Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – Secondo giorno

segue (puntata precedente)

Il mio secondo giorno mi ha ricordato che sono in una fattoria e non semplicemente in un campo di lavoro. Sul retro del pick-up di Tim, in piedi per bilanciare gli scossoni e beneficiare del vento, Chris ed io ci siamo fatti un’idea dell’estensione della proprietà. Sterminati campi di pastura si estendono a perdita d’occhio. Le recinzioni sono elettrificate, ma qualche varco lasciato aperto aveva permesso a qualche agnello di perdersi in solitaria. La nostra missione è quella di raggrupparli tutti, recuperare quelli malati e condurre l’intero gregge per buoni due chilometri in direzione sud-est, dove nel capannone sarà applicato un vaccino omeopatico agli agnelli con meno di un anno di età. Tim non crede ai veleni dell’industria farmaceutica, e per curare le sue ladies usa prodotti naturali. Fino ad ora non sono stati effettivi. Come io e Chris ci siamo detti, gli agnelli non sanno cosa sia l’effetto placebo. Nonostante ciò, ci siamo impegnati sotto un sole cocente a riportarli tutti verso la casa base. Che fatica! Ogni volta che dovevamo superare un varco, che li avrebbe condotti in un’area sempre più piccola, gli agnelli impazzivano di paura. In virtù della docile indole, forzati dalla mano umana, avrebbero infine ceduto, acconsentito ad essere separati. Un gregge è più della somma delle singole individualità ferine: ha una propria forma e comportamento, e trattare con un gregge poco docile è diverso che trattare con un animale ribelle. Portar via da un gregge un singolo animale significa aspettarsi una significativa rielaborazione delle gerarchie al suo interno. Alla fine siamo riusciti a condurli all’interno dell’ultimo cortile, e a quel punto Tim mi ha riaccompagnato alla casa, dove avrei cucinato il pranzo in attesa che lui e Chris finissero con la somministrazione di medicine. Non sono stato molto contento della decisione, ma quello che avevo visto era stato abbastanza e forse Chris si sarebbe dimostrato più utile. Inutile recriminare. Ho cucinato un’insalata con quinoa, rabarbaro, rucola, fagioli e tonno.

Nel grigio pomeriggio guidiamo per 70 km fino ad Esperance. Nella mia mente c’era la visione di un villaggio di frontiera, polveroso e assolato, con le insegne dei negozi che pendono sbilenche, scolorite dal vento e dalla sabbia; un paesino abitato da gente che guarda chi arriva in città con occhio sospettoso o semplicemente curioso, gente dai volti bruciati dal sole e con remoti occhi azzurri. Niente di tutto questo. Esperance non ha nulla del mito di frontiera, se non i chilometri che ci vogliono per raggiungerla. Un solido, efficiente villaggio all’australiana, con i soliti marchi del commercio e della ristorazione, grosse vetture parcheggiate ovunque e circolanti per le strade sicure ed efficienti, il porto operoso con navi cargo e locali che, senza l’indolenza propria di chi, essendo fuori dal tempo di tempo sembra averne sempre a sufficienza, ci respingevano in strada perché in pochi minuti sarebbe cominciato un evento privato. L’addetto del bottle shop mi dice che la posizione di Esperance è benedetta: mentre loro sarebbero andati a Perth per qualunque cosa potesse servire, divertimento o necessità, il suo essere così remota di fatto costringe chi non è motivato a spendere soldi qui a stare alla larga e a considerare la città come ultimo stop prima di affrontare il Nullarbor. Io e Chris compriamo due casse di James Boag in offerta a 90 dollari e ritorniamo in fattoria.

continua

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