Brusio di tavola imbandita

Arrivammo trafelati e affamati. L’oste aveva conservato il solito tavolo, quello che nessuno vuole perché troppo vicino all’uscita di sicurezza. Lì potevamo anche fumare. Ci sedemmo e cominciammo a parlare come se i cinque anni che erano trascorsi senza vederci né sentirci non avevano fatto di noi persone completamente diverse.

Stavamo scegliendo il vino e così cominciammo a parlare del vino, di quale potesse essere quello peculiare della nostra serata e quale fosse, in ultimo, quello che meglio rappresentava la nostra terra. Parlammo della nostra terra. Parlammo del Vesuvio, delle scalinate nascoste che in città ti permettono di scalare le colline senza che uno se ne accorga, parlammo dei colori e degli odori, di come le cose cambiano pur non cambiando mai. Facemmo un primo sorso e parlammo dei riflessi rubini di quel vino rosso del Vesuvio e di quelli dorati del vino bianco che si beve nei ristoranti sul mare dove servono pesce fresco. Parlammo dei ristoranti, di quelli modesti nei quali ero stato io e di quelli dolorosamente lussuosi nei quali era stata lei. Parlammo degli ossimori e del potere della parola. Rimanemmo in silenzio e credo che all’unisono pensammo che anche il silenzio era bello, talvolta. Arrivò il pesce e levammo in alto i calici e parlammo della paranza di pesce, del miracolo della frittura che coglie impreparato il cibo e ne fa esplodere i sapori, lei disse che a volte ci vuole qualcosa di violento per cavare un po’ di poesia in questo mondo, io non capii ma sorrisi ugualmente e bevvi dal mio bicchiere mentre lei continuava a parlare, ad un tratto quello che udii fu troppo, stavo ascoltando una melodia ma sapevo che la partitura prevedeva un secondo strumento, una seconda voce, e così ricamai le risposte che lei pretendeva e sentivo che sgorgavano come acqua sorgiva, erano belle e pulite e io me ne meravigliai alquanto, parlavo e parlavo e di nuovo la melodia era quella di un’unica voce, adesso, la mia, mentre i suoi occhi mi seguivano con divertita curiosità.

Prendemmo fiato. Poi ricominciammo a parlare.

Parlammo del lavoro, di quello che c’era e di quello che non c’era, parlammo della solitudine e parlammo del primo film di quel regista spagnolo di cui non ricordavamo il nome, ad un tratto lei disse che era strano avere il futuro alle spalle, o forse lo dissi io, non ricordo, ma aleggiò in quel momento sulla nostra cena un’atmosfera irreale, i miei ricordi stavano diventando i suoi e i suoi mi parevano quei sogni che feci un po’ di tempo fa, lontano da tutto e da tutti, quei sogni che credevo di averle raccontato ma che invece, scoprii, tenni sempre per me. Parlammo di una vecchia fotografia in bianco e nero che credevamo di aver dimenticato, e poi parlammo di come fosse stato strano ricordarsene proprio in quel momento, all’unisono, come due giocolieri che si scambiano i birilli. Ci guardammo e ridemmo, parlammo del circo e parlammo di suo figlio, io la interruppi per raccontarle una barzelletta che non faceva ridere e anche lei fece lo stesso ed entrambi ridemmo.

Poi le cadde un’impercettibile goccia di vino sul vestito, ne approfittò per andare in bagno mentre io accesi una sigaretta. Al ritorno trovò un me sorridente e il dolce che avevamo ordinato, un dolce dai bellissimi colori e dalla bellissima e sinuosa forma che ero sicuro lei avrebbe fotografato, trovò tutte queste cose e trovò anche il biglietto che le avevo scritto in quei frangenti e che le avevo lasciato bene in mostra accanto al bicchiere ancora colmo di quel vino della nostra terra che avevamo lodato per sciogliere il ghiaccio all’inizio di quella surreale serata.

Si sedette e accese una sigaretta, la fumò in silenzio e quando fece per spegnerla lesse il biglietto che le avevo scritto. Mi guardò e disse che doveva andare. Non l’ho mai più rivista.

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