Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – sesto giorno

Quella che ho in mente è un’immagine molto vivida, come di un film di cui si ricorda a malapena la complessità della trama ma che eppure ci ha lasciato il ricordo di qualcosa di forte. La mia immagine è il rosso brillante del sangue dei vitelli che si stagliano contro la tonalità grigia del paddock nel quale ci trovavamo. Io e Chris avevamo guidato la jeep e il pick-up fino al gate dove avremmo dovuto incontrare Tim e i due macellai. Non trovandoli, ci siamo attardati a rabbrividire nell’aria fredda dell’alba. Quando realizziamo che siamo nel posto sbagliato la mattanza è già terminata: i tre vitelli giacciono senza vita sul prato, già scuoiati a metà. Tim è sul trattore a manovrare la pala, che alzerà di peso i cadaveri, mentre i macellai fanno tintinnare le loro lame prima di affondarle nella carne ancora palpitante, e io e Chris osserviamo timorosi e incuriositi e disgustati ed eccitati al tempo stesso. Sappiamo bene che a breve sarà richiesto il nostro aiuto: dopo che i vitelli sono stati squartati, sviscerati e tagliati a metà, ci sono le interiora da buttar via. I macellai avevano fatto il loro lavoro a mani nude, con professionalità e scioltezza, e io e Chris con le nostre nude mani ci impieghiamo un po’ di più per spingere la testa, gli intestini e gli stomaci dei vitelli su per la pala del trattore manovrato da Tim. Gli organi sono ancora caldi e hanno la consistenza gibbosa di un prodotto in finta plastica. I tre animali sono stati tagliati in due, e ogni metà ridotta successivamente in ulteriori due metà. Dodici quarti di carne di vitello sono caricati sul pick-up che io guido fino a casa, mentre Tim riporta il trattore nel capannone. A Chris tocca l’ingrato compito di disfarsi delle interiora  e darle in pasto ai corvi. Lui rimarrà a casa nel pomeriggio a continuare la costruzione del cesso, mentre io accompagnerò Tim a portare i quarti di carne ad essere curati al macello.

“È molto meglio così, più naturale, più rispettoso. Un colpo secco e via. Al mattatoio sono costretti a 24 ore di fame per svuotare i loro stomaci, e sentono l’odore della morte e impazziscono di paura”. Tim mi parla mentre guida e mi racconta dell’approccio che ha sempre avuto nella sua vita di fattore, di proprietario di una farm che ostinatamente ha tenuto biologica – organic – in un mondo agricolo dominato dal propellente economico dei fertilizzanti. “È la vita di città che è profondamente iniqua nei confronti della natura. Fin quando ci sarà un così spropositato numero di persone da sfamare pochi luoghi in cui la produzione di cibo è per forza di cose intensiva e contro natura, il mondo non potrà essere guarito. Dobbiamo sapere cosa mangiamo, e se non possiamo sempre produrre il cibo di cui abbiamo bisogno dovremmo almeno comprarlo da chi lo produce in modo etico”. Al mattatoio aiuto i macellai a trasportare i pezzi di carne nella cella frigorifera, dove saranno lasciati a curare per una settimana, passando prima per la bilancia. I quarti pesano intorno ai 60 chili l’uno. Mi sfilo la salopette che Tim mi aveva prestato ed è impregnata di sangue e di grasso. Mi accendo una sigaretta con le mani ancora sporche.

Al supermercato osservo Tim. In questi giorni di vita in fattoria mi sono abituato alla sua sola presenza e modo di apparire, alla sua condotta. I suoi vestiti vecchi e il suo tipico cappello alla pescatore sembravano ora stridere con la folla dello shopping pomeridiano. Tim si aggira tra gli scaffali senza curiosare tra la merce, senza esserne attratto. Si dirige sicuro a comprare i pochi prodotti biologici che lui non può coltivare o produrre: pasta, cioccolata e poche altre cose. Alla cassa vedo la fila di persone con in mano i loro prezzi di carne economica incartati in buste bianche; snack ipercalorici e verdure pallide; patatine, prodotti precotti e surgelati, succhi di frutta. Vedo insomma ciò che ognuno di noi compra quando va a fare la spesa. Ho assistito al macello di tre animali ma il vero spettacolo aberrante mi pare questo: un profonda consapevolezza e insita pigrizia, nonché conformismo, che guida le nostre attitudini di consumatori. Tim rimane per cinque minuti a scegliere l’aceto balsamico che contiene meno coloranti e meno prodotti sintetici. È una battaglia che l’umanità non può vincere, penso con tristezza, ma che persone come lui portano avanti con determinazione. Ci fermiamo al mercato per ritirare la sua razione settimanale di frutta e verdura. Chili e chili di carote, banane, cipolle, patate, pomodori, avocado, kiwi e zucche. I loro colori sono brillanti e al tatto sono sodi. Non faccio fatica ad immaginarne il sapore.

La manutenzione del cesso è oggi poca cosa rispetto a ciò a cui ho assistito. Eppure, i tubi sono stati tagliati e incollati al punto giusto, e non resta che ricoprire di nuovo il cunicolo con il terreno. Sono più loquace e faccio notare che dovremmo considerare qualche centimetro di gioco al quale il tubo sarà soggetto. Lo spingiamo avanti di qualche centimetro e quando il nostro lavoro di pala sarà finito ritornerà nella posizione di partenza, l’unica che consentirà di collegarlo agevolmente alla latrina. Oggi sarebbe dovuto essere finalmente il giorno nel quale colare il cemento, ma come previsto arriva Danielle e i nostri piani saltano. Danielle ha guidato da Perth per tutta la mezza giornata prima di arrivare a Tallawarra. È venuta con i suoi due figli di 13 e 9 anni e un loro amico. Siamo ora in sette in fattoria, cucinare sarà un’impresa più difficile. Mentre io cucino una pasta e ceci e Chris uno sfornato di patate, Danielle aiuta Tim a trattare i pezzi di fegato e cuore avanzati dal macello di stamattina. Chiede ai suoi figli di aiutarla, e quando questi fanno gli schizzinosi dice che quella è la carne che mangiano e che gli piace tanto. Se vogliono mangiare carne è giusto che sappiano da dove proviene. Beviamo due birre e parliamo. Mangiamo e Tim e Danielle sono contenti di ritrovarsi dopo quasi un anno. Inaugurano nella loro prima sera insieme quello che sarà il motivo ricorrente di parecchie serate a seguire, e che evidentemente spiega l’intesa che i due hanno: lui improvvisa accordi e lei canta il testo di una canzone mai esistita, creata sul momento seguendo l’istinto, raccontando gli aneddoti di eventi accaduti nel loro tempo insieme o accaduti non più di pochi minuti fa. Tim poi improvvisa una seconda strofa, riprendendo quelle parole e modulandole su una melodia  che il suo orecchio da musicista rende più accattivante, e su quella melodia Danielle si diverte a lanciarsi in assolo di armonica. In un grande cesto Tim colleziona strumenti musicali – che spaziano da bonghi professionali fino a giocattoli dal suono insospettabile – e ognuno di noi ne prende uno. Siamo ora in sette in fattoria e le serate sono molto più divertenti.

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