Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – quinto giorno

L’apparenza del giardino va mutando di giorno in giorno. Ora i tubi sono tagliati e pronti per essere sotterrati nei cunicoli che dovremo naturalmente ricoprire. Anche la base dove dovrà essere versato il cemento è quasi pronta. Rimango sempre più colpito dall’esperienza e dalla versatilità di Tim. È un vero tuttofare. Nel capannone ci sono attrezzi per ogni tipo di lavoro. Quando l’ho visto armeggiare con la macchina impastatrice, che non metteva in moto da 16 anni, riportandola in vita regolando il motore con i suoi attrezzi, non ho potato fare a meno di sorridergli. Questo cesso verrà costruito con materiali e pezzi di ricambio che giacevano abbandonati lungo la fattoria, e che lui di volta in volta è andato a raccattare con il furgone e riportato in giardino, dove io e Chris avremmo fatto il lavoro sporco. Io rispetto a Chris faccio bene poco. Oggi ho segato quattro pezzi di legno che, attaccati e avvitati insieme, serviranno come base del cesso. E vedere quel legno grezzo smussato, lavorato e lucidato dalle sapienti mani di Tim, vedere la materia prima trasformarsi fino ad acquistare insieme bellezza e funzionalità allo stesso tempo, mi ha fatto ancora una volta riflettere sull’importanza del lavoro manuale. L’altra sera a cena riportavo a Tim il pensiero di Julie che ad ogni bambino dovrebbe essere affidato, durante il percorso scolastico, come attività curricolare, un piccolo pezzo di terreno da coltivare. Oggi ho pensato che allo stesso modo ognuno dovrebbe imparare, fin da tenera età, da dove gli oggetti dell’uso quotidiano provengano, capire la relazione tra la materia grezza e sapienza artigianale. Non so in che modo questo potrebbe darsi. Ho segato i pezzi, capendo solo all’ultimo che il modo migliore per ottenerne uno dalle estremità perfettamente lisce e piatte è quello di seguire con dolcezza la linea che si è tracciata, senza affondare troppo con la sega, senza troppa pressione. L’ho capito solo a lavoro finito, un lavoro quindi non eccellente, al quale Tim però non ha dato troppo peso perché in questo caso la precisione millimetrica non era richiesta. Forse è per questo che mi era stato affidato il compito.

Ben preso li ho lasciati per andare a cucinare il  pranzo. Appena sveglio Tim mi aveva chiesto se sapessi cosa fare con l’ossobuco. Appena mi sono reso conto del movimento di assenso della mia testa avevo capito che avevo perso un’altra occasione per rivelargli che non sono uno chef. Mi sono quindi chiuso in camera e, con la scusa di consultare email importanti, ho recuperato in rete la ricetta dell’ossobuco alla milanese. A mezzogiorno ci ho quindi provato, e a parte la carne non ancora tenera a punto giusto, il sapore del sugo era delizioso. Dal mio punto di vista l’esperimento è stato fruttuoso, perché ho capito gli errori che ho fatto, dovuti per lo più alla fretta. Forse per gli altri due commensali l’esperienza non è stata altrettanto illuminante ma hanno comunque dimostrato di gradire. A cena è andata molto meglio con delle semplici uova al sugo, piatto comune a Napoli ma le cui radici israeliane ho rivangato per raccontare un po’ della mia esperienza a Tel Aviv. Non che sia riuscito ad essere molto loquace: sembra che io non sappia più parlare inglese. Questa è l’ultima notte di quiete e farei bene a dormire, domani arriva Danielle con tre bambini al seguito.

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Un pensiero su “Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – quinto giorno

  1. In che mondo diverso viviamo. Tutto pronto, tutto fatto. Solo da comprare. Eppure basta andare in dietro di poco e la capacità di “fare” era dei nostri padri e madri. Almeno dri miei. Che bella esperienza stai vivendo.

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