano si è trasformato in qualcos’altro a cui non so dare nome, ma che so essere animato da una profonda mancanza di criterio. Ogni pezzo della vecchia terra santa deve ritornare nelle mani giuste, le uniche legittimate, è questo quello che sembrano pensare le ali meno moderate dell’ortodossia ebraica. E allora il filo rosso di questo pomeriggio mi riporta allo Sheperd Hotel.

Situato nel quartiere Sheikh Jarrah, nella parte orientale e araba di Gerusalemme, lo Sheperd Hotel fu costruito nel 1930 e doveva servire da residenza per il Gran Mufti di Gerusalemme, la suprema autorità giuridico religiosa del popolo arabo-musulmano in Palestina. Muhammad Amīn al-Husaynī, questo il suo nome, è noto per essere stato uno dei principali nazionalisti arabi, precursore del fondamentalismo islamico e antisionista, il quale non disdegnò l’appoggio alla Germania nazista per fermare l’immigrazione ebraica tedesca durante gli anni ’30. L’hotel è sempre rimasto inabitato.

L’hotel è stato ora demolito per decisione governativa, al fine di costruire “unità abitative” per gli ebrei. La disputa è laddove l’hotel sia stato comprato dagli ebrei, se invece sia stata solo la terra ad essere acquistata rimanendo l’hotel di proprietà dei discendenti di Husseini, se la transazione sia avvenuta o se sia invece da considerare nulla per effetto di vizi di forma. A questo punto è difficile capire: come spesso succede, la realtà è narrata da opposte posizioni, le quali non consistono semplicemente in opinioni (su quelle, talvolta, si può discutere) ma in due inconciliabili modi di raccontarla.

Ora, premessa la storia travagliata di cui sopra, e accettando il fatto che Gerusalemme sia la città santa del Giudaismo, e concordando sul fatto che gli ebrei abbiano il diritto di vivere ovunque vogliano in Israele; dando per scontata, inoltre, in uno sforzo immaginativo, la volontà di un Dio che al pari di un agente immobiliare si dà da fare per popolare ogni quartiere della città santa con membri del popolo eletto, ritorna la domanda di cui sopra: quale utilità? Se l’unica preoccupazione di un ebreo israeliano è l’acquisizione di ogni centimetro quadrato della Israele biblica, allora l’utilità è massima. Ma se gli interessi di questa persona si estendono alla pace, alla possibilità che un altro popolo meriti uno Stato in cui vivere, alla possibilità di poter continuare a chiamare democratico questo Stato, allora ciò che sta accadendo è perfettamente inutile e dannoso.

Andar contro questo tipo di politiche (auto-lesioniste in ultima istanza, perché minano la credibilità del paese a livello internazionale) può essere considerata una posizione che va contro l’interesse dello Stato, una posizione sovvenzionata dagli stati nemici e in quanto tale meritevole di essere trattata come Hezbollah? E’ questo quello che è stato affermato durante le manifestazioni pacifiste della scorsa settimana a Tel Aviv. La Knesset ha deciso di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per indagare sulle attività di gruppi di sinistra “e sul contributo che danno alla campagna di delegittimazione contro Israele”. Sembra che non sia più possibile, in questo luogo, essere di sinistra, e sembra che lo stesso partito laburista stia implodendo. Quei cittadini che manifestavano contro il razzismo, per i valori democratici e per la fine dell’occupazione sono destinati a rimanere senza voce (mi ricorda qualcosa).

Il rosso svanisce lasciando posto al grigio delle nuvole. Il rosso indica a tutti lo stop: avanti non si può andare. Sarebbe consolatorio pensare al verde di quella linea tracciata nel 1948 per indicare la possibile coesistenza di due popoli e due stati. Nonostante tutto, questa è l’unica soluzione possibile, e il ritardo con cui ce ne si accorge spiega gran parte delle tensioni che si vivono in questo pezzo di mondo.

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Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

Tornare in un luogo in cui sei straniero ti rende straniero il doppio o ti rende straniero la metà? Il ritorno moltiplica lo spaesamento o ne riduce gli effetti?

Talvolta ho la sensazione che sia vera la prima impressione, che cioè tutto quello che è cambiato durante il tempo della mia assenza – relativamente poco – sia in realtà soggettivamente enorme per me. La città respira con un ritmo diverso. Uno strano inverno è giunto inaspettato, un inverno mite e pacioso paragonato a quello italico, ma che eppure risulta più rigido: più che mancare le coperte a dare calore, mancano le persone. Lo scenario è mutato in pochi giorni. Le persone si stringono nei cappotti e sui selciati ci sono foglie del colore dell’ambra, un vento impenitente sferza gli alberi implacabilmente nudi, i cani sonnecchiano e cercano riparo, al mercato sembrano tutti urlare di meno. Cambiano le tonalità: i chioschi della vita notturna sono chiusi, luci fioche a far capolino si intravedono tra le serrande, un grigio nuvolone compatto si profila instancabile all’orizzonte e un’aria sonnacchiosa si impossessa di tutte le cose. I rumori, anche quelli diversi: stridore di pneumatici sul bagnato, scrosci improvvisi, musica attutita dagli abitacoli delle macchine coi finestrini chiusi e appannati. Sarà l’inverno travestito da autunno che mi rende più straniero, o forse la città meno ospitale e aperta o evasiva e meno disponibile come una donna col mal di testa, o forse è altro? E’ altro, senza dubbio.

Non ti rendi conto del tempo che passa se non c’è una stagione che volge al termine.

Ma poi tutto ad un tratto pensieri e movimenti nascono con un automatismo, ci si ritrova alla fine dell’ipnosi, uno schiocco di dita e ci si guarda intorno, meravigliati, quanta strada che si è fatta, e dov’era rivolto  il nostro sguardo, dov’era che volevamo andare, e poi ti sovviene che l’unica differenza tra un sogno e una follia è che solo quando pensi che quest’ultima sia realizzabile allora cominci a sognare davvero, chi l’ha detto, proprio non lo ricordi, forse è un pensiero della tua vita non vissuta che avevi dimenticato di vivere, un’inesistente scivolare verso un tepore senza tempo, senza luogo, ma non avevi detto di voler smettere? sì, ma ricordo anche che non hai mai preso in considerazione la possibilità di non ricominciare. Ricominciamo.

Altre volte accade che ciò che prima era del tutto estraneo ora appartiene al tuo immaginario. Riconosci luoghi, volti, odori, ti abitui al mutare repentino delle nuvole che improvvisamente fanno largo al caldo e alla luce. Qualcuno in un negozio mi saluta, era l’accenno di un sorriso, quello? Noto un tizio in bicicletta con una barba da santone indiano, aria spaesata e andatura zigzagante, e ricordo che forse una volta l’ho battuto a scacchi, o forse lui ha battuto me, o è soltanto la necessità di rivedere un volto amico, qualcuno con il quale parlare e condividere pensieri senza senso e che ti ricordi che sei già passato di qui. Il gattino che si nasconde dietro l’oblò del piano ammezzato sembra cresciuto e sembra non soffrire il freddo.

La lontananza può essere delle anime o dei corpi. A volte le due necessità si sovrappongono, altre invece è solo una a prevalere sull’altra. Più spesso, l’abitudine mette la parola fine a tutte le speculazioni filosofiche: a quale nuovo inizio non ci si abitua? Abitudini che vanno in frammenti, frammenti che si cristallizzano in nuove abitudini. Fino alla prossima fine. E a quale fine non ci si abitua?

Resto solo, in questo modo imparo a condividere. L’aria è fredda e pungente, ma il sorriso della luna si fa inaspettatamente più ampio. Le nuvole si sono diradate, le stelle non si vedono ma si immagina una vita laggiù da qualche parte, si immaginano tutte le cose del mondo. Domani sarà ancora inverno, ma sarà una bella giornata.

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Back to the wall

C’era una volta il muro di Berlino. Era questo l’incipit che avevo in mente qualche giorno fa, quando, di ritorno da Betlemme, avevo in mente di raccontare quello che avevo visto spostandomi di pochi chilometri all’interno di quella che dovrebbe essere considerata la terra di tutti, e che invece non è. Quella terra che ho visto non è di tutti, appartiene ad una minoranza che è religiosa, economica, etnica, minoranza sociale in senso lato. Dall’altra parte della barricata c’è un altro mondo, si parla una lingua diversa, i volti sono differenti. Mi verrebbe da dire che sono più sorridenti, e questo è un paradosso enorme che lascia ancor più l’amaro in bocca quando si ritorna nei territori appartenenti agli ebreo-israeliani.  E dunque, c’era una volta il muro di Berlino non è appropriato. C’era una volta il muro di Betlemme, e c’era una volta il muro di Hebron, e c’erano una volta tanti muri, centinaia di chilometri di muro, alto il doppio rispetto a quello di sovietica memoria ma ugualmente privo di senso, ugualmente lesivo della dignità umana. Quando, dalla nostra remota distanza giudichiamo le cose del mondo, capiamo quest’ultime soltanto per la loro decima parte. Quando sentiamo parlare di un territorio che è frammentato, conteso, tragico, queste parole ci scivolano via dopo poco tempo, sopraffatte da altre nella continua bulimia mediatica. Quello che invece rimane ben impresso nella memoria è ciò che i propri sensi ti comunicano quando ti capita di mettere piede in quelle realtà così distanti, e il tatto e la vista e l’udito dicono soltanto una cosa, una cosa che è inutile provare a mettere in prosa perché è talmente evidente e in grado di causare un tale sgomento che le parole non servono. Se ci sto provando, in questo preciso istante in cui attendo l’aereo che mi riporterà a casa per pochi giorni, è perché a non tutti è dato di provare questo stesso sgomento. Le persone dotate di raziocinio, esseri umani ed equilibrati che vogliono vivere la propria vita in accordo a convinzioni morali non dico elevate, ma considerabili eque e guidate da uno spirito buono, sanno in cuor proprio ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, senza bisogno di meditare per argomentare la risposta. Giusto, o sbagliato. E allora penso a tutti quelli a cui non è permesso avvicinarsi a quei territori, a tutti quelli sottoposti al bombardamento di un’informazione che lascia filtrare ciò che le conviene, e soprattutto penso ai bambini, ai figli degli ortodossi che si insediano a ridosso di quelle terre che non spettano loro di diritto, e che crescendo non muteranno mai la propria convinzione che in casa loro c’è un nemico da combattere, piuttosto che un popolo con cui fare la pace. Non è permesso loro avvicinarsi per motivi di sicurezza, ma anche per un motivo di fondo che forse le stesse persone delle quali sto parlando non sarebbero in grado di accettare coscientemente: per evitare che sorgano dubbi, domande, per evitare che ci si chieda: noi siamo questo? Noi vogliamo essere questo? Può darsi che mi sbagli, nella mia posizione sento di non potere e non volere avere l’arroganza di dire ciò che è giusto o sbagliato, questi sono solo pensieri scritti di getto, in preda ad una forte emozione, scritti nel non-luogo per definizione, per provare a cacciare fuori un po’ di inquietudine che quel viaggio mi ha procurato. Quello a cui ripenso non sono soltanto i volti sorridenti delle persone, non penso soltanto alle scritte sul muro, scritte potenti nella loro semplicità, ma penso anche ai volti quasi sempre cupi e assenti dei ragazzi israeliani che servono l’esercito, ragazzi poco più che bambini ai quali è chiesto di dare il massimo che hanno negli anni della propria maturazione, quando si formano come uomini e come donne, la cui mente non sarà mai sfiorata dal dubbio, e ove anche lo fosse la risposta sarebbe l’alienazione e non la protesta. Penso insomma a tutto quello che fa svegliare le persone la mattina e che impedisce loro di dire “c’era una volta”, al tempo che dovrà passare e le coscienze che dovranno risvegliarsi per abbattere tutti quei fottuti muri.

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