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Crisi di identità in uno Starbucks qualunque

Cosa sarebbe successo se Hemingway e altri scrittori della sua generazione avessero scritto le loro pagine seduti al tavolo di una grande multinazionale del caffè? La loro ispirazione si sarebbe fatta influenzare dall’apparenza del cliente tipo? Sarebbero stati essi stessi un “tipo”, indistinguibili dagli altri, avvolti negli stessi capi firmati o vestiti magari di quella semplicità minimale che si ottiene solo a caro prezzo?

Costa e Starbucks e tanti altri della loro specie ci conoscono bene: incorniciano i loro loghi nella stessa tonalità di colori, non troppo brillante, non troppo opaca, e spiegano i loro slogan usando gli stessi caratteri (in generale, provate a guardare gli annunci pubblicitari, i titoloni, e contate quante f vi sembrano simili a quella di Facebook) e noi ce ne sentiamo inconsapevolmente attratti. Forse in un luogo straniero rappresentano ciò che è più vicino al concetto di casa, perché essi sembrano non appartenere a nessun luogo, la loro geografia è indefinita e non si è interessati a scoprirla.

Io ci ho passato molto tempo seduto a uno di quei tavoli. Senza scrivere nulla, perché non sono Hemingway e perché non ne ho mai avuto voglia, tranne ora, ma anche perché mi rinchiudevo nella soffice bolla protettiva della compagnia dei miei connazionali. La città era per noi piccola. Effettivamente questa città è piccola, tanto che forse il termine città è sbagliato. Ma per noi lo era perché i nostri percorsi erano prestabiliti e decisi a livello primordiale, senza che ce ne potessimo rendere conto. Abbiamo evitato i luoghi più veri, dovessimo mangiare o bere un caffè, perché quando ci si immerge in un ambiente estraneo con il fine ultimo di integrarsi allora è il cibo l’unico valore in grado di restituire quell’identità perduta. Nel gruppo le singole identità però si annullano, ogni persona si identifica con i valori del gruppo, che sono più immediati e accessibili, e il linguaggio si uniforma e così le voglie e le propensioni. Abbiamo mangiato spesso da McDonald’s, ma ognuno di noi, preso singolarmente, si faceva vanto di odiare mangiare da McDonald’s!

Come si spiega? Non lo so, sono seduto a uno di questi tavolini tutti uguali e tutti come nuovi di zecca, sono solo e senza la compagnia di qualcuno che parli la mia lingua. Ai tavoli vicino si parla arabo, forse turco, sicuramente non inglese. La città è piccola ma ospita un campione rappresentativo di tutte le nazionalità immaginabili. Ma la mia impressione è che l’eterogeneità non riguarda anche la classe sociale di provenienza. Tutti quelli che incontro o che semplicemente scruto da lontano, in locali o uffici o per le strade principali di Canterbury, sono stranieri venuti qui per studiare e per apprendere l’unica cosa che questo paese può dare loro: la lingua inglese. E allora ecco che anche i loro vestiti e le loro abitudini si uniformano: essi sono qui, sono disposti ad integrarsi ma non se ne fregano poi tanto perché, alla fine, non ne hanno bisogno. Presto o tardi torneranno a casa, la vera casa.

Le facce straniere che si scorgono nei negozi, nei chioschetti, per la strada a spazzare e nei locali a servire porzioni sempre uguali di hamburger e tazze di caffè internazionale sono però diverse. Mi sembrano raccontare un’altra storia, o forse è solo la mia mente che la sta costruendo per decodificare una realtà diversa. Sarà stato un caso, ma tutte le volte in cui, da solo, ho interagito con queste persone e ho chiaramente rivelato il mio essere straniero come loro, ho percepito una sottile aria di scherno nei loro sguardi, mai sconfinante in maleducazione ma eppure presente. Forse quando ci si immerge in un ambiente estraneo con l’assoluta esigenza di integrarsi, affrontando tutte le difficoltà e le barriere del caso, non è più il cibo il valore simbolico consolatorio, bensì prendersi una sottile rivalsa verso chi in quel momento è più straniero di te, se così si può dire.

Il ragazzo polacco che mi ha servito impeccabilmente il caffè adesso è venuto a riprendersi la tazzina (lavoro leggero con noi italiani, tazzine piccole e leggere) e mi ha visto scrivere. Chissà se gli è passato per la mente che sono uguale a tutti gli altri. Forse vuole soltanto andare a casa e togliersi la divisa, o forse vuole rimanere lì più a lungo possibile perché, in fondo, quella divisa gli dà un’identità che altrimenti non saprebbe come reperire. Tra un po’ mi avvio anche io nella mia Babele incasinata, dove si parlano tutte le lingue e si fa finta di parlare l’inglese, o meglio, dove l’inglese si evolve verso qualcosa di indefinito e bizzarro. Ma questa è un’altra storia.

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Epitaffi virtuali

Queste nostre identità virtuali che sopravvivono alle nostre esistenze fisiche e concrete, con il loro carico simbolico di eterni epitaffi virtuali cominciano ad inquietarmi. Avevo usato a sproposito la parola “preoccupante” per definire questa naturale evoluzione dei rapporti tra reale e virtuale. Ma per una naturale inclinazione olistica, tendo ad allontanare da me ogni giudizio morale su quanto l’interazione tra l’uomo e i mezzi da esso creato è in grado di produrre: è nella naturale evoluzione delle cose, è nel nome del progresso che le macchine asimovianamente intese prescindono dai nostri ancestrali bisogni. Ci piaccia o no, è sempre con esso che dovremo confrontarci. E quindi la cronaca nera proietta nelle nostre vite drammi che assumono una portata più ampia, dai quali ci sentiamo asfissiati come se coinvolgessero direttamente le nostre esistenze. In precedenza, tutto ciò che riguardava l’intimo di una persona tragicamente scomparsa apparteneva alla sfera privata della famiglia, dell’intimità, e solo dopo uno scavare certosino si riusciva a fare emergere quei tratti di personalità che avrebbero contribuito a rendercela come umana in senso stretto. Adesso, il lavoro dell’intelligence giornalistica è reso superfluo dalla nostra volontaria condivisione di frammenti di identità. Frammenti labili, sempre in procinto di essere cancellati con la pressione di un tasto, ma pur sempre presenti.

Ma il mio giudizio distaccato non arriva a non farmi immaginare, in un futuro non molto remoto, gli sconvolgimenti nel modo di intendere l’identità di un essere umano, che sia o no ancora in vita. “Partì per un lungo viaggio e non se ne seppe più nulla di lui, potrebbe essere morto ma nessuno lo sa, e in quel caso è come se non fosse morto per davvero, il ricordo che è sepolto nelle persone è un ricordo della sua persona viva e non morta, e solo la prova contraria è più forte dello sbiadire del ricordo nel corso degli anni”. Così mi sembra di ricordare da un frammento di un film di cui non ricordo il titolo. Mi viene sempre in mente quando ripenso alla possibilità che ognuno ha di recuperare online gli ultimi frammenti di una vita che non sapeva ancora di andare incontro alla sua fine. Rileggere gli ultimi tweets di quel ciclista che, prima della tappa, andava dal parrucchiere per sistemare la sua acconciatura, è semplicemente inquietante perché dice molto più della caducità e dell’aleatorietà delle nostre misere vite di quanto non faceva la notizia nascosta in una delle pagine interne di un giornale.

Forse non c’è nessuno stravolgimento epocale all’orizzonte, i riti umani continueranno ad essere officiati come lo sono stati per millenni. Ma a me pare che non sia soltanto la vita ad essere entrata in una dimensione più leggera e distante, in una parola virtuale, ma anche la negazione di essa. Forse è per questo che infine penso che la paura del governo americano di non fornire ai fanatismi un corpo da adorare sia una paura che non rispecchi lo spirito del tempo: adunate di persone possono commemorare il loro morto attraverso quei sacrari virtuali che le nostre connessioni hanno creato, loro malgrado.

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Facebook, sesto potere

La discussione sui mali di Facebook sembra aver avuto nell’ultimo periodo una spinta notevole. Non che l’attenzione verso il più famoso dei social network fosse in precedenza bassa. Ma ormai, commentare ciò che avviene nel (e grazie al) mondo a sfumature blu è diventato un vero e proprio topos sociologico: da Bauman ai programmi televisivi d’inchiesta, dai reportage ai film vincitori di premi Oscar, tutti hanno riportato l’attenzione verso le tematiche della privacy e del trattamento dei dati personali.

Abbiamo firmato un contratto, ci dicono, per cui abbiamo volontariamente accettato delle clausole che non ci siamo presi la briga di leggere o che ci hanno comunque lasciato indifferenti. Clausole subdolamente tenute nascoste, o poco visibili, ma eppur presenti per chi avesse avuto occhi per cercare (d’altronde, non si nota sempre più facilmente ciò che la volontà cerca, e non si ignora allo stesso modo ciò che non si ha voglia di vedere?). Alcuni di noi hanno barattato la parte cosiddetta sensibile dei propri dati personali per ottenere un servizio. Illuso – ci è stato ripetuto – chi pensa che si possa ottenere un qualcosa senza dare nulla in cambio, specie se da questo qualcosa se ne ottiene un servizio soddisfacente. Perché mai la logica del profitto non dovrebbe essere parte integrante di un’azienda che fabbrica una rete virtuale? Quel prodotto per cui paghiamo con la nostra identità è appunto quel mondo di relazioni e multimedialità con il quale ci siamo abituati a convivere.

Strano notare come si sia passati da un ambiente virtuale nel quale l’anonimato era la regola – tale che dire “second life” non rimandava più all’avatar del social network più famoso dell’epoca ma significava, per un processo di antonomasia, una vera e propria seconda identità concretamente distinta da quella della vita reale –  ad un’altra tendenza dove i principali gestori e provider surrettiziamente richiedono (in alcuni casi “consigliano”) il nero su bianco dell’anagrafe. E allora d’improvviso entra in atto la tendenza opposta: ci si torna a mascherare dietro pseudonimi più o meno fantasiosi dietro i quali sentirsi al sicuro.

Quello sul quale converrebbe riflettere è che alle aziende immaginificamente nascoste dietro la nostra barra degli indirizzi interessa ben poco la nostra singola identità: non andranno di certo in fallimento se non venderanno al signor Pallino l’ultimo modello di scarpe. Piuttosto, sono smaniose di sapere a quale segmento appartiene l’amico Pallino, confrontarne le preferenze e gli orientamenti deducibili dalle informazioni che ha scelto di condividere (in questo senso, non gli viene estorto nulla) con quelle dei tanti come lui, poco importa se provvisti di nome e cognome. La strategia commerciale che elaboreranno sarà mirata a quel segmento, e il signor Pallino sarà soltanto una vittima collaterale dell’offensiva pubblicitaria.

Ma le logiche aziendali non si basano solo su questo tipo di raccolta di informazioni che, tra l’altro, è la stessa di quelle portate avanti da comunissime analisi di mercato o dall’auditel. Molto più pervicacemente, un marchio si affida alla capacità virale dei suoi utenti e alla logica conseguenza di far abboccare quelli che per mera pigrizia si fidano di ciò che il trend del momento dice.

Se non si vuole sottostare a questo tipo di logiche la soluzione è semplice: cancellare le proprie tracce. Se invece si vuole rispondere all’affermazione di Zuckeberg che “la privacy non è più un valore” in modo convincente, si può prestare un minimo di attenzione all’insieme delle condizioni contrattuali e ai tentativi più o meno palesi di phishing, e convincersi che nonostante siamo prodotti commerciali appetibili per le imprese da oltre 50 anni, ora siamo obiettivi molto più sensibili e avvistabili perché abbiamo deciso di condividere volontariamente parte della nostra identità. A meno che, ovviamente, la nostra smodata voglia di apparire non dia credito a quella sinistra inserzione che, su Facebook, pubblicizza l’ultimo paio di scarpe con il nostro bel faccione.

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Addio alle armi – part II

The revolution will not be televised, cantava Gil Scott-Heron negli anni ’70. La tua rivoluzione non sarà spiata dall’occhio della telecamera, non ti sarà servita in casa come un qualunque film d’azione che puoi vedere stravaccato sul tuo divano. E si sbagliava. La rivoluzione nei paesi Arabi ha l’occhio di una videocamera, di un telefonino, si propaga su impulso di parole lanciate nella rete e captate con qualunque mezzo, nonostante la censura. Si dice che si tende ad esagerare il ruolo che internet ha avuto nell’aggregare una moltitudine di persone scontenta del suo destino e che impavidamente è scesa in piazza. Non c’è nulla di esagerato: se confiniamo la rete e l’interconnessione globale nell’ambito dei mezzi e non dei fini, ci rendiamo conto che un mezzo straordinario è ora usufruibile da una quantità di persone prima impensabile, anche se da ultimo il successo di una rivolta, il concretizzarsi di una presa di coscienza rimane in mano a molteplici ed incontrollabili fattori. Ma succede anche che la rivoluzione diventi un format: la CNN prepara sigla e titoli di testa, su youtube gira un montaggio delle scene più spettacolari degli scontri e delle parole dei manifestanti in Egitto, colmi di speranza e paura, e con un’avvincente canzone rock a fare da colonna sonora.

E poi c’è Wycleaf Jean che dedica una canzone dal titolo “Freedom” al successo delle manifestazioni che hanno costretto il presidente a dimettersi, e c’è un cantante egiziano che improvvisa poche strofe mentre è in piazza a festeggiare e subito c’è chi pensa di registrarle in presa diretta e montarle su una base drum and bass e metterle a disposizione di tutti, l’ennesimo inno della rivoluzione comodamente scaricabile, da tutti e in ogni momento. Musica e rete e rivoluzione, era di questo che volevo parlare, ma non proprio di questo.

Nel tumulto generale vi è stata un’altra cantante che ha scatenato un dibattito ampio, polemico, sull’opportunità o meno di tenere un concerto qui a Tel Aviv. Tutto è nato da una dichiarazione sulla sua pagina facebook. Scrive Macy Gray: “sto ricevendo tante lettere da attivisti che fanno pressione affinché io boicotti non presentandomi al concerto, in protesta dell’Apartheid contro i Palestinesi. Quello che il governo Israeliano sta facendo ai Palestinesi è disgustoso, ma io voglio venire. Ho un sacco di fans lì e non voglio annullare, anche perché non so se questo gesto cambierebbe qualcosa. Cosa ne pensate? Rinunciare o andare?”

Ora, il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) è il boicottaggio politico e culturale lanciato nel 2005 da 171 organizzazioni no-profit palestinesi contro Israele, fin quando questa non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani. A questo boicottaggio hanno aderito nel tempo artisti come Santana, Costello e lo stesso Scott-Heron citato all’inizio. Artisti con le idee chiare, a differenza di Macy Gray. Ciò che ne è risultato è stata una serie infinita di risposte al suo post, aspre e contrapposte. Alla fine la decisione dell’artista è stata quella di non cancellare lo show.

La questione è infinitamente lunga e complessa, e non sono in grado di semplificarla nelle poche righe di questo post, per la pazienza di chi legge. Gli eventi si sono susseguiti: in questa giornata era in previsione una rilettura della proposta di legge contro il boicottaggio. Le conseguenze, se questa legge passasse, potrebbero essere gravi, ma anche bizzarre: gravi perché qualunque colono che abbia il sospetto che un commento – uno qualsiasi, uno lanciato nella rete da un blogger qualunque – possa aver causato danni ai suoi prodotti per essere pro-boicottaggio, può citare in giudizio e vincere facilmente senza che occorrano prove del collegamento tra dichiarazione e danno; e bizzarre, perché in un altro articolo si dice che chiunque non cittadino di questo Stato che abbia un comportamento pro-boicottaggio può essere costretto a far cessare la sua condotta, e in ultimo vedersi negato l’ingresso nel territorio per 10 anni. Un po’ come dire che si costringerebbe Ken Loach a partecipare ad un film festival Israeliano, e dopodiché negargli l’entrata.

Mi sa che ho appena sfiorato la questione. Volevo che mi si formasse un’opinione sull’opportunità o meno di essere a favore del boicottaggio, volevo ragionare sui suoi effetti, non accontentandomi della prima risposta disponibile. Ma poi son dovuto andare in lavanderia, poi ho dovuto fare la spesa, poi è successo che ho un po’ alzato il gomito e poi è successo che, tra le altre cose, ho anche lavorato. La vita mi ha oltrepassato e le cose si sono confuse, proprio come in questo post. E il paradosso sarà che avrò le idee più chiare quando sarò lontano da tutto questo. Tra poco, per fortuna o purtroppo.


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