Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – settimo giorno

La manutenzione oggi è stata faticosa e lunga ma si è visto il primo significativo passo avanti dal punto di vista del risultato. Il cemento è stato finalmente colato e la tazza è stata sistemata sui quattro pezzi di legno che avevo levigato. È stato divertente impastare il cemento. Per darmi delle arie, mentre spalavo le pietre, la sabbia e il cemento nella piccola betoniera vintage, mi arrotolavo le maniche della maglia sudicia e mi accendevo una sigaretta. Anche se avevo delle istruzioni precise riguardo alle proporzioni dei vari ingredienti, alla fine mi divertivo a dosare le quantità man mano che procedevo. Quattro parti di pietre, due di sabbia e una di cemento. Un po’ come cucinare, o come fare un cocktail. Quando l’impasto era troppo secco aggiungevo acqua, o se al contrario risultava liquido ritornavo alla sabbia. Il mio contributo si è limitato a questo. La cazzuola e il lavoro millimetrico di allineamento delle viti alle assi l’hanno preso in mano Tim e Chris. Di tanto in tanto Danielle interveniva con i suoi consigli, mentre i tre ragazzetti estirpavano le erbacce dal giardino.

Alla fine Tim era chiaramente di buonumore. Da un po’ di giorni notavo la sua tendenza a trarre profitto da ogni materiale di scarto e a cercare di evitare ogni spreco. Per l’ultima passata di cemento mi aveva detto di polverizzare quanto più possibile quello vecchio, raggrumatosi in grosse pietre nel corso degli anni. Non ho protestato, ma quando mi ha visto intento nell’arduo compito di martellare migliaia di frammenti grossi e inutilizzabili, si è per fortuna convinto ad usare un nuovo sacco. Nonostante questi e altri piccoli stratagemmi per ricavare il massimo dall’apparentemente inutilizzabile, tuttavia, non ho mai avuto l’impressione che sia avaro. Un uomo abituato a vivere in autosufficienza per 50 anni in un angolo di mondo magnificamente isolato è per forza di cose dotato di questo tipo di atteggiamento. Tra un po’ avrà un milione di dollari in tasca. Non più tardi di febbraio, se non avrà trovato un socio, il prezzo minimo che uscirà all’asta sarà di due milioni di  dollari. Tallawarra è stata la sua ragione di vita, un credo che ha portato avanti con tutte le sue forze. I due milioni saranno ripartiti tra lui e la ex moglie, causa – a quanto pare – della disputa legale che lo vede costretto a vendere la proprietà, se non vuole finire in bancarotta. Il suo buonumore e le tre birre pomeridiane con un amico venuto a trovarlo rendono la sua parlantina ancora più sciolta. “Tra un po’ avrò un milione di dollari in tasca, e potrò dirmi ricco, forse cercherò di rilevare un’altra proprietà, o forse avrò il mio piccolo studio di registrazione e farò un cd con le canzoni che ho scritto in questi anni. Ma questa fattoria è la mia vita, è ciò che mi rende felice. La mattina vado a nuotare nel fiume, allevo animali che amo e da cui credo di essere amato, che mi sfamano e mi procurano il modesto profitto necessario per vivere e per produrre carne biologica. Perché dovrei voler andar via? Io non voglio venderla!”

Io, lui e Danielle cominciamo ad armeggiare attorno al fuoco. Sorseggio la mia birra e anche io sono più sciolto. “Essere ricco non è una questione di avere soldi o meno, quanto piuttosto il non preoccuparsene. Puoi avere soldi e non preoccuparti di nulla ma puoi anche non possedere nulla e di nulla preoccuparti. La ricchezza è uno stato interiore.” Forse in quel frangente Tim avrà pensato che nonostante io non sappia costruire un cesso, sono quel tipo di persona con la quale si possono intavolare discussioni antroposofiche, specialmente se solleticate da un po’ di alcol disinibizzante.  Chris e i ragazzi ci raggiungono, la carne è sul fuoco e quasi non c’è più luce. Tim mi chiede di controllare la cottura di carne e verdure mentre lui prende la chitarra. Come ieri sera, lui e Danielle improvvisano creando melodia e testo prendendo spunto dalle conversazioni avute in giornata, da aneddoti condivisi o da esperienze personali. Ma soprattutto è l’Australia ad essere presente nelle loro canzoni. L’outback, il Kimberley, il West. I lunghi tragitti in macchina, l’oceano e il deserto. Sottocchio vedo Chris che chiude gli occhi e armeggia debolmente il suo tamburo. Io faccio lo stesso, ma con gli occhi aperti, non voglio perdermi nemmeno un istante della poesia di un manipolo di gente proveniente dai diversi angoli della terra, ritrovatosi in una fattoria il cui nome indigeno significa Earth Healer, per costruire un cesso, radunatosi attorno a un fuoco di sera a cantare null’altro che l’irripetibile semplicità di questa vita.

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