Nel paese delle creature selvagge

Di nuovo in biblioteca. Gli avventori abituali forse cominceranno a farsi le stesse domande che io mi pongo su di loro: chi è, cosa legge, cosa scrive, che ne è della sua vita prima e dopo queste ore pomeridiane sospese in questo tempo grigio e poco rassicurante? Chissà se un giorno arriveremo a parlare. So che gli inglesi possono passare anni insieme, magari viaggiando nello stesso scompartimento di un treno, condividendo la stessa tratta da pendolari, oppure frequentare gli stessi locali senza mai arrivare a conoscersi davvero. Ma questo l’ho letto su un libro, e da molto tempo ho imparato a diffidare dei libri, a meno che non contengano storie completamente inventate.

Un giorno mi avvicinerò allo scalatore avvolto nel suo trench olioso verdepetrolio e gli chiederò: how you doing? Oppure troverò il coraggio di avvicinarmi alla scrittrice, che trascorre qui il suo tempo a battere sul suo piccolo laptop una miriade di appunti disordinati e colorati che fioriscono dalla sua moleskine. Ho anche immaginato l’approccio. Mi scuserei per non averla riconosciuta, nel caso fosse famosa. I capelli cotonati, il portamento diritto e gli occhi celesti che spiccano su una pelle sorprendentemente pallida sono per me i tratti che potrebbero celarsi dietro un nome altisonante. Più probabile che ci si faccia una risata – e questo l’ho scoperto da solo, il fatto, cioè, che se vuoi andare d’accordo con gli inglesi, se addirittura vuoi entrarci in contatto, devi fare in modo di ridere insieme a loro, con i loro tempi e modi. Le chiederei consigli, comunque. Anche se conosco già tutte le risposte.

Cosa dire invece all’adolescente nera che viene a leggere i grandi classici e che, poco prima che il suo ragazzo si affacci da fuori, scampanellando dalla sua bicicletta arrugginita, impiega dieci minuti a spazzolarsi i suoi capelli arruffati? Ma da un po’ di giorni è un altro personaggio ad attrarmi, il più rumoroso di tutti. Uno straniero, il cui accento narra di un paese da cui volentieri si fugge, passa il suo tempo parlando con il volontario della biblioteca, cercando consigli su quale libro leggere per imparare l’inglese. Il volontario gli risponde che l’inglese è una lingua molto facile se la si vuole parlare così, ma la più difficile se la si vuole padroneggiare completamente. Rispondi alla domanda, vorrei intromettermi, ma un sorriso prende il posto dell’urlo: il volontario ha dovuto farsi spiegare il significato di una parola alta che lo straniero aveva inserito nella frase con noncuranza.

Più probabilmente loro non stanno badando a me. Io sono qui per ingannare il tempo tra un mondo e l’altro, sono nella dimensione fantastica e ovattata dei libri, in questo luogo non sono altro che un personaggio di un libro, un misterioso avventore come tutti gli altri, che offre spunti all’immaginazione per completare il ritratto di sé, non ricordo quale scrittore aveva detto che bisogna scrivere soltanto la metà di un libro, perché l’altra metà la deve immaginare il lettore. Qui apro il mio taccuino e scrivo e prendo libri a caso. Mi alzo e vado nella sezione dei ragazzi. Un cartello recita: Children’s writing competion. £ 50 prize. Accanto al piccolino seduto a terra a disegnare mi pare ci sia lo scaffale da cui estrarre fuori il libro di Sendak. Where the wild things are. Non l’ho mai letto, la mia infanzia è stata accompagnata dai racconti di Rodari. Ma non importa, mi dico, per scrivere o per leggere libri per bambini non è mai troppo tardi.

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Categorie: Canterbury tales | Tag: , , , , , , | 1 commento

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Un pensiero su “Nel paese delle creature selvagge

  1. No, non è mai troppo tardi 🙂 Già hai lo sguardo dello scrittore, se non trovi la tua storia presto, sono sicura di lei ti troverà a te.

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