Un politico senza cravatta

Alla fine del precedente post vi parlavo di una bella tiritera contro la cravatta che avevo letto da qualche parte, e allora voglio cominciare riportandovene un pezzettino:

“La cravatta è, secondo il dizionario, una striscia sagomata e modellata, di seta o d’altro tessuto, che viene annodata attorno al collo facendola passare sotto il rovescio del colletto della camicia. È strano pensare che tutte le mattine (mattine lunghe 24 ore, perché sono distribuite su tutto il pianeta) milioni e milioni di signori si annodano una striscia di stoffa colorata attorno al collo. Qualcuno a un certo punto ci penserà e si dirà che è proprio strano. La cravatta è l’invenzione di un reggimento di croati (da cui il nome) che combattevano per Luigi XIII, re di Francia nel seicento, e da allora va avanti così. La cravatta è una striscia o un pezzo di stoffa vecchio più di trecento anni che è cambiato un po’ ma da cent’anni è sempre uguale a se stesso, identico a se stesso, e identifica la gente. Perché la cravatta è, soprattutto, una cosa che assolve meglio di qualunque altra la funzione delle cose in questi i nostri tempi: definire il loro proprietario. Possediamo interi battaglioni di cose perché senza di loro non sapremmo chi siamo. Nessuna di queste cose è così facile da portare e dice tanto quanto

Avevo messo questo stralcio da parte e atteso un momento più propizio nel quale ritagliarlo su questo spazio. E il momento propizio è arrivato quando leggo del politico di cui al titolo, che non è quello a cui state pensando. Il vero protagonista di queste mie riflessioni è José Mujica, 78enne presidente dell’Uruguay. Per coloro i quali non ne avessero mai sentito parlare, ecco una breve biografia: nei primi anni 60 fa parte del movimento rivoluzionario dei Tupamaros, viene arrestato sparato internato, poi evade, poi lo rimettono dentro e poi lui per 14 anni studia testi di agraria e matematica in un carcere (che adesso è un centro commerciale a Montevideo) bevendo il suo piscio, poi esce ed è il primo ex rivoluzionario ad essere eletto in Parlamento. E poi diventa presidente. È in carica dal 2010, e forse alcuni di voi avranno visto il suo famoso discorso alle Nazioni Unite, oppure sentito parlare del fatto che devolve nove decimi del suo stipendio a ONG e vive con l’equivalente di 800 euro al mese in una casa che usa acqua piovana come approvvigionamento idrico principale.

Mi sembra questo un buon momento storico per imparare qualcosa dal suo messaggio, in un tempo in cui l’elite intellettuale di questo paese ci ricorda la tendenziale deriva populista del popolo italiano, il quale ama le ricette semplici e si lascia ammaliare dalle sirene. Mi dico però che esistono effettivamente uomini straordinari che sono in grado di rispondere alle aspettative che ingenerano, e il presidente Mujica è uno di questi: “La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito a guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e che ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono tempo per vivere.” Pare questa essere la traduzione in termini politici del concetto di Eudaimonia, parola che aveva dato il titolo a un post che risale al mio passato australiano, parola che presuppone e spiega la ricerca della felicità come esito di un comportamento morale (non edonistico, quindi): “Chi non è felice con poco non sarà felice con niente”.

E che altro c’è da aggiungere?

 

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Categorie: Politica, Riflessioni, Ritagli | 1 commento

Senza immagini e senza finale

La bellezza non te l’aspetti all’inizio della giornata, proprio no, dovrebbe piuttosto essere il culmine di una ricerca che dovrebbe essere attiva e volitiva, e non invece sbattuta tra un ritardo del treno e una pioggia inaspettata. Nella mattina del tuo primo giorno di lavoro. Quindi forse sono giustificato se non ho scattato una fotografia, ma il fatto è che non ci avevo nemmeno pensato. Il panorama che si ammira dalla stazione di Portici è ormai ben radicato nel mio immaginario visivo, e poi c’era quel vento e la pioggerellina, insomma, non fosse stato per la ragazza che diceva all’amica che prevedeva fitte piogge perché le barche non erano uscite, io forse nemmeno me ne sarei accorto che stavano effettivamente tutte lì rannicchiate dietro agli scogli. La bellezza stava tutta lì, peccato non potervelo spiegare meglio. Poi c’era quella storia dell’umore un po’ sballottato per il riuscire a fare tardi la mattina del primo giorno di lavoro, ma anche quella storia che avevo letto la sera prima di addormentarmi (dato che mi ero ricordato che usavo fare così quando avevo delle abitudini regolari, quando non ero social, quando non uscivo per lenire una solitudine che non sapevo di avere: andavo a letto presto e leggevo), ed era una storia letta su Internazionale della scorsa settimana, una storia cruda e nuda sull’inutilità del lavoro, cioè della moltiplicazione, nell’epoca moderna, di attività lavorative che non apportano nessun beneficio alla società, che potrebbero tranquillamente non esistere, posizioni molto spesso ben remunerate e per questo motivo, per lo stridente contrasto con l’infima considerazione e modesta soddisfazione economica che ricevono lavori umili ma essenziali, ancora più inutili. Davvero, non c’era nulla da eccepire in quella storia, c’è da meravigliarsi come sia riuscito ad addormentarmi subito, e stamattina me la trascinavo un po’ dietro insieme a quei trenta minuti di ritardo diventati poi quaranta, senza contare l’emozione che alla fatidica penultima fermata si è finalmente mostrata, solo per un po’, soppiantata da una respirazione lunga e controllata, un’emozione compassionevole per un giovane trentenne che come un ragazzino si presenta sbarbatello e ripulito il primo giorno di lavoro. Lo sapevo che andava a finire a sentimento, mò una bella foto delle barchetelle di stamattina ci starebbe proprio bene. C’era un’illustrazione a corredo di quella storia del e sul lavoro, o in realtà accompagnava l’articolo seguente che continuava però sullo stesso tono: un’invettiva contro la cravatta. Mostra in ripetizione il volto di uno stesso uomo e diverse fasi del nodo della cravatta, il viso che invecchia e il cranio che perde i capelli e che al momento del nodo diventa teschio. L’invettiva contro la cravatta qualche volta ve la ritaglio qui, però dato che nel nuovo ufficio la cravatta non bisogna portarla concludo qui, senza immagini e senza finale.

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Ricomincio da tre

Di ritorno da un viaggio accade al viaggiatore napoletano di trovarsi in uno stato di acuita sensibilità nei confronti della propria città che si manifesta sin dai primi passi in aeroporto. La fermata del bus, gli orari. La fila che si distorce e contorce perché le regole non scritte fanno sentire la propria presenza. I volti dei figuranti in questo sogno di ritorno. A volte accade che l’ipersensibilità sia compassionevole: guardatela, povera città, non è colpa sua, ci sta provando con tutte le sue forze. L’autista del bus che chiede conferma ai turisti se i biglietti fossero proprio ciù e non uan; le bottiglie di vetro messe tutte nei sacchi neri, e pazienza se di colori diversi, già è tanto; due ubriachi che nella Piazza Capuana tentano di trovare un equilibrio duraturo in una danza sbilenca sotto il marmo annerito della porta aragonese; e poi lui, quel volto che all’estero lo riconosci subito, trasandato nonostante l’aspetto curato, una stanchezza e una sollecitudine nello sguardo, che si fa largo nel traffico dopo aver caricato sul tetto della macchina la sua bancarella. Tutta quella roba ammonticchiata avvolta in buste azzurre, mio dio. Riesco a scorgere un cartello tutto a tre euro che si affaccia al finestrino posteriore. E niente, in realtà dall’Aragòn ci sono appena tornato, solo che una notifica mi ha segnalato che sono tre anni che facciamo questo gioco del blog e mi son ricordato che tutto è cominciato dopo un ritorno a Napoli. Ricomincio da qui.

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Città aperta

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Non dovreste lasciarvi sfuggire Città Aperta: un giorno Teju Cole sarà un grande scrittore, e voi potrete dire di conoscerne persino l’esordio, quella storia frammentata e incerta che ancor più incerti e a pezzi vi aveva ridotto quando l’avevate letta. Potrete dire che è passato del tempo da quando vi identificaste con quel flaneur urbano un po’ atipico, origini nigeriane inzuppate nel calderone cosmopolita della città, la città per eccellenza, l’unica che ha uno state of mind tutto suo. Magari anche voi eravate soliti camminare per la città in orari improbabili, notandone le suggestioni che i colori e le persone le conferivano ad orari diversi del giorno e della notte, unendo i puntini di quelle storie così solitarie e rimbalzando malinconicamente su quella tela che la vostra sensibilità un po’ eccentrica aveva saputo costruire.

La solitudine di questo maratoneta urbano è del tutto peculiare. La New York nella quale è finito a vivere e ad esercitare la professione di shrink – strizzacervelli – è la sublimazione visiva e culturale delle questioni che gli sono rimaste naturalmente in mano dopo il trapianto, così fortemente voluto, negli agognati States. Gli si perdona il cinismo nei confronti delle altre persone dalla pelle nera, perché il comune denominatore della marginalità, di pensiero e di vita, bisogna trovarlo ovunque: negli incontri con un vecchio professore universitario immerso nelle sue memorie; con il messicano che torna a casa, solo e zoppicante, dopo la maratona; con donne che non fanno troppe domande e con altre che invece pretendono risposte; e con i brothers, come con il tassista con il quale Julius, il nostro antieroe, rifiuta di scambiare quel cenno a significare la comune appartenenza a un mondo diverso, e con quegli altri due, appena quindicenni, con il quale il cenno c’era sì stato, e che aveva forse esso stesso costituito il lasciapassare a una facile e inaspettata aggressione.

Più che la storia – a suo modo lineare, anche se dobbiamo intagliarla con l’aiuto dei flashback – è quello scarto tra come la realtà è e come dovrebbe essere, come ce la immaginiamo, che dipana il filo conduttore che mi ha inchiodato a queste pagine. “I told the story to Nedege on our way back into Manhattan that day. Pehaps she fell in love with the idea of myself that I presented in that story. I was the listener, the compassionate African who paid attention to the details of someone else’s life and struggle. I had fallen in love with that idea myself”. Impariamo ad identificarci con Julius perché le sue riflessioni sulla città, puzzle di monumenti e musei e musica e parole, ci rendono intellettualmente onesti facendoci a pezzi. Ci fanno pensare in maniera netta alla storia che ci stiamo raccontando, quella che ci è necessaria per mantenere intera la nostra integrità, salvo poi scoprire che la stessa storia ha angolazioni diverse alle quali non avevamo pensato.

Se dopo i primi vagabondaggi per la città abbiamo imparato a conoscere un poco il protagonista di questa non-storia, ci aspetteremo un fallimento completo dal suo viaggio a Bruxelles, tentativo volutamente disperato di mettere insieme i pezzi della sua storia. Ma avremo anche capito che ciò poco importerà, perché la sua voce sarà sempre ferma anche se non farà che porre domande su domande. Il marocchino Farouq, che gestisce un call center e studia filosofia morale, fa da contrappasso alla vena dubitativa di Julius e alla sua visione relativizzante della vita e dei suoi conflitti. Entrambi sono stranieri in terra straniera, e si ritrovano nel mezzo di discussioni di letteratura e politica che leniscono la solitudine del piovoso inverno europeo. L’America e le sue contraddizioni, il suo spirito di sinistra diluito nel mainstream dei Democratici che paiono a Farouq la faccia di una stessa medaglia, sono lì ad attendere Julius dopo la sua fuga europea. Il nuovo amico, al quale non rivolgerà un ultimo saluto, sarà ancora lì a ponderare una rivoluzione islamica che aborre la violenza, e ce lo immaginiamo che con l’ultimo sorso tenta anche di buttare giù il dubbio sul perché ogni destino diverso sia in fondo diverso a modo suo.

Ciò che resta è la storia di una vocazione, quella per la psicoanalisi, che Julius è capace di far evolvere dal nucleo puro delle teorie freudiane in una scienza gentile, compassionevole, come solo un immigrato che ha deciso di non compiangersi poteva fare. Restano storie di attaccamento e indifferenza e le riflessioni crudeli su di esse. Resta la musica classica, sulle cui note si apre e chiude il romanzo, così come inizio e fine sono segnati dalla riflessione sulla migrazione degli uccelli, metafora forse di quegli spostamenti di storie umane, non meno faticosi, al termine dei quali un nuovo senso è difficile trovarlo perché al termine della strada ci si ritrova sempre con in mano quello proprio, di senso. E una manciata di altre cose, amalgamate in quella maniera un po’ acerba che si può amare oppure odiare, senza riserve. Alla fine siamo sopraffatti e ci viene da pregare la sua preghiera laica: “Prayer was, I had long settled in my mind, no kind of promise, no device for getting what one wanted out of life; it was the mere practice of presence, that was all, a therapy of being present, of living a name to the heart’s destre, the fully formed ones, the as yet formless ones”.

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Il viaggiatore immorale

Viaggiare è immorale, diceva Weininger viaggiando; è crudele, incalza Canetti. Immorale è la vanità della fuga, ben nota a Orazio che ammoniva a non cercare di eludere i dolori e gli affanni spronando il cavallo, perché la nera angoscia, dice il suo verso, siede in groppa dietro il cavaliere che spera di farle perdere le proprie tracce. L’io forte, secondo il filosofo viennese presto stroncato dalla convivenza con l’assoluto, deve restare a casa, guardare in faccia angoscia e disperazione senza volerne essere distratto o stordito, non distogliere lo sguardo dalla realtà e dal combattimento; la metafisica è residente, non cerca evasioni né vacanze. Forse talora l’io resta a casa e a viaggiare è un suo sembiante, un simulacro simile a quello di Elena che, secondo una delle versioni del mito, aveva seguito Paride a Troia, mentre la vera Elena sarebbe rimasta, per tutti i lunghi anni della guerra, altrove, in Egitto.

Weininger denunciava nel viaggio la tentazione dell’irresponsabilità; chi viaggia è spettatore, non è coinvolto a fondo nella realtà che attraversa, non è colpevole delle brutture, delle infamie e delle tragedie del paese in cui s’inoltra. Non ha fatto lui quelle leggi inique e non ha da rimproverarsi di non averle combattute; se il tetto di una notte crolla ed egli non ha proprio la disgrazie di restare sotto le macerie, non ha altro da fare che prendere la sua valigia e spostarsi un po’ più in là. In viaggio si sta bene perché, a parte qualche sciagura, terremoto o disastro aereo, non può veramente accaderci nulla; non si mette in gioco la propria vita.

Il viaggio è anche una benevola noia, una protettrice insignificanza. L’avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o l’incapacità di amare e costruire, di avere e dare felicità, di crescere con coraggio o rattrappirsi nella paura; è là che ci si mette a rischio. La casa non è un idillio; è lo spazio dell’esistenza concreta e dunque esposta al conflitto, al malinteso, all’errore, alla sopraffazione e all’aridità, al naufragio. Per questo essa è il luogo centrale della vita, col suo bene il suo male; il luogo della passione più forte, talora devastante – per la compagna e il compagno dei propri giorni, per i figli – e la passione coinvolge senza riguardi. Andare in giro per il mondo vuol dire pure riposarsi dall’intensità domestica, adagiarsi in piacevoli pause pantofolaie, lasciarsi andare passivamente – immoralmente, secondo Weininger – al fluire delle cose.

C’è un’altra immoralità del viaggio, la chiusura dinanzi alla diversità del mondo. Il viaggiatore mitteleuropeo è facilmente un Ulisse in veste da camera, come ha scritto Giorgio Bergamini, uno che vorrebbe navigare fra una poltrona e una biblioteca, sul blu oceanico dell’atlante piuttosto che su quello delle onde; uno per il quale l’infinito è il segno matematico dell’infinito. Chi viaggia sulla carta si disabitua impercettibilmente alla vita e rivolge le proprie passioni al grafico della vita, alle curve statistiche dei suoi fenomeni; diviene un uomo senza qualità per il quale, scrive Musil, la verdura in scatola diventa il vero senso della verdura fresca.

Anche quando viaggia nel mondo, il viaggiatore conserva tale tendenza ad abbottonarsi bene il pastrano e ad alzare il bavero, quasi a porre una difesa fra sé e le cose. Per fortuna pure i viaggiatori danubiani amano il mare e forse, come quelli del mio Danubio, attraversano le grandi pianure della Mitteleuropa sotto cieli pesanti soprattutto per raggiungere il mare. È sulle rive del mare “inesplicabile”, come lo chiamava Camoes, che s’incontra il respiro largo della vita, che apre alle grandi domande sul destino e al senso del bene e del male; il mare pone a confronto con l’ambiguità, invita a sfidarla – sul mare immortale, scrive Conrad, si conquista il perdono delle proprie anime peccatrici. Al mare ci si spoglia, ci si toglie le soffocanti difese e ci si apre a ciò che sta davanti. Anche questa è la salvezza del viaggiatore, il quale pure sul lastricato delle città o sulle montagne si sente sulla traballante tolda una nave sbattuta dai marosi, arca precaria o salvifica.

Crudeltà del viaggio, ammonisce Canetti: il viaggiatore guarda al mondo con curiosità ed è in qualche modo propenso ad accettare ciò che vede, anche il male e l’ingiustizia, a conoscerli e a capirli piuttosto che a combatterli e a respingerli. Il viaggio nei paesi totalitari, ad esempio, è sempre un po’ colpevole, una complicità o almeno neutralità di fatto nei confronti delle violenze e delle infamie celate dietro i villaggi Potemkin che si attraversano e dove si trova ospitalità. Eppure, a poco a poco, il viaggiatore scopre, è costretto a scoprire la fraternità e il comune destino del mondo, a sentire che il mondo intero è la sua casa e che solo questo sentimento rende vero il suo amore per la casa lasciata al suo paese, che altrimenti sarebbe un orrido e regressivo feticismo.

Come per il vagabondo buonannulla di Eichendorff, amore delle lontananze e amore del focolare coincidono, perché in quel focolare si ama pure il vasto mondo sconosciuto e in quest’ultimo si coglie, anche nelle forme più diverse, l’intimità del focolare. Dante diceva che bevendo l’acqua dell’Arno aveva imparato ad amare fortemente Firenze, ma che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare – ognuna delle due acque, da sola, è insufficiente e inquinata. Viaggiare insegna lo spaesamento, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere straniero fra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli. Per questo la meta del viaggio sono gli uomini: non si va in Spagna o in Germania ma fra gli spagnoli o fra i tedeschi. “Legga letteratura di viaggio” diceva a un teologo Kant, che pure non voleva muoversi da Konigsberg.

Claudio Magris – L’infinito viaggiare

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Sovversivo

Insomma l’hai visto il sottopassaggio?

Ci sono sottopassato due volte. Sono sbucato tra Piazza San Ferdinando e piazza Plebiscito, poi in quelle tre o quattro vie di rappresentanza, col San Carlo la Galleria eccetera come i mobili nel salotto buono delle famiglie decadute: nelle altre stanze meglio non gettare lo sguardo altrimenti dicono denigri il buon nome. Ma qui un po’ di belletto e il buon nome è salvo, restaurato con poca spesa e qualche brutto neo il volto borbonico dei bei tempi. Bei tempi per chi? Nostalgie non mie, ancora troppo giovane, non capisco la poesia di queste cose, ci vuol altro per impressionarli i giovani d’oggi!

E il grattacielo col ristorante all’ultimo piano?

L’ho visto, l’ho visto, come si fa a non vederlo? Eh, è finita l’epoca del cavalieravvocatocommendatore che come niente ti faceva aprire un bar! Ora è arrivato il mascalzone con la Rolls Royce sotto il palazzo e lo yacht a Santa Lucia, è l’epoca dell’appaltesportamatore. E c’è il grattacielo e la rapida ascesa dal basso verso l’alto del nuovo arrivato. La storia, la stessa storia meschina, continua. Baroni re e viceré – e ora questi altri, seduti al ristorante, si sentono sotto il culo un sufficiente numero di piani arbitrariamente costruiti: ciò li rassicura, la storia non muta, e stimola l’appetito.

Prima emigri e poi denigri – la solita tiritera. Ti pare bello, ingrato, denigrare così il buon nome? Ma il buon nome di chi? E finisce col solito diversivo: sovversivo.

E va bene! Sovversivo, dolcemente avverso all’azzurro che avvolge tenero le case, cammino disincantato per le strade della città materna, come vipera nel seno che l’accolse, invelenito da freddo amore, riscaldandomi al suo tepore.

 

Raffaele La Capria – Ferito a morte

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Brevi incontri con donne straordinarie

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Quando Julie ha detto a Rosemary di essere nata e cresciuta a Norseman, appena sopra la piana del Nullarbor, la mia ospite ha avuto un sussulto. “Quella sì che è terra selvaggia”, ha detto stringendosi nelle spalle nel suo accento inglese posh che cinquant’anni di Australia non sono serviti a imbastardire. Rosemary e Julie si sono appena conosciute ma, come entrambe concordano, nulla avviene per caso. Nella sua casa piena di luce, e che pure lei definisce boring, Rosemary sembra aver bisogno di aiuto nel ripulire il suo piccolo bosco privato da tutti i rami e le foglie secche accumulatisi mentre era in viaggio. Julie fa molte cose: è cresciuta in terra selvaggia e abituata a sparare al proprio cibo. Ella chiama mate tutti gli animali che incontra per la sua strada, si prende cura di loro se sono feriti “o anche tristi”, ma non esitava a puntare il fucile contro l’abbondante selvaggina della vasta distesa di terra sopra il deserto del nulla. In questo periodo della sua vita Julie sopravvive facendo le pulizie. “Non ho bisogno di molto. Sono anzi felice di possedere poche cose. Le cose finiscono con il possedere te, e mi dà soddisfazione che quel poco che possiedo è di seconda mano ma perfettamente funzionante. Da quando decisi di andar via da Esperance molte cose sono successe, e ho persino vissuto per un periodo nella mia macchina. Sai come l’ho ottenuta, Alex? Chiedendola. Non sai quante cose ottieni se chiedi. Costava mille dollari, la metà dei quali ho ripagato lavorando. Per me non esiste lavoro abbastanza duro”.

Le due nuove amiche si perdono in lunghe conversazioni. Rosemary è un’artista. In ogni stanza c’è una libreria straripante, oggetti collezionati durante i suoi viaggi e i suoi oli su tela. Mi mostra la sua stanza dei giochi. “Ho dovuto aspettare una vita per averne una, ma ora finalmente mi diverto”. Quando mi fa accomodare nella mia stanza mi mostra i libri che ha messo sul tavolo. “Ho pensato che potrebbero interessarti”. Da quando avevo scritto a Rosemary di essere interessato alla cultura Aborigena, non solo lei si è prodigata ad ospitarmi, disponibile a condividere la sua esperienza di social worker in remote comunità del Western Australia, ma durante la nostra prima cena insieme ha fatto sì che si unisse a noi Richard, consigliere qui ad Albany. Richard ha portato un vino della Barossa Valley, e la sua voce pastosa durante il brindisi alla nostra conoscenza mi suggerisce che non è il primo bicchiere della giornata. E poi c’è Julie. Noi quattro provenienti dagli angoli più remoti della terra riuniti per una cena illuminata da poche candele, per parlare del nostro interesse comune. Julie rifiuta di toccare i nostri bicchieri, e dopo aver studiato l’agnello che era servito nel suo piatto per buoni due minuti, comincia a mangiarlo con l’aria di chi ha appena avuto una lunga battaglia interiore.

Il giorno dopo ci mettiamo in macchina. “Ti va una birra”? Julie sembra non badare troppo alle rigide regole australiane che, quando si tratta di alcol e guida, sono molto severe. Ma probabilmente qui, in queste lunghe strade semiasfaltate che portano da un piccolo centro all’altro, troppo preciso non lo è nessuno. Ci fermiamo ad un bottle shop e facciamo il pieno di Becks. Apro la sua con il mio accendino, prima che lei faccia saltare il tappo per aria – ne sono sicuro – con i denti. Sul cruscotto dell’auto sono riposti ordinatamente una piccola radio, un binocolo, una spazzola, un pacchetto con delle salsicce che di tanto in tanto spezzetta e butta indietro dove un barbuto cagnolino fa piazza pulita. Mi porta a Frenchmen Bay, guidando per il circuito della baia di Albany. Guidiamo per il porto, una volta il più importante di tutto il WA, prima che venisse costruito quello di Fremantle. Mi pare di essere in un loop ma non per la conformazione della baia, quanto piuttosto per le storie che si susseguono e che trovano un ulteriore senso successivamente in questo vasto e remoto stato. Da qui partirono le truppe Anzac per Gallipoli, Turchia, e la comunità ricorda i suoi caduti con particolare commozione. “La vedi quella lassù? È la prigione di Albany. Lì c’è mio figlio, è per lui che sono venuta qui, per stargli vicino. Una volta andavo a trovarlo due volte a settimana, ma da quando ho saputo che lo spogliavano nudo prima e dopo ogni mia visita, mi limito a telefonarlo. Così, per tenergli su il morale. Potrei anche tornare ad Esperance ma troppe brutte cose sono successe laggiù, e credo che la mia presenza qui significhi molto per lui”.

Prima di riaccompagnarmi da Rosemary decide di passare per casa sua. Il posto sembra essere stato occupato abusivamente nel giro di una notte. Mi mostra i suoi strumenti musicali, i suoi disegni. Sono incuriosito da uno, in particolare. The Italian chef, si chiamava. Raffigurava un pescatore dai tratti mediterranei in piedi sulla sua barca, in mezzo al mare, aspettando di tirar su la rete o scrutando la rotta. Julie doveva aver capito il lampo nei miei occhi, perché un altro si era acceso nei suoi. “Puoi prenderlo, l’ho fatto per te.” “Ma se ci siamo appena conosciuti” faccio io, e lei mi risponde che evidentemente aveva avuto quell’ispirazione in previsione del nostro incontro, e che la cosa più giusta era che mi prendessi il disegno. Il ragionamento mi parve a suo modo logico.

Ad Esperance ci sono rimasto tre mesi. Julie aveva detto che quando scopri il suo mare non puoi fare a meno di esserne hooked. Riguardo le fotografie di quei giorni e mi viene in mente che questa è una bella risposta a chi mi chiede dove sono stato, in quasi un anno. Vedi – d’ora in poi risponderò – non sono tanto uno da sightseeing. Ho fatto i miei viaggi dove un giorno dormivo in un posto e il giorno successivo chissà, ma ora sono un po’ stanco. Non di viaggiare, ma dell’evanescenza di esperienze forti che non hanno il tempo di sedimentarsi. Ora viaggio così: mi stabilisco in un luogo per qualche tempo, cerco di conoscere i locali, ascolto le loro storie e con esse mi pare che il mio viaggio non si limiti lì dove termina il mio sguardo.

Julie è stata la prima di una serie di donne straordinarie che ho conosciuto qui. Scriveva Chatwin nel suo The songlines: “One commonly held delusion is that men are the wanderers and women the guardians of hearth and home. This can, of course, be so. But women, above all, are the guardians of continuity: if the hearth moves, they move with it. In Australia, women are the driving force behind the return to the old ways of life. As one woman said to a friend of mine, women are ones for country.” Mi accorgo che tra le foto che ho di quei giorni, in soltanto una appare Julie, ed è di spalle. Mi doveva accompagnare alla stazione da dove avrei preso il bus per Esperance, e stavamo fumando l’ultima sigaretta sul pontile di Albany. A un tratto, la piccola scialuppa di un pescatore dalla barba bianca appare all’orizzonte. Julie cammina lentamente fino alla fine del pontile, e da lì aspetta che gli sbuffi del motore portino la barca ad attraccare. Julie rimane ferma tutto il tempo mentre il vento le scuote i capelli, e il pescatore ride di gusto. In macchina poi parlammo di tutt’altro, e ricordo che, una volta nel bus, mi piacque pensare che la bruschezza con la quale mi aveva augurato l’addio non era dovuta ai modi di chi è cresciuto in terra selvaggia, bensì all’impazienza di tornare su quel pontile dove ad attenderla c’era, chissà, un capitolo felice della sua vita.

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La lentezza e altre scoperte

Mi sto liberando del germe del multitasking. Percepivo a livello intuitivo di doverlo fare, ma non avevo mai fatto nulla per prenderne le distanze. Non sono nato figlio del multitasking ma ne ho ben presto abbracciato le premesse. Il multitasking mi generava ansie: credevo di potere e dovere fare tutto, in contemporanea. In quel modo gettavo le fondamenta per un’infelicità subdola.

Sto rileggendo, sto riascoltando, sto riflettendo, ma senza fare null’altro allo stesso tempo. Quando rastrello le foglie nel giardino non porto più con me le cuffiette. Quando corro il perimetro della fattoria alzo la testa, noto i Baobab che stanno lì da mille anni e i canguri che battono la coda sul terreno per avvertire tutti del pericolo. Ma farlo in paradiso è facile: gli elementi ti invitano a metterti in connessione con loro. Più difficile è farlo dove la prossimità tra le persone è così elevata che induce a creare barriere, a mettere su una colonna sonora nel quale sentirsi al sicuro. Dove le distanze fisiche si accorciano ecco che cresce la distanza emotiva. Prendi strade secondarie, dimenticati del tempo ed ecco che senti vicino a te un calore diverso.

Il multitasking ci abbaglia con la promessa di poter ottimizzare i tempi; il nostro cervello avalla l’inganno comunicandoci che, certo, lui è in grado di guidare e parlare al telefono allo stesso momento. Singletasking allora non è semplicemente disconnettersi dalle email e da Facebook. Non è solo fare una cosa per volta, e farla bene. È anche non fare niente, è anche attivare le gambe e le mani come attività propedeutica al processo creativo, è anche essere connessi con quello che si fa, con le motivazioni più profonde. È continuare a fare una cosa anche se non sta riuscendo bene, se riteniamo abbia un valore. Per fare questo non c’è bisogno di disconnettersi: ritengo che la dimensione social abbia aggiunto, piuttosto che tolto. C’è il rischio però che questa abbia l’effetto di una giostra: può divertirci ma anche farci sentire un po’ confusi, alla fine. C’è bisogno di dare il giusto peso all’interconnessione, e capire che non ne abbiamo sempre bisogno.

 

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Boicotto sì, boicotto no, reprised

Quando ero a Tel Aviv mi divertivo a fare il corrispondente dall’estero, e scrivevo cose che nessuno leggeva ma che a me interessavano. Una di queste era una riflessione sull’opportunità del boicottaggio contro Israele. Ne ho scritto qui. Concludevo dicendo che probabilmente avrei avuto le idee più chiare sull’argomento una volta che mi fossi allontanato da quel luogo, e avessi potuto guardare il tutto con occhio più distaccato.

Tante cose sono successe da quel periodo della mia vita, eppure porto sempre nel cuore quell’esperienza e anche – purtroppo, devo dire – un po’ di amarezza, perché esprimere la mia opinione su un argomento molto delicato mi costò un’amicizia, troncando così il legame più importante che avevo con quel paese.

Ritorno sull’argomento per dire che se pure le idee non mi si sono del tutto chiarite, sento di poter aggiungere un’argomentazione importante al dibattito (non si può mica rispondere “non lo so” all’infinito!), che si può sintetizzare come segue: sono convinto che Israele segua nella violazione dei diritti umani nella West Bank, e che l’occupazione dei territori palestinesi sia illegale sotto i trattati internazionali; detto questo, non si può giustificare l’ipocrisia di una doppia morale che sanziona in modo indiscriminato (come una chemioterapia, uccidendo cellule buone e cellule cattive insieme) un intero paese dove un dibattito democratico è in corso, e chiudendo l’occhio su Guantamano, sul Tibet, sulla Cecenia. Per chi volesse, è possibile leggere su Hareetz la risposta molto bella di Carlo Strenger a Stephen Hawking, che ha di recente annunciato la sua volontà di voler aderire al boicotaggio.

Credo che, alla fine, del BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) debba rimanere soltanto il secondo. Il boicottaggio culturale rischia di tagliare fuori dal dibattito interno la voce di chi è già sotto assedio culturale, mentre sanzionare le imprese israeliane che, ipocritamente, fanno affari nella West Bank mi pare un atto non solo sensato, ma dovuto. Credo che questa fosse l’opinione di Naom Chomsky fino a un po’ di tempo fa, ma credo di aver letto da qualche parte (basta link, tanto non li leggete!) che sia stato proprio lui a suggerire ad Hawking di disertare la conferenza a Gerusalemme, A quanto pare, non sono l’unico ad avere le idee confuse.

 

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Eudemonia

Ovvero: il demone della felicità. Il demone non è da intendersi, come spiega Wikipedia, in senso negativo, bensì come genio, predisposizione dell’animo, sì che questo stato di benessere si configura in modo marcatamente meno solipsistico rispetto al gemello Edonismo. Il perché di questa parola alla fine di un post un po’ aggrovigliato, siete perdonati se saltate subito all’ultimo paragrafo. Ne parlavo con un po’ di amici – a distanza, ovviamente, perché i figli dell’emigrazione liquida mantengono reti sociali in cui le relazioni si fanno spurie e sono forse anche epurate dalla banalità e dalla stanchezza della quotidianità – ne parlavo e mi viene detto che la felicità è un impegno. Ad un’altra amica chiedo se dovrei forse sentirmi in colpa di godere così smaccatamente della mia condizione di solitudine (un inglese direbbe solitude e non loneliness), e in tutta risposta mi viene chiesto se ho la coscienza sporca. Non rispondo, perché i figli delle relazioni liquide sono talvolta maleducati e lasciano cadere le conversazioni così, senza replicare, dando alla famosa ultima parola il peso di un macigno. Sono qui per chiarirmi le idee e per rimediare alla mia maleducazione.

In realtà non so a favore di chi sto scrivendo, ci sono queste cose che mi passano per la mente ma poi dopo me le scordo, penso ad altro, fingo di pensare ad altro mentre quelle cose lì ci sono sempre, solo che non so dirle e ho bisogno che qualcuno più bravo di me le dica al posto mio. Non penso a nulla mentre lavoro, perché qui il Primomaggio non esiste, non penso a nulla mentre tento di descrivere le cose che mi circondano, perché fin quando non sarai in grado di definire la tua realtà questa esiste solo nella tua mente e di conseguenza non è realtà – non ancora: è una finzione dalle molte pretese. Ho molto tempo per me, ho molto tempo per leggere – per rileggere. Scrive Fitzgerald in Tender is the night: “She felt that she had learned something, though exactly what it was she did not know. Later she remembered all the hours of the afternoon as happy – one of those uneventful times that seem at the moment only a link between past and future but turn out to have been the pleasure itself.”

I due linguaggi si prendono a pugni, si contendono la mia attenzione. La madrelingua è umile e gentile, mi viene in soccorso quando le parole dell’aristocratico patrigno inglese tardano a fluire. Provo a descrivere a me stesso il film visto – rivisto – l’altra notte, dopo che la merda della prima serata aveva fatto il suo corso e il palinsesto poteva sbizzarrirsi con film esotici. The golden door, che poi altro non era che Nuovomondo, e perché tradire l’originale, con la sua bella musicalità? Italiano e Inglese si mischiano al Siciliano, mentre seduto sulla poltrona guardavo quelli che emigravano e andavano incontro all’ignoto, senza reti sociali costruite a colpi di click. Ma poi mi abbandono alla storia, quante storie possiamo accogliere, di quante storie abbiamo bisogno? Parlerei volentieri di questo, ma non c’è nessuno ad ascoltarmi. Prendo nota mentalmente che devo dire alla mia amica che talvolta la solitudine non è così beata. Scrive Paul Auster in Sunset Park: “I did want to become a better person. That was the whole point. Become better, become stronger – all very worthy, I suppose, but also a little vague. How do you know when you become better? It’s not like going to college for four years and being handed a diploma to prove you’ve passed all your courses. There’s no way to measure your progress. So I kept at it, not knowing if I was better or not, not knowing if I was stronger or not, and after a while I stopped thinking about the goal and concentrated on the effort. (Pause. Another sip of wine). Does any of this make sense to you? I became addicted to the struggle. I lost track of myself. I kept on doing it, but I didn’t know why I was doing it anymore.”

Ma poi penso che devo andare a lavorare, qui non è il Primomaggio, il lavoro lo si festeggia ogni giorno lavorando, e penso che se mi sento in colpa è forse perché non ce l’ho fatta ad accettare lo svilimento di ricerche infruttuose, di carriere senza senso, di precariato avvilente. Felicità marginale decrescente! I miei vecchi studi mi riportano poche nozioni e io le ritrasformo in nuovi concetti (ho molto tempo per me): se dopo un certo livello di remunerazione economica la nostra felicità cresce di molto poco, allora perché sprecare il proprio tempo? Mi rendo conto che poco a poco mi sto chiarendo le idee: ciò si avvicina al groviglio più profondo ma non lo dispiega. Un’altra conversazione mi viene in soccorso: “ho sempre invidiato quelli che, come te, se ne fottevano delle convenzioni e, pur perdendo Tempo, andavano incontro alle proprie aspirazioni.” No, cari amici, non avete da invidiare il coraggio che ho avuto nel partire. Se mi sento in colpa è perché invidio il vostro coraggio nel rimanere, perché avete avuto in voi stessi, quando avete scelto il vostro percorso di formazione, tutte le alchimie necessarie per far precipitare i vostri talenti. “Laddove i bisogni del mondo e i vostri talenti si incrociano, là risiede la vostra vocazione”, diceva qualcuno.

Devo scrivere alla mia amica. Devo dirle che se, alla fine, non mi sento tanto in colpa è perché questa solitudine mi sta aiutando a scoprire la mia, di vocazione, e hai voglia a dire che la solitudine è una condizione interiore che in tanti, pur nelle prossimità urbane, possono provare. No, nel mio caso v’era la necessità di rimanere con me stesso, di raggiungere fattorie nel bel mezzo del nulla e guidare per centinaia di chilometri fino al centro abitato più vicino. Questi contadini, poi, sono un po’ strani, perché in tutto questo sudore e fatica fisica ti ritrovi tra le mani un libro con le citazioni di quel famoso aforista francese La Chautebriand, che non esito a tradire in questo inglese così plain: “A master in the art of living draws no sharp distinction between his work and his play; his labor and his leisure; his mind and his body; his education and his recreation. He hardly knows which is which. He simply pursues his vision of excellence, his Eudemonia, through whatever he is doing, and leaves others to determine whether he is working or playing. To himself, he always appears to be doing both.” Con questo si chiude il cerchio di quei pensieri che ho provato a descrivere a me stesso inutilmente negli ultimi giorni, e il fatto che ciò avvenga oggi è un sollievo: pur non esistendo qui il Primomaggio, faccio un augurio a chi, tra gioco e lavoro, stanziale o nomade, sta perseguendo la sua propria, piccola felicità.

Does any of this make sense to you?

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