Archivi del mese: maggio 2012

Napoli siamo noi

Nicola aveva 15 anni quando è morto. Per un sacco di motivi, nessuno ha sentito lo sparo dell’arma da fuoco. Tutti stavano festeggiando, probabilmente i botti della città arrivavano fin lì. Forse i suoi assassini stavano festeggiando anche loro. Ma tra gli altri motivi c’è il fatto che queste cose, in genere, non si può sentirle, si deve far finta di essere sordi. Nicola è stato ritrovato per terra esangue sull’uscio di una stazione di polizia nell’infima periferia, quella che fa statistiche, cronaca nera, quella delle leggende metropolitane che a Napoli sono tutte vere. Niente di inventato, sapete?

Nicola era andato con suo cugino in un paese del casertano, uno qualunque, non fa differenza, c’è un Viale Kennedy con un locale ripieno di gente da spennare un po’ ovunque, c’è fame e miseria ma un portafogli gonfio di soldi più o meno leciti lo si può sempre trovare in qualche tasca di un jeans attillato. La rapina è andata male, forse i due ragazzi hanno acchiappato un pesce più grande di loro, forse hanno invaso un territorio o avevano sgarrato molto tempo prima. Ci sono due cose che sono vere e imperscrutabili, laggiù: le leggende metropolitane e la memoria lunga di chi crede di dover ripagare torti subiti. Uscirà fuori che era legittima difesa.

Dal locale alla stazione di polizia ci sono circa 15 chilometri. E’ probabile che il sopravvissuto abbia guidato a folle velocità credendo di poter fare qualcosa, poter salvare suo cugino ridotto in fin di vita. L’ha scaricato lì e poi è ripartito verso la città, ma non verso il centro: lì si stava festeggiando. Confondersi tra la folla può essere una buona idea ma non se sei un rom. In città si continuava a sparare i botti, la fine dell’anno, la squadra aveva vinto ed era il momento buono per regolare dei conti. Quattro colpi di pistola, due armi diverse, unmortoeunferito.

Quando la città si sveglia, gli echi della notte di festa risuonano ancora. Il Napoli ha vinto la coppa. Un evento eccezionale. C’è voglia di festeggiare, ancora. E pazienza se non ci sarà più voce per potersi indignare per la morte di Nicola e dei due malavitosi. La legittima difesa è invocata stavolta dalla città stessa: c’è bisogno di eventi eccezionali per poter dimenticare, ancora una volta, la tragica e assurda normalità con cui si è costretti a convivere.

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Cup of coffee

Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Sarà che la nostra concezione del tempo troppo spesso è limitata a quella ora in cui, dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici, si prendono decisioni folli, oppure a quella breve sequenza di giorni non troppo esaltanti che pesano come macigni sul nostro umore, fatto sta che solo raramente siamo in grado di vedere le cose da quella famosa prospettiva più ampia. O almeno io, non so perché parlo anche per voi.

Il venerdì si è tutti più rilassati, liberi. In Inghilterra in special modo. Si finisce presto di lavorare, e anche in quelle ultime ore ci si concede qualche confidenza. In verità lo stato d’animo non è mai troppo esagitato o troppo concentrato sul lavoro tale da non permettere nemmeno una risata liberatoria. Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Stavo per dire che questo è un venerdì come un altro, ma in realtà è uno dei pochi, dei primi, in cui esco soddisfatto e stanco dal mio ufficio, dopo aver chiacchierato e scherzato e lavorato come se io fossi uno di loro, parlando e facendo battute nella loro lingua. Non ci si può mai dire completamente integrati in un luogo se non si è in grado di scherzare, di rispondere con spirito alle banali frasi da small talk di rito.

E allora anche un pomeriggio come questo, grigio e freddo nonostante la primavera sia ufficialmente giunta anche qui, mi pare amabile e pieno di prospettive, anche se non ho ancora cominciato a bere. Sono ancora a tè e caffè. Un collega mi ha detto che ormai ne bevo più di loro stessi, della loro bevanda nazionale. Facciamo un breve paragone con l’espresso italiano, con l’apparente fretta che si cela dietro la tazzina e la rilassatezza di una tazza di tè bollente. Le parole per spiegare la differenza, tutta la differenza, mi muoiono in bocca e al loro posto una battuta. L’ennesima.

E ora che sono seduto qui dopo aver girovagato per la città, esploratone un lungofiume ancora avvolto nel mistero, con i suoi capannelli di pescatori che misericordiosamente ributtano i pesci nelle acque gelide del Great Stour, e dopo aver trovato il coraggio di chiacchierare con uno di loro, tranquillamente sorbisco il mio caffè italiano, mentre nella piazza antistante la cattedrale si affollano i turisti. Ma è venerdì, la vita fuori finisce presto e comincia quella al chiuso dei pub, dove la famiglia si riunisce e gli amici trovano conforto attorno a interminabili giri di pinte, caldi come immaginifici falò sulla spiaggia.

Chissà, potrei anche finire a lavorare qui, con il barista italiano andiamo subito d’accordo, chissà che quelle idee folli venute dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici non si ritirino, velocemente come sono arrivate, alta e bassa marea nella mia mente. Anche l’amica che mi raggiunge è d’accordo. Se entri in una di queste multinazionali del caffè poi, dopo tre mesi, puoi chiedere il trasferimento dovunque ti pare, dovunque nel mondo. Sia il barista che la mia amica però chiosano allo stesso modo: peccato che in Italia Starbucks non c’è. Apriamocene uno a Roma, dice qualcuno, o forse me lo sto solo immaginando.

E l’immaginazione parte, anche se non abbiamo ancora cominciato a bere e le chiacchierate ancora non decollano. Sono sempre le stesse, da un po’ di tempo a questa parte, e in qualche modo mi rimane in mente che tutto arriva troppo tardi, o che la mia voglia di fuga batte sempre tutti e tutto sul tempo. Ma oggi è venerdì, e qui comincia a far freddo. Ora vado a casa, incontro qualcuno, un giro di birre, e chissà che idee folli non vengano a far compagnia alle altre.

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L’unione del mondo

La nostra terra, il nostro pianeta è una congerie di decine di migliaia di posti, ciascuno con il proprio nome (per giunta scritto o pronunciato diversamente nelle varie lingue, il che ne aumenta il numero). Sono una quantità talmente sterminata che, viaggiando, uno non riesce a tenerne a mente neanche una piccola parte. Spesso la nostra memoria è talmente satura di nomi di località, regioni e paesi, che non riusciamo più ad associarli a un’immagine, a una veduta, a un paesaggio, a un episodio o a un volto. Tutto si mescola, si accavalla, sbiadisce. L’oasi Sodori la mettiamo in Libia invece che in Sudan; la cittadina di Tefe in Laos invece che in Brasile; il piccolo porto di pescatori Galle in Portogallo, invece che dove realmente si trova, vale a dire in Sri Lanka. L’unione del mondo, così difficile da raggiungere nella realtà pratica, si realizza nei nostri cervelli, nei suoi strati di memoria perduta e confusa.

Ryszard Kapuscinski, Ebano (traduzione dal Polacco di Vera Verdiani)

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Nel paese delle creature selvagge

Di nuovo in biblioteca. Gli avventori abituali forse cominceranno a farsi le stesse domande che io mi pongo su di loro: chi è, cosa legge, cosa scrive, che ne è della sua vita prima e dopo queste ore pomeridiane sospese in questo tempo grigio e poco rassicurante? Chissà se un giorno arriveremo a parlare. So che gli inglesi possono passare anni insieme, magari viaggiando nello stesso scompartimento di un treno, condividendo la stessa tratta da pendolari, oppure frequentare gli stessi locali senza mai arrivare a conoscersi davvero. Ma questo l’ho letto su un libro, e da molto tempo ho imparato a diffidare dei libri, a meno che non contengano storie completamente inventate.

Un giorno mi avvicinerò allo scalatore avvolto nel suo trench olioso verdepetrolio e gli chiederò: how you doing? Oppure troverò il coraggio di avvicinarmi alla scrittrice, che trascorre qui il suo tempo a battere sul suo piccolo laptop una miriade di appunti disordinati e colorati che fioriscono dalla sua moleskine. Ho anche immaginato l’approccio. Mi scuserei per non averla riconosciuta, nel caso fosse famosa. I capelli cotonati, il portamento diritto e gli occhi celesti che spiccano su una pelle sorprendentemente pallida sono per me i tratti che potrebbero celarsi dietro un nome altisonante. Più probabile che ci si faccia una risata – e questo l’ho scoperto da solo, il fatto, cioè, che se vuoi andare d’accordo con gli inglesi, se addirittura vuoi entrarci in contatto, devi fare in modo di ridere insieme a loro, con i loro tempi e modi. Le chiederei consigli, comunque. Anche se conosco già tutte le risposte.

Cosa dire invece all’adolescente nera che viene a leggere i grandi classici e che, poco prima che il suo ragazzo si affacci da fuori, scampanellando dalla sua bicicletta arrugginita, impiega dieci minuti a spazzolarsi i suoi capelli arruffati? Ma da un po’ di giorni è un altro personaggio ad attrarmi, il più rumoroso di tutti. Uno straniero, il cui accento narra di un paese da cui volentieri si fugge, passa il suo tempo parlando con il volontario della biblioteca, cercando consigli su quale libro leggere per imparare l’inglese. Il volontario gli risponde che l’inglese è una lingua molto facile se la si vuole parlare così, ma la più difficile se la si vuole padroneggiare completamente. Rispondi alla domanda, vorrei intromettermi, ma un sorriso prende il posto dell’urlo: il volontario ha dovuto farsi spiegare il significato di una parola alta che lo straniero aveva inserito nella frase con noncuranza.

Più probabilmente loro non stanno badando a me. Io sono qui per ingannare il tempo tra un mondo e l’altro, sono nella dimensione fantastica e ovattata dei libri, in questo luogo non sono altro che un personaggio di un libro, un misterioso avventore come tutti gli altri, che offre spunti all’immaginazione per completare il ritratto di sé, non ricordo quale scrittore aveva detto che bisogna scrivere soltanto la metà di un libro, perché l’altra metà la deve immaginare il lettore. Qui apro il mio taccuino e scrivo e prendo libri a caso. Mi alzo e vado nella sezione dei ragazzi. Un cartello recita: Children’s writing competion. £ 50 prize. Accanto al piccolino seduto a terra a disegnare mi pare ci sia lo scaffale da cui estrarre fuori il libro di Sendak. Where the wild things are. Non l’ho mai letto, la mia infanzia è stata accompagnata dai racconti di Rodari. Ma non importa, mi dico, per scrivere o per leggere libri per bambini non è mai troppo tardi.

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The songlines

I had a presentiment that the “travelling” phase of my life might be passing. I felt, before the malaise of settlement crept over me, that I should reopen those notebooks. I should set down on paper a resumé of the ideas, quotations and encounters which had amused and obsessed me; and which I hoped would shed light on what is, for me, the question of questions: the nature of human restlessness.

Pascal, in one of his gloomier pensées, gave it as his opinion that all our miseries stemmed from a single cause: our inability to remain quietly in a room. Why, he asked, must a man with sufficient to live on fell drawn to divert himself on long sea voyages? To dwell in another town? To go off in search of a peppercorn? Or go off to war and break skulls?

Later, on further reflection, having discovered the cause of our misfortunes, he wished to understand the reason for them, he found one very good reason: namely, the natural unhappiness of our weak mortal condition; so unhappy that when we gave to it all our attention, nothing could console us.

One thing alone could alleviate our despair, and that was “distraction” (divertissement): yet this was the worst of our misfortunes, for in distraction we were prevented from thinking about ourselves and were gradually brought to ruin. Could it be, I wondered, that our need for distraction, our mania for the new, was, in essence, an instinctive migratory urge akin to that of birds in autumn?

All the Great Teachers have preached that Man, originally, was a “wanderer in the scorching and barren wilderness of this world” – the words are those of Dostoevsky’s Grand Inquisitor – and that to rediscover his humanity, he must slough off attachments and take to the road.

My two most recent notebooks were crammed with jottings taken in South Africa, where I had examined, at first hand, certain evidence on the origin of our species. What I learned there – together with what I now knew about the Songlines – seemed to confirm the conjecture I had toyed with for so long: that Natural Selection has designed us – from the structure of our brain-cells to the structure of our big toe – for a career of seasonal journeys on foot through a blistering land of thorn scrub or desert.

If this were so; if the desert were “home”; if our instincts were forged in the desert; to survive the rigours of the desert – then it is easier to understand why greener pastures pall on us; why possessions exhaust us, and why Pascal’s imaginary man found his comfortable lodgings a prison.

Bruce Chatwin, The Songlines.

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The Kingdom by the Sea

It was early in my trip but already I was curious about English people in their cars staring seawards, and elderly people in deck chairs all over the south coast watching waves, and now Mr Bowles, the old railwayman, saying, “I like this…the open sea.” What was going on here? There was an answer in Elias Canetti’s Crowds and Power, an unusual and brilliant – come critics have said eccentric – analysis of the world of men in terms of crowds. There are crowd symbols in nature, Canetti says – fire is one, and rain is another, and the sea is a distinct one. “The sea is multiple, it moves, and it is dense and cohesive” – like a crowd – “its multiplicity lies in its waves” – the waves are like men. The sea is strong, it has a voice, it is constant, it never sleeps, “it can soothe or threaten or break out in storms. But it is always there”. Its mystery lies in what it covers: “Its sublimity is enhanced by the thought of what it contains, the multitudes of plants and animals hidden within it.” It is universal and all-embracing, “it is an image of stilled humanity; all life flows into it and it contains all life.”

Later in his book, when he is dealing with nations, Canetti describes the crowd symbol of the English. It is the sea: all the triumphs and disasters of English history are bound up with the sea, and the sea has offered the Englishman transformation and danger. “His life at home is complementary to life at sea: security and monotony are its essential characteristics.” “The Englishman sees himself as a captain,” Canetti says: this is how his individualism relates to the sea.

So I came to see Mr. Bowles, and all those old south coast folk staring seawards, as sad captains fixing their attention upon the waves. The sea murmured back at them. The sea was a solace. It contained all life, of course, but it was also the way out of England – and it was the way to the grave, seawards, out there, offshore. The sea had the voice and embrace of a crowd,, but for this peculiar nation it was not only a comfort, representing vigour and strength. It was an end, too. Those people were looking in the direction of death.

(Paul Theroux, The Kingdom by the Sea)

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Bat&Ball

Il Bat&Ball è uno di quei pub inglesi che ci si aspetterebbe di trovare in un film degli anni ’80. Siamo fuori dal centro, Old Dover Road è l’antica strada che da Canterbury porta alla poetica città delle scogliere bianche, e il Bat&Ball sembra – a leggere gli annunci scritti in gessetto azzurro sulla lavagna esposta fuori, quasi a ridosso del semaforo – l’ultimo posto dove rifocillarsi prima di affacciarsi direttamente sulla Manica. In serate come questa, però, si beve soltanto. Anche il cuoco è fuori, appollaiato sul bancone a guardare la partita. Non che me ne freghi molto: il pub è per me un esercizio filosofico, quando frequentato da solo. Il problema – la fortuna! – è che solo non lo sei quasi mai. Per chi tifi, mi chiede in uno strano accento lo studente asiatico al cui tavolo mi unisco, e io rispondo che non lo so, forse per il City, giusto perché è l’underdog (ho finalmente l’occasione per usare questa parola) e perché deve recuperare i punti persi durante l’anno, e questo nonostante abbia quell’Italiano come allenatore, proprio non lo sopporto! e tu, per chi tifi? United. Come mai? Non lo so, è la mia squadra.

Due bionde laccate, dalla pancia gonfia per l’alcol, cominciano a parlare sommessamente, reprimendo la nenia di risa e gridolini, non appena i loro uomini si allontanano per una sigaretta. Quella di fronte a me si stringe nelle spalle come a dire all’altra che andrà tutto bene. L’altra si gira e si sforza di sgranare gli occhi per osservare la televisione. Il City ha segnato, ma in pochi esultano. Mi pare di vedere sempre le stesse facce, qui. E’ a due passi da casa, il Bat&Ball. Immagino mi piaccia tanto perché rappresenta un appiglio contro la casualità della vita nomade e incerta, perché è polveroso e perché dietro al bancone c’è ancora Bob, appesantito dagli anni e da molte altre cose, che spilla le sue birre artigianali i cui nomi evocano luoghi nascosti – non remoti ma intagliati in chissà quale angolo del giardino d’Inghilterra. Deve notare la mia presenza perché mi dà a parlare, vuole capire che ci faccio lì. Mi dice che i pub come il suo stanno chiudendo, la concorrenza dei supermercati e le nuove tasse sul prezzo unitario per l’alcol non si possono più sostenere, i giovani fanno il pieno prima di scendere e poi vanno direttamente a stordirsi in discoteca. Mentre lo ascolto mi rendo conto di aver già sentito questo discorso, probabilmente alla TV. Bob lo stava ripetendo uguale, senza considerare che nel suo locale ci si ritrova catapultati in un’altra dimensione – qualche decennio fa – dove le statistiche sui giovani non attecchiscono.

Lo United prova ad attaccare, a far valere la forza del blasone. Un tempo i suoi tifosi erano presi in giro da quelli del City perché la loro squadra era controllata da una dirigenza straniera. Ora che anche l’altra parte di Manchester deve ringraziare uno sceicco arabo per i fuoriclasse e per le ambizioni pagate a peso d’oro, ci si limita a una sterile rivalità (le scritte fluorescenti che si alternano sui tabelloni elettronici a bordo campo pubblicizzano una compagnia di bandiera araba, un Gran Premio di Formula 1 in uno stato arabo e anche un’altra cosa, evidentemente riservata al pubblico mediorientale). Seicento i poliziotti dispiegati per placare possibili disordini, ma quello che si vede dall’inquadratura è una file di giubbe gialle impegnate a guardare la partita assieme ai tifosi.

Mi sono ormai alzato dal tavolo e mi godo gli ultimi dieci minuti seduto al bancone, da solo. Gli adesivi vintage attaccati alle pareti ripropongono vecchie glorie del cricket – in fondo il Kent County Cricket Stadium è proprio di fronte al pub. Guardandoli meglio, però, mi rendo conto che vintage non è la parola giusta. Quegli adesivi sono vecchi. Le stesse bottiglie messe a prendere polvere sullo scaffale sopra al bancone raccontano di breweries sconosciute, etichettate secondo il gusto del secolo scorso. Dalla mia nuova prospettiva noto che le mensole danno tutte l’impressione di cedere, semmai si spostasse l’equilibrio dei bicchieri. Finisco la mia seconda Masterbrew: il finale sa di lievito ed è spillata tiepida e senza troppo gas. Gli esperti dicono che le vere birre si bevono così. Saluto Bob e i ragazzi asiatici e mi avvio fuori, prima che il diluvio tropicale tipico di questi giorni si abbatta di nuovo sulla città. Mentre apro la porta noto un adesivo con la scritta: Support the real English pub.

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