Amsterdam, part II – Westerpark

Victor mi accoglie calorosamente nel suo appartamento, un po’ defilato dal centro, nel quartiere di Westerpark. All’inizio era un filino imbarazzato, ma quando insieme ai suoi amici abbiamo cominciato a chiacchierare nel giardino sorseggiando tè in bicchieri trasparenti mi è parso a suo agio. Aveva appena lasciato il suo lavoro, mi racconta, ma per un bel po’ il welfare olandese lo sosterrà con il 70% dello stipendio. Nel frattempo, si è lanciato con un amico in una start-up, o meglio, in una start-app, visto che i beneficiari della sua trovata saranno gli entusiasti possessori di Iphone et similia. Gli chiedo se non ha forse in mente di  brevettare un sistema di navigazione per ciclisti, i veri padroni della città. Mi dice che è una buona idea, ma che la sua è più semplice e per questo migliore.  Indugiamo sulle differenze che ci accomunano, e sembrano tutti interessati alla mia storia di Italiano trasmigrato in Inghilterra. Dopo che i ragazzi vanno via ci avviamo con le bici verso l’officina. La sua rimarrà là, mentre la mia, dopo un’avvitata, è pronta per scarrozzarmi in giro per la città.

Mi ero perso talmente tante volte che mi è parso un miracolo che mi sia ritrovato verso sera seduto sulla panchina del parco a ridosso casa sua, ad aspettare che fosse ora di rientrare. Mi ricordo che i ragazzi mi avevano detto che i confini di Westerpark sono il luogo più degradato della città: è il luogo dove vivono i marocchini, dove i figli dell’immigrazione da Italia e Turchia della fine anni ’50 hanno messo radici. Non fu a causa di un deficit demografico che furono incoraggiati a venire qui ma per precisa volontà politica, a causa del costo del loro lavoro che era, già all’epoca, nettamente inferiore rispetto a quello interno. Poi qualcosa deve essere andato storto. Forse gli abitanti del Suriname beneficiarono di maggiore chiarezza: il passaporto olandese consentì loro di inseguire una nuova esistenza in Europa, ma fu loro espressamente vietato di vivere ad Amsterdam.

A cena Victor mi parla dei suoi progetti e di come in passato misteriose donne venute da lontano gliel’avessero rubati. Ora silenzio su tutto. Mi crea connessioni: il suo amico che vive a Londra, la sua amica brasiliana scrittrice. Mi dà i loro numeri di telefono e mi dice che potrebbero avere storie interessanti da raccontarmi. Gli dico che vivere la città come un vero Amsterdamer è già una storia interessante di per sé, la vera soddisfazione di questo viaggio. Viaggiare da solo mi rende meno incline alle visite di rito nei luoghi per turisti, e lui sembra capirlo. “Amsterdam è un luogo dove la storia è presente e fantastica. Quando venni qui per la prima volta era la fine della rivoluzione giovanile e si avvertiva ancora nell’aria la volontà di perseguire quegli ideali. C’erano tantissimi giovani e io mi sentivo quasi intossicato dal senso di possibilità che c’era in città. Non avevo bisogno di fumare perché ero naturalmente inebriato. Dall’esterno, Amsterdam ha la fama di essere liberale con le droghe, di indulgenza e permissivismo. Nella mia mente la città rappresentava e rappresenta ancora valori più alti e spirituali. E poi c’è la cafè culture: puoi sederti e osservare il mondo che passa. Le persone qui sono vivide all’occhio”.

Dopo aver cucinato una carbonara e bevuto Lambrusco, siamo usciti e siamo rimasti nel Westerpark. Gli avevo proposto un locale che praticava la politica del BringYourOwnBooze al contrario, un fricchettone in città me ne aveva parlato in maniera entusiasta: voi portate da mangiare e qui venite a bere la nostra Heineken e i nostri cocktail. Anche se noi avevamo già mangiato, mi pareva un buon modo per entrare in contatto con il quartiere. Victor però mi dice di avere un posto migliore, ed effettivamente se non ci fosse stato lui non sarei mai entrato in quello che pareva un negozio di ferramenta. Dentro, una folla calda e sorridente, rilassata al ritmo di musica funky e cocktail colorati e fumi psichedelici. Ci liberiamo delle felpe, ci offriamo da bere, parliamo con le persone. Balliamo e facciamo gli stupidi. Ritorniamo a notte fonda,  aspettando che i ponti levati per far transitare barche dal pennone impetuoso si abbassino. Siamo loquaci, nonostante la stanchezza. “Questo distretto è sempre stato protagonista. Ho  scelto di vivere qua perché laddove alla fine del diciannovesimo secolo questa era un’area per lavoratori impiegati nella fabbrica di gas, nei turbolenti anni ’80 è stata la casa di squatters, musicisti, scultori e registi. Ciò aveva conferito carattere alla zona, e qui pensai che sarei stato felice.” Mi guarda e aggiunge sorridendo: “ora lo sono”.

La mattina seguente non avevo nessuna fretta. Impigrirmi a casa di Victor mi ha fatto stare bene. Mentre mi godevo le ultime conversazioni con lui, pensai che se vivessi là di sicuro saremmo amici. Continuava ad accennare alla sua app. Diceva che è davvero semplicissima, lui e il suo amico ci hanno pensato su giusto un’ora, e poi il suo amico, che è un nerd, si è chiuso in casa a svilupparla. Solo, non aveva il coraggio di dirmela. Ricordo di aver pensato che l’indomani l’avrei invitato a cena e l’avrei fatto ubriacare e costretto a rivelarmela. Mi presta la sua bici, avrei potuto riportargliela lunedì mattina. Ci auguriamo buona fortuna con una stretta di mano, anche se sapevamo che ci saremmo rivisti per un’ultima volta. Prima di lasciare il quartiere mi fermo nella piazza del mercato. Siamo in periferia, dopotutto. Pare che l’edificazione sia avvenuta al contrario: i mattoni rossi che avvolgono la piazza metro dopo metro, fino al salto in su della torre dell’orologio che non suona, appaiono scoloriti e solitari. Metti una piazza nei sobborghi ed ecco che al posto dei turisti vi girandolano facce dai mille colori, mille lingue a fare da contraltare al tubare dei piccioni. I camionisti scendono dal veicolo, pantaloni ancora sporchi, e aprendosi una birra cominciano a crogiolarsi al sole pallido eppure rassicurante. È un piacere osservare la gente in bicicletta. Alcuni si fermano per un kebab. Sembra il set abbandonato di un film in bianco e nero.

to be continued

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