Ritagli

Un’idea fissa

Li ho visti andare e venire, attraverso continenti e oceani, ma ho nascosto le tracce dei loro passi. Dove soffio io, non resta più nulla. Sono io che dico l’ultima parola. E poi verrà il silenzio. Un giorno bisogna spogliarsi anche della menzogna legata all’identità che ci siamo portati dietro dalla nostra patria. Nel farlo proviamo un grande sollievo, ma in quella complessa nudità, in quell’impudicizia avvertiamo poi un che di spaventoso. Un giorno sentiamo che la nostra identità vacilla, inizia a sgretolarsi. Ce ne ricordiamo ormai come di un’idea fissa.

Sándor Márai – Il sangue di san Gennaro
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Se questo è un libro

Sono passati tre anni da quando mi espressi sulla Giornata della Memoria su questo blog. Tre anni, un tempo lunghissimo. Ora non mi azzarderei mai a scrivere una cosa del genere. All’epoca feci le mie ricerche, cercai di risolvere un dilemma morale, di contribuire al dibattito. Ora vi rinuncio. Ci sono troppe voci in giro, rinunciare ad aggiungerne un’altra è un atto di pudore. Non rinuncio alla vanità di segnalarvi quel testo, mi direte. Al contrario: ve lo segnalo perché non mi appartiene più.

Se scrivo questo post è invece per segnalarvi delle testimonianze letterarie sull’Olocausto che non siano la citatissima opera di Primo Levi (che tra l’altro mette in secondo piano altri libri di rilievo di questo scrittore dei quali prima o poi bisognerà parlare: Il sistema periodico e La chiave a stella).

La prima è un capolavoro a fumetti che lessi tanto tempo fa e che ora non trovo più: Maus di Art Spiegelman

La seconda è un libro fuori catalogo che non ho mai letto ma di cui ho sentito parlare oggi su Rai Storia: Il grande viaggio di George Semprùn.

Infine, il libro che ho attualmente sotto mano e di cui mi accingo a tentarne la lettura per la seconda volta: Le benevole di Jonathan Littel. C’è un tempo per ogni libro, dicono. O meglio, bisogna che un certo tipo di letteratura tocchi le tue attuali corde, dico io. Ora che mi trovo in questo stato dubitativo, in cui un non lo so è la risposta migliore, in un momento in cui sono così inflessibile nel condannare la mia e vostra ipocrisia, sono sicuro di riuscire a finire un romanzo la cui introduzione termina così:

There were always reasons for what I did. Good reasons or bad reasons, I don’t know, in any case human reasons. Those who kill are humans, just like those who are killed, that’s what’s terrible. You can never say: I shall never kill, that’s impossible; the most you can say is: I hope I shall never kill. I too hoped so, I too wanted to live a good and useful life, to be a man among men, equal to others, I too wanted to add my brick to our common house. But my hopes were dashed, and my sincerity was betrayed and placed at the services of an ultimately evil and corrupt work, and I crossed over to the dark shores, and all this evil entered my own life, and none of all this can be made whole, ever. There words are of no use either, they disappear like water in the sand, this wet sand that fills my mouth. I live, I do what can be done, it’s the same for everyone, I am a man like other men, I am a man like you. I tell you I am just like you!

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Krishna’s Arrow

“What about Krishna’s arrow?” I asked. McGinnis stirred slightly. He had it all prepared in his mind. “It’s that scene in the Bhagavad Gita. Krishna is explaining to Arjuna what his attitude to action must be. Arjuna is about to lead his army against the evil Kauravas on the battlefiled of Kuru. The kauravas are the tundre sons of the blind king Dhritarashtra. But they are also Arjuna’s cousins, his blood, so to speak. He asks Krishna if it is moralo to shoot his bow in anger at them. It is curious, because everyone thinks Hinduism is all about inaction, passivity, renunciation. But not at all. Krishna says, in effect, “by all means, shoot your bow.” It is in fact moral to act, to be decisive. But it is not moral to attach yourself to the fruit of that action. When you no longer care where the arrow strikes, or if it strikes, you shoot with unerring determination and accuracy. You become the unattached arrow, liberated from its purpose and effect – but you also become pure action. I wonder if this idea made its way across the centuries to China, so that Lao-Tzu could say, “The highest man is at rest if dead, and in movement he is like a machine. He knows neither why he is at rest, now why he is not. Nor does he know why he is in movete and why he is not.” So freedom, you see, is like being a machine – or a dog.”

Lawrence Osborne, Bangkok Days

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Un politico senza cravatta

Alla fine del precedente post vi parlavo di una bella tiritera contro la cravatta che avevo letto da qualche parte, e allora voglio cominciare riportandovene un pezzettino:

“La cravatta è, secondo il dizionario, una striscia sagomata e modellata, di seta o d’altro tessuto, che viene annodata attorno al collo facendola passare sotto il rovescio del colletto della camicia. È strano pensare che tutte le mattine (mattine lunghe 24 ore, perché sono distribuite su tutto il pianeta) milioni e milioni di signori si annodano una striscia di stoffa colorata attorno al collo. Qualcuno a un certo punto ci penserà e si dirà che è proprio strano. La cravatta è l’invenzione di un reggimento di croati (da cui il nome) che combattevano per Luigi XIII, re di Francia nel seicento, e da allora va avanti così. La cravatta è una striscia o un pezzo di stoffa vecchio più di trecento anni che è cambiato un po’ ma da cent’anni è sempre uguale a se stesso, identico a se stesso, e identifica la gente. Perché la cravatta è, soprattutto, una cosa che assolve meglio di qualunque altra la funzione delle cose in questi i nostri tempi: definire il loro proprietario. Possediamo interi battaglioni di cose perché senza di loro non sapremmo chi siamo. Nessuna di queste cose è così facile da portare e dice tanto quanto

Avevo messo questo stralcio da parte e atteso un momento più propizio nel quale ritagliarlo su questo spazio. E il momento propizio è arrivato quando leggo del politico di cui al titolo, che non è quello a cui state pensando. Il vero protagonista di queste mie riflessioni è José Mujica, 78enne presidente dell’Uruguay. Per coloro i quali non ne avessero mai sentito parlare, ecco una breve biografia: nei primi anni 60 fa parte del movimento rivoluzionario dei Tupamaros, viene arrestato sparato internato, poi evade, poi lo rimettono dentro e poi lui per 14 anni studia testi di agraria e matematica in un carcere (che adesso è un centro commerciale a Montevideo) bevendo il suo piscio, poi esce ed è il primo ex rivoluzionario ad essere eletto in Parlamento. E poi diventa presidente. È in carica dal 2010, e forse alcuni di voi avranno visto il suo famoso discorso alle Nazioni Unite, oppure sentito parlare del fatto che devolve nove decimi del suo stipendio a ONG e vive con l’equivalente di 800 euro al mese in una casa che usa acqua piovana come approvvigionamento idrico principale.

Mi sembra questo un buon momento storico per imparare qualcosa dal suo messaggio, in un tempo in cui l’elite intellettuale di questo paese ci ricorda la tendenziale deriva populista del popolo italiano, il quale ama le ricette semplici e si lascia ammaliare dalle sirene. Mi dico però che esistono effettivamente uomini straordinari che sono in grado di rispondere alle aspettative che ingenerano, e il presidente Mujica è uno di questi: “La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito a guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e che ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono tempo per vivere.” Pare questa essere la traduzione in termini politici del concetto di Eudaimonia, parola che aveva dato il titolo a un post che risale al mio passato australiano, parola che presuppone e spiega la ricerca della felicità come esito di un comportamento morale (non edonistico, quindi): “Chi non è felice con poco non sarà felice con niente”.

E che altro c’è da aggiungere?

 

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Città aperta

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Non dovreste lasciarvi sfuggire Città Aperta: un giorno Teju Cole sarà un grande scrittore, e voi potrete dire di conoscerne persino l’esordio, quella storia frammentata e incerta che ancor più incerti e a pezzi vi aveva ridotto quando l’avevate letta. Potrete dire che è passato del tempo da quando vi identificaste con quel flaneur urbano un po’ atipico, origini nigeriane inzuppate nel calderone cosmopolita della città, la città per eccellenza, l’unica che ha uno state of mind tutto suo. Magari anche voi eravate soliti camminare per la città in orari improbabili, notandone le suggestioni che i colori e le persone le conferivano ad orari diversi del giorno e della notte, unendo i puntini di quelle storie così solitarie e rimbalzando malinconicamente su quella tela che la vostra sensibilità un po’ eccentrica aveva saputo costruire.

La solitudine di questo maratoneta urbano è del tutto peculiare. La New York nella quale è finito a vivere e ad esercitare la professione di shrink – strizzacervelli – è la sublimazione visiva e culturale delle questioni che gli sono rimaste naturalmente in mano dopo il trapianto, così fortemente voluto, negli agognati States. Gli si perdona il cinismo nei confronti delle altre persone dalla pelle nera, perché il comune denominatore della marginalità, di pensiero e di vita, bisogna trovarlo ovunque: negli incontri con un vecchio professore universitario immerso nelle sue memorie; con il messicano che torna a casa, solo e zoppicante, dopo la maratona; con donne che non fanno troppe domande e con altre che invece pretendono risposte; e con i brothers, come con il tassista con il quale Julius, il nostro antieroe, rifiuta di scambiare quel cenno a significare la comune appartenenza a un mondo diverso, e con quegli altri due, appena quindicenni, con il quale il cenno c’era sì stato, e che aveva forse esso stesso costituito il lasciapassare a una facile e inaspettata aggressione.

Più che la storia – a suo modo lineare, anche se dobbiamo intagliarla con l’aiuto dei flashback – è quello scarto tra come la realtà è e come dovrebbe essere, come ce la immaginiamo, che dipana il filo conduttore che mi ha inchiodato a queste pagine. “I told the story to Nedege on our way back into Manhattan that day. Pehaps she fell in love with the idea of myself that I presented in that story. I was the listener, the compassionate African who paid attention to the details of someone else’s life and struggle. I had fallen in love with that idea myself”. Impariamo ad identificarci con Julius perché le sue riflessioni sulla città, puzzle di monumenti e musei e musica e parole, ci rendono intellettualmente onesti facendoci a pezzi. Ci fanno pensare in maniera netta alla storia che ci stiamo raccontando, quella che ci è necessaria per mantenere intera la nostra integrità, salvo poi scoprire che la stessa storia ha angolazioni diverse alle quali non avevamo pensato.

Se dopo i primi vagabondaggi per la città abbiamo imparato a conoscere un poco il protagonista di questa non-storia, ci aspetteremo un fallimento completo dal suo viaggio a Bruxelles, tentativo volutamente disperato di mettere insieme i pezzi della sua storia. Ma avremo anche capito che ciò poco importerà, perché la sua voce sarà sempre ferma anche se non farà che porre domande su domande. Il marocchino Farouq, che gestisce un call center e studia filosofia morale, fa da contrappasso alla vena dubitativa di Julius e alla sua visione relativizzante della vita e dei suoi conflitti. Entrambi sono stranieri in terra straniera, e si ritrovano nel mezzo di discussioni di letteratura e politica che leniscono la solitudine del piovoso inverno europeo. L’America e le sue contraddizioni, il suo spirito di sinistra diluito nel mainstream dei Democratici che paiono a Farouq la faccia di una stessa medaglia, sono lì ad attendere Julius dopo la sua fuga europea. Il nuovo amico, al quale non rivolgerà un ultimo saluto, sarà ancora lì a ponderare una rivoluzione islamica che aborre la violenza, e ce lo immaginiamo che con l’ultimo sorso tenta anche di buttare giù il dubbio sul perché ogni destino diverso sia in fondo diverso a modo suo.

Ciò che resta è la storia di una vocazione, quella per la psicoanalisi, che Julius è capace di far evolvere dal nucleo puro delle teorie freudiane in una scienza gentile, compassionevole, come solo un immigrato che ha deciso di non compiangersi poteva fare. Restano storie di attaccamento e indifferenza e le riflessioni crudeli su di esse. Resta la musica classica, sulle cui note si apre e chiude il romanzo, così come inizio e fine sono segnati dalla riflessione sulla migrazione degli uccelli, metafora forse di quegli spostamenti di storie umane, non meno faticosi, al termine dei quali un nuovo senso è difficile trovarlo perché al termine della strada ci si ritrova sempre con in mano quello proprio, di senso. E una manciata di altre cose, amalgamate in quella maniera un po’ acerba che si può amare oppure odiare, senza riserve. Alla fine siamo sopraffatti e ci viene da pregare la sua preghiera laica: “Prayer was, I had long settled in my mind, no kind of promise, no device for getting what one wanted out of life; it was the mere practice of presence, that was all, a therapy of being present, of living a name to the heart’s destre, the fully formed ones, the as yet formless ones”.

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Il viaggiatore immorale

Viaggiare è immorale, diceva Weininger viaggiando; è crudele, incalza Canetti. Immorale è la vanità della fuga, ben nota a Orazio che ammoniva a non cercare di eludere i dolori e gli affanni spronando il cavallo, perché la nera angoscia, dice il suo verso, siede in groppa dietro il cavaliere che spera di farle perdere le proprie tracce. L’io forte, secondo il filosofo viennese presto stroncato dalla convivenza con l’assoluto, deve restare a casa, guardare in faccia angoscia e disperazione senza volerne essere distratto o stordito, non distogliere lo sguardo dalla realtà e dal combattimento; la metafisica è residente, non cerca evasioni né vacanze. Forse talora l’io resta a casa e a viaggiare è un suo sembiante, un simulacro simile a quello di Elena che, secondo una delle versioni del mito, aveva seguito Paride a Troia, mentre la vera Elena sarebbe rimasta, per tutti i lunghi anni della guerra, altrove, in Egitto.

Weininger denunciava nel viaggio la tentazione dell’irresponsabilità; chi viaggia è spettatore, non è coinvolto a fondo nella realtà che attraversa, non è colpevole delle brutture, delle infamie e delle tragedie del paese in cui s’inoltra. Non ha fatto lui quelle leggi inique e non ha da rimproverarsi di non averle combattute; se il tetto di una notte crolla ed egli non ha proprio la disgrazie di restare sotto le macerie, non ha altro da fare che prendere la sua valigia e spostarsi un po’ più in là. In viaggio si sta bene perché, a parte qualche sciagura, terremoto o disastro aereo, non può veramente accaderci nulla; non si mette in gioco la propria vita.

Il viaggio è anche una benevola noia, una protettrice insignificanza. L’avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o l’incapacità di amare e costruire, di avere e dare felicità, di crescere con coraggio o rattrappirsi nella paura; è là che ci si mette a rischio. La casa non è un idillio; è lo spazio dell’esistenza concreta e dunque esposta al conflitto, al malinteso, all’errore, alla sopraffazione e all’aridità, al naufragio. Per questo essa è il luogo centrale della vita, col suo bene il suo male; il luogo della passione più forte, talora devastante – per la compagna e il compagno dei propri giorni, per i figli – e la passione coinvolge senza riguardi. Andare in giro per il mondo vuol dire pure riposarsi dall’intensità domestica, adagiarsi in piacevoli pause pantofolaie, lasciarsi andare passivamente – immoralmente, secondo Weininger – al fluire delle cose.

C’è un’altra immoralità del viaggio, la chiusura dinanzi alla diversità del mondo. Il viaggiatore mitteleuropeo è facilmente un Ulisse in veste da camera, come ha scritto Giorgio Bergamini, uno che vorrebbe navigare fra una poltrona e una biblioteca, sul blu oceanico dell’atlante piuttosto che su quello delle onde; uno per il quale l’infinito è il segno matematico dell’infinito. Chi viaggia sulla carta si disabitua impercettibilmente alla vita e rivolge le proprie passioni al grafico della vita, alle curve statistiche dei suoi fenomeni; diviene un uomo senza qualità per il quale, scrive Musil, la verdura in scatola diventa il vero senso della verdura fresca.

Anche quando viaggia nel mondo, il viaggiatore conserva tale tendenza ad abbottonarsi bene il pastrano e ad alzare il bavero, quasi a porre una difesa fra sé e le cose. Per fortuna pure i viaggiatori danubiani amano il mare e forse, come quelli del mio Danubio, attraversano le grandi pianure della Mitteleuropa sotto cieli pesanti soprattutto per raggiungere il mare. È sulle rive del mare “inesplicabile”, come lo chiamava Camoes, che s’incontra il respiro largo della vita, che apre alle grandi domande sul destino e al senso del bene e del male; il mare pone a confronto con l’ambiguità, invita a sfidarla – sul mare immortale, scrive Conrad, si conquista il perdono delle proprie anime peccatrici. Al mare ci si spoglia, ci si toglie le soffocanti difese e ci si apre a ciò che sta davanti. Anche questa è la salvezza del viaggiatore, il quale pure sul lastricato delle città o sulle montagne si sente sulla traballante tolda una nave sbattuta dai marosi, arca precaria o salvifica.

Crudeltà del viaggio, ammonisce Canetti: il viaggiatore guarda al mondo con curiosità ed è in qualche modo propenso ad accettare ciò che vede, anche il male e l’ingiustizia, a conoscerli e a capirli piuttosto che a combatterli e a respingerli. Il viaggio nei paesi totalitari, ad esempio, è sempre un po’ colpevole, una complicità o almeno neutralità di fatto nei confronti delle violenze e delle infamie celate dietro i villaggi Potemkin che si attraversano e dove si trova ospitalità. Eppure, a poco a poco, il viaggiatore scopre, è costretto a scoprire la fraternità e il comune destino del mondo, a sentire che il mondo intero è la sua casa e che solo questo sentimento rende vero il suo amore per la casa lasciata al suo paese, che altrimenti sarebbe un orrido e regressivo feticismo.

Come per il vagabondo buonannulla di Eichendorff, amore delle lontananze e amore del focolare coincidono, perché in quel focolare si ama pure il vasto mondo sconosciuto e in quest’ultimo si coglie, anche nelle forme più diverse, l’intimità del focolare. Dante diceva che bevendo l’acqua dell’Arno aveva imparato ad amare fortemente Firenze, ma che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare – ognuna delle due acque, da sola, è insufficiente e inquinata. Viaggiare insegna lo spaesamento, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere straniero fra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli. Per questo la meta del viaggio sono gli uomini: non si va in Spagna o in Germania ma fra gli spagnoli o fra i tedeschi. “Legga letteratura di viaggio” diceva a un teologo Kant, che pure non voleva muoversi da Konigsberg.

Claudio Magris – L’infinito viaggiare

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Sovversivo

Insomma l’hai visto il sottopassaggio?

Ci sono sottopassato due volte. Sono sbucato tra Piazza San Ferdinando e piazza Plebiscito, poi in quelle tre o quattro vie di rappresentanza, col San Carlo la Galleria eccetera come i mobili nel salotto buono delle famiglie decadute: nelle altre stanze meglio non gettare lo sguardo altrimenti dicono denigri il buon nome. Ma qui un po’ di belletto e il buon nome è salvo, restaurato con poca spesa e qualche brutto neo il volto borbonico dei bei tempi. Bei tempi per chi? Nostalgie non mie, ancora troppo giovane, non capisco la poesia di queste cose, ci vuol altro per impressionarli i giovani d’oggi!

E il grattacielo col ristorante all’ultimo piano?

L’ho visto, l’ho visto, come si fa a non vederlo? Eh, è finita l’epoca del cavalieravvocatocommendatore che come niente ti faceva aprire un bar! Ora è arrivato il mascalzone con la Rolls Royce sotto il palazzo e lo yacht a Santa Lucia, è l’epoca dell’appaltesportamatore. E c’è il grattacielo e la rapida ascesa dal basso verso l’alto del nuovo arrivato. La storia, la stessa storia meschina, continua. Baroni re e viceré – e ora questi altri, seduti al ristorante, si sentono sotto il culo un sufficiente numero di piani arbitrariamente costruiti: ciò li rassicura, la storia non muta, e stimola l’appetito.

Prima emigri e poi denigri – la solita tiritera. Ti pare bello, ingrato, denigrare così il buon nome? Ma il buon nome di chi? E finisce col solito diversivo: sovversivo.

E va bene! Sovversivo, dolcemente avverso all’azzurro che avvolge tenero le case, cammino disincantato per le strade della città materna, come vipera nel seno che l’accolse, invelenito da freddo amore, riscaldandomi al suo tepore.

 

Raffaele La Capria – Ferito a morte

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Eudemonia

Ovvero: il demone della felicità. Il demone non è da intendersi, come spiega Wikipedia, in senso negativo, bensì come genio, predisposizione dell’animo, sì che questo stato di benessere si configura in modo marcatamente meno solipsistico rispetto al gemello Edonismo. Il perché di questa parola alla fine di un post un po’ aggrovigliato, siete perdonati se saltate subito all’ultimo paragrafo. Ne parlavo con un po’ di amici – a distanza, ovviamente, perché i figli dell’emigrazione liquida mantengono reti sociali in cui le relazioni si fanno spurie e sono forse anche epurate dalla banalità e dalla stanchezza della quotidianità – ne parlavo e mi viene detto che la felicità è un impegno. Ad un’altra amica chiedo se dovrei forse sentirmi in colpa di godere così smaccatamente della mia condizione di solitudine (un inglese direbbe solitude e non loneliness), e in tutta risposta mi viene chiesto se ho la coscienza sporca. Non rispondo, perché i figli delle relazioni liquide sono talvolta maleducati e lasciano cadere le conversazioni così, senza replicare, dando alla famosa ultima parola il peso di un macigno. Sono qui per chiarirmi le idee e per rimediare alla mia maleducazione.

In realtà non so a favore di chi sto scrivendo, ci sono queste cose che mi passano per la mente ma poi dopo me le scordo, penso ad altro, fingo di pensare ad altro mentre quelle cose lì ci sono sempre, solo che non so dirle e ho bisogno che qualcuno più bravo di me le dica al posto mio. Non penso a nulla mentre lavoro, perché qui il Primomaggio non esiste, non penso a nulla mentre tento di descrivere le cose che mi circondano, perché fin quando non sarai in grado di definire la tua realtà questa esiste solo nella tua mente e di conseguenza non è realtà – non ancora: è una finzione dalle molte pretese. Ho molto tempo per me, ho molto tempo per leggere – per rileggere. Scrive Fitzgerald in Tender is the night: “She felt that she had learned something, though exactly what it was she did not know. Later she remembered all the hours of the afternoon as happy – one of those uneventful times that seem at the moment only a link between past and future but turn out to have been the pleasure itself.”

I due linguaggi si prendono a pugni, si contendono la mia attenzione. La madrelingua è umile e gentile, mi viene in soccorso quando le parole dell’aristocratico patrigno inglese tardano a fluire. Provo a descrivere a me stesso il film visto – rivisto – l’altra notte, dopo che la merda della prima serata aveva fatto il suo corso e il palinsesto poteva sbizzarrirsi con film esotici. The golden door, che poi altro non era che Nuovomondo, e perché tradire l’originale, con la sua bella musicalità? Italiano e Inglese si mischiano al Siciliano, mentre seduto sulla poltrona guardavo quelli che emigravano e andavano incontro all’ignoto, senza reti sociali costruite a colpi di click. Ma poi mi abbandono alla storia, quante storie possiamo accogliere, di quante storie abbiamo bisogno? Parlerei volentieri di questo, ma non c’è nessuno ad ascoltarmi. Prendo nota mentalmente che devo dire alla mia amica che talvolta la solitudine non è così beata. Scrive Paul Auster in Sunset Park: “I did want to become a better person. That was the whole point. Become better, become stronger – all very worthy, I suppose, but also a little vague. How do you know when you become better? It’s not like going to college for four years and being handed a diploma to prove you’ve passed all your courses. There’s no way to measure your progress. So I kept at it, not knowing if I was better or not, not knowing if I was stronger or not, and after a while I stopped thinking about the goal and concentrated on the effort. (Pause. Another sip of wine). Does any of this make sense to you? I became addicted to the struggle. I lost track of myself. I kept on doing it, but I didn’t know why I was doing it anymore.”

Ma poi penso che devo andare a lavorare, qui non è il Primomaggio, il lavoro lo si festeggia ogni giorno lavorando, e penso che se mi sento in colpa è forse perché non ce l’ho fatta ad accettare lo svilimento di ricerche infruttuose, di carriere senza senso, di precariato avvilente. Felicità marginale decrescente! I miei vecchi studi mi riportano poche nozioni e io le ritrasformo in nuovi concetti (ho molto tempo per me): se dopo un certo livello di remunerazione economica la nostra felicità cresce di molto poco, allora perché sprecare il proprio tempo? Mi rendo conto che poco a poco mi sto chiarendo le idee: ciò si avvicina al groviglio più profondo ma non lo dispiega. Un’altra conversazione mi viene in soccorso: “ho sempre invidiato quelli che, come te, se ne fottevano delle convenzioni e, pur perdendo Tempo, andavano incontro alle proprie aspirazioni.” No, cari amici, non avete da invidiare il coraggio che ho avuto nel partire. Se mi sento in colpa è perché invidio il vostro coraggio nel rimanere, perché avete avuto in voi stessi, quando avete scelto il vostro percorso di formazione, tutte le alchimie necessarie per far precipitare i vostri talenti. “Laddove i bisogni del mondo e i vostri talenti si incrociano, là risiede la vostra vocazione”, diceva qualcuno.

Devo scrivere alla mia amica. Devo dirle che se, alla fine, non mi sento tanto in colpa è perché questa solitudine mi sta aiutando a scoprire la mia, di vocazione, e hai voglia a dire che la solitudine è una condizione interiore che in tanti, pur nelle prossimità urbane, possono provare. No, nel mio caso v’era la necessità di rimanere con me stesso, di raggiungere fattorie nel bel mezzo del nulla e guidare per centinaia di chilometri fino al centro abitato più vicino. Questi contadini, poi, sono un po’ strani, perché in tutto questo sudore e fatica fisica ti ritrovi tra le mani un libro con le citazioni di quel famoso aforista francese La Chautebriand, che non esito a tradire in questo inglese così plain: “A master in the art of living draws no sharp distinction between his work and his play; his labor and his leisure; his mind and his body; his education and his recreation. He hardly knows which is which. He simply pursues his vision of excellence, his Eudemonia, through whatever he is doing, and leaves others to determine whether he is working or playing. To himself, he always appears to be doing both.” Con questo si chiude il cerchio di quei pensieri che ho provato a descrivere a me stesso inutilmente negli ultimi giorni, e il fatto che ciò avvenga oggi è un sollievo: pur non esistendo qui il Primomaggio, faccio un augurio a chi, tra gioco e lavoro, stanziale o nomade, sta perseguendo la sua propria, piccola felicità.

Does any of this make sense to you?

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Saggio sulla giornata riuscita

“In effetti esiste una canzone che potrebbe avere questo titolo. La canta Van Morrison, “il mio cantante” o uno di loro, e in realtà non si chiama così, prende il nome da una piccola località dell’America, peraltro insignificante, e racconta, sì, immagini di un viaggio in macchina fatto una domenica, giorno in cui la riuscita della giornata sembra ancora più difficile che in tutti gli altri giorni. Si tratta di una gita in due, con una donna probabilmente, narrata nella forma del Noi (dove la riuscita della giornata è un avvenimento ancor più grande che da soli): pescano sui monti, poi continuano il viaggio, comprano il giornale della domenica, poi continuano il viaggio, uno spuntino, poi continuano il viaggio, lo splendore dei tuoi capelli, l’arrivo della sera, e l’ultima riga, suppergiù così: “perché una giornata qualsiasi non può essere come quella?”. È una canzone brevissima, forse la ballata più breve che sia mai esistita, dura appena un minuto, e chi la canta è un uomo già quasi anziano, con qualche ultimo ciuffo di capelli, e di quella giornata si racconta più parlando che cantando, per così dire senza canto, suono, tono, un mormorare come di passata ma a petto tutt’aperto, che nel momento della massima apertura s’interrompe di colpo.
E forse la linea della bellezza e della grazia non può più prendere, al giorno d’oggi, una dolce sinuosità come al tempo di Hogarth, quel XVIII secolo che era inteso come una pienezza tutta terrena propria dell’epoca. Non corrisponde forse a uno come noi, adesso, il fatto che una forma come quella si frantumi in continuazione, finendo per incespicare, balbettare, ammutolire e zittirsi, per poi ricominciare e prendere vie traverse, pur se alla fine tende come sempre a un’unità, a qualcosa che sia un tutto? E non è altrettanto conforme a noi, adesso, alla fine del XX secolo, il fatto che siano operanti più le idee di una singola giornata riuscita che quelle di qualsivoglia eternità o di un’intera vita riuscita, purché non solo nel senso dell’ “Adesso è adesso” (inteso non certo come un “vivi alla giornata”) ma anche con la speranza – no, il desiderio – no, il bisogno – di immaginare, indagando gli elementi dell’intervallo di un giorno, pure un modello per uno spazio di tempo più grande, uno ancor più grande, il più grande possibile? Sì, perché il mio vivacchiare di adesso, da un giorno all’altro, dopo che sono sfumate tutte le precedenti idee sul tempo, senza alcuna conformità a una legge (sia pure lasciando essere ciò che serve per vivere), senz’alcuna relazione (con te, con quel passante), senza la minima certezza (che il momento di gioia di oggi si ripeterò domani o un giorno): un vivacchiare del genere, sopportabile in gioventù e a volte accompagnato (guidato?) perfino da una certa spensieratezza, ora si ribalta sempre più spesso in un grave disagio e con gli anni si fa per giunta rabbiosa irritazione.
Ma siccome questa rabbia non riesce a rivolgersi, com’era invece in gioventù, né contro il cielo né contro l’attuale situazione della terra né contro un terzo qualsiasi, mi rivolto io contro di me. Dannato, perché non vedo più noi insieme? Maledetto, perché già alle tre del pomeriggio la luce giù nel sentiero o il battere dei treni sui binari o il tuo viso non è più quell’evento valido per il più lontano futuro che ancora stamattina contava così tanto? Dannato, perché meno che mai riesco, in netto contrasto con l’immagine consueta dell’invecchiare, a trattenere, a capire, ad apprezzare i momenti della giornata e della vita? Maledetto, perché sono, nel vero senso della parola, così dispersivo? Dannato, maledetto, dannato. (Ma guarda, là fuori ad asciugare, sul davanzale dell’abbaino della casa a timpano, le scarpe da ginnastica del figlio del vicino, quel ragazzo che ieri sera, sotto la luce dei riflettori del campo qui in periferia, vedevamo pizzicare la cucitura della maglietta mentre aspettava che gli passassero la palla).”

 

Saggio sulla giornata riuscita, Peter Handke

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Our Mother Has Swallowed Her Toungue

Patrick è il terzo figlio di Giuseppe detto Joe. Joe porta distrattamente un paio di baffi grigi, e ogni sera, finito il turno, va nel retro del ristorante a mangiare la sua cena e a bere un bicchiere di vino rosso. L’inglese di Joe è fluente ma gli leggi tra un affanno e l’altro la provenienza italica. Lui ed io parliamo solo inglese. La conversazione tra due madrelingua italiani in inglese è quasi sempre uno spasso. Solo una volta l’ho sentito parlare in italiano, e non era con Patrick ma con un vecchio cameriere. Il suo italiano non si reggeva in piedi e si poggiava sulle stampelle del dialetto, un dialetto meridionale, o meglio un dialetto la cui musicalità può solo plasmarsi al sole e al vento del sud. Si poggiava su di esso in maniera piuttosto rozza. Io quella volta risi, Joe era stato particolarmente arguto nel commentare i clienti che avevano appena lasciato il ristorante, risi di cuore anche se di solito io e lui parliamo in inglese. Patrick ci guardava e non rideva. Lui l’italiano non lo sa.

Patrick è alto e dinoccolato, sono sicuro che in inglese c’è l’equivalente di questa parola ma, quando mi capita di doverlo descrivere ad altre persone, mi limito a dire che è alto. Di lui so solo che è il figlio del boss. Non parliamo molto, nemmeno quando rimaniamo da soli. Gli faccio domande stupide, in modo tale da instillargli la curiosità di verificare se sono effettivamente stupido oppure lo faccio apposta. Lui non si dà la briga di andare oltre, mi risponde nel suo inglese australiano e io annuisco convinto. L’unica volta che mi ha sorriso fu quando gli chiesi se a Napoli aveva mangiato la pizza. Aveva il sorriso colpevole di chi spaccia come vera la pizza italiana che vende ben conoscendo quel sapore che, nonostante tutto, all’estero non si riesce proprio a riprodurre (ma non è che andando a nord di Roma le cose cambino, eh).

Ma non volevo parlare di questo, e sulle storie di Patrick e Joe possiamo sorvolare. Solo che mi sono venuti in mente loro due quando ho ascoltato per la prima volta questo poema musicato di Dean Atta. In esso si racconta la distanza tra i figli degli immigrati e la generazione precedente, quella dei genitori e dei nonni. Una distanza che non verrà più colmata se ci si limita a parlare solo la lingua della terra che ti ospita e non più quella del paese nel quale sei stato concepito – in senso lato. L’autore di questo poema era ben consapevole della perdita che rappresentava il suo non saper padroneggiare la lingua degli avi, e anche se di solito non si usa la parola perdita per qualcosa che non si è mai posseduto, questa va diritta al cuore e racconta tutta la privazione e la sofferenza nel constatare di essere uno straniero a casa propria, dove casa non è solo e semplicemente il paese d’origine ma le solide quattro mura nelle quali mangiamo e facciamo l’amore. Ecco, se alla fine tutto questo ragionamento vi risulta non troppo oscuro, allora mi capirete quando vi dico che Patrick ha lo sguardo triste perché, di questa perdita, egli non è nemmeno consapevole.

 
Our mother has swallowed her tongue
Though selfish is never a word I could call mum
I feel she has been so by swallowing her tongue
To make it worse, our family holidays are always to her motherland
She forgets to translate even though she knows we don’t understand
My sister and I, make do and get by on the meaning we can infer
From gestures and inflection, can never look to mum for direction
Mother has swallowed her tongue, shows no regrets on reflection
Stubborn, she refuses to see that she has wronged us not to teach
To give us the option, the basic right, of freedom of speech
With our grandparents, our aunts, uncles and our cousins
 
There are few shortcuts to understanding
Common language is a good paving stone
So when you can’t speak the language of love
You realise you may be walking this path alone
Made in England, we’re half this and half that
But they could more easily overlook that fact
If we could speak with our mother’s tongue
Not let our skin speak for us
But join in the family chorus
I can’t tell you why she would wilfully deny
Her daughter and her son
But she has swallowed it
And we are struck dumb
Our mother has swallowed her tongue.
 
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