A day in the life

Mattino

Dalla mia finestra noto che un vento caldo spira forte e spazza via le nuvole anomale di questa primavera australe. È il mio compleanno e decido che mi concederò tanti piccoli festeggiamenti. Vado a far colazione in quel caffè art-decò dove si suonano cover jazz e funky di classici rock. Il barista ha l’aria di uno che non ha dormito la notte, e mi dice che una buona cover non dovrebbe mai essere troppo fedele all’originale bensì svelarne gli aspetti nascosti, soffermandosi su una sezione ritmica e/o melodica ed esaltarla, o renderla meno pervasiva. Ancora assonnato, leggo dei numerosi eventi culturali in atto in questo territorio – e non dico solo Perth perché qui si è in qualche modo consapevoli di quelle radici che si estendono per tutto il Western Australia, risalenti a un tempo in cui l’umanità “occidentale”, per come la conosciamo noi, ancora non esisteva. Mi viene in mente che forse è strano che ci sia questa consapevole e benefica apertura verso l’arte Aborigena e una discrepanza così evidente nelle vite quotidiane di due gruppi di persone o etnie evidentemente autonome e autoreferenziali, che non si incrociano mai, nemmeno per sbaglio. Eppure ieri sera, quando avevo deciso di festeggiare in anticipo offrendo una cena alle persone che mi avevano accolto nei miei primi giorni australiani, mi sono reso conto che questi schemi che funzionano a livello mediatico, come categorie informative, non sono sempre applicabili alla vita reale. Colei che mi ha ospitato per tre settimane, in nome dell’universale spirito di fratellanza di Couchsurfing (il motivo ispiratore di tutti i miei viaggi, inesauribile fonte di storie e persone per chi, come me, è talvolta troppo timido per lasciarsi andare all’incontro imprevisto), è ella stessa per metà di razza Aborigena. I miei sensi resi fluidi e senza veli da un indomito Shiraz potevano ora distinguere nella fisionomia del volto della mia amica la tipica asimmetria di un volto nativo, o meglio, la sua inusuale – per una mente occidentale – simmetria che andava a convergere nella forma del naso. Due mesi fa mi ero fermato al colore della pelle e all’accento bogan. E ancora, un mio amico gay mi diceva che una volta è uscito con un ragazzo Aborigeno, persona colta e adorabile, e che le sue ultime relazioni con WASP erano state tutte con personalità di tipo border-line, con il contributo di numerose dipendenze, non ultima la dipendenza dagli stereotipi culturali. E in generale mi pare che l’esperienza personale sia molto limitata, e che per pigrizia si plasma la propria opinione su un palinsesto culturale previamente costruito. I miei amici improvvisano una gara a Jenga, e la serata si è conclusa con noi che ci divertivamo come matti quando qualcuno faceva cadere la torre. I vini australiani sono molto buoni.

Pomeriggio

Nonostante trascorra molto tempo in solitudine, non mi sento affatto solo. Ho imparato a condividere quel che ho con le persone che, di volta in volta, reputo importanti. Sto capendo che in qualsiasi luogo possiamo realizzare il nostro sogno, se restiamo fedeli all’idea di noi stessi, se un’idea di noi stessi siamo arrivati non dico a possederla, ma ad immaginarla. Mi concedo un altro regalo, in questa giornata di sole così straordinariamente ricca seppur solitaria.  Ho comprato la mia adesione al Woofing Australia. Già immagino i miei futuri vagabondaggi per organic farms e comunità aborigene. Ma non voglio idealizzare, la realtà sarà necessariamente diversa da come la immagino in questo preciso istante. Imparare a pensare è un po’ come essere in grado di apprezzare il grado di vicinanza e lontananza da una ricostruzione oggettiva dei fatti, senza che il nostro uterino temperamento se ne senta coinvolto. La giusta distanza, e dunque il mito di ciò che verrà dopo è da allontanare. Quel che è certo però è che questa vita di città mi sembrerà uno strano sogno plastificato, la vita notturna popolata da esseri scalzi e disinibiti, il rapporto strano e a volte doloroso che hanno a volte gli australiani con l’alcol. Le strade bagnate: come avevo potuto non collegare l’aria eccessivamente calda dei giorni appena trascorsi e la serie di temporali in coda alle porte della città? Non andrò lontano nell’outback se i miei istinti e conoscenze primordiali e recondite non si riattivano. Eppure sarò via, e scriverò ai miei nuovi amici cartoline virtuali e già nostalgiche. Il poco tempo che il viaggiatore ha a disposizione acuisce la sua propensione al rapporto, che diventa fulmineamente passionale e altrettanto caduco. L’isola dei musei è per me l’epicentro magico di questa città, con i suoi muri parlanti, con le sue installazioni audio-visive, musei e scalinate colorate nella cui lunghezza è vergato un poema che prima o poi mi ricorderò di leggere, e con il suo spettacolo per bambini al quale, oggi, ho fatto troppo tardi per assistere. Sì, perché dopo la cena di ieri sera mi pareva che assistere a una piece teatrale dove si raccontava del Dreamtime aborigeno, del tempo della creazione del mondo dal punto di vista dei Nongaar, fosse un altro piccolo lusso prima di cominciare l’implacabile turno al ristorante. Ma sono arrivato tardi, le risate dei bambini già risuonavano nel villaggio costruito nel bel mezzo del polo museale, ed io non me la sono sentita di forzare gli eventi. Leggo la scritta reading helps kids fly. Mi ricordo che in fondo la suggestione non è troppo dissimile da quella italiana, il cui librarsi evoca l’eterea condizione di chi è immerso in una lettura appagante. Stasera, dopo il turno, offrirò una birra a chi si sarà attardato. Ho scoperto di recente che allo staff le birre costano due dollari e cinquanta. Potrò quindi fare una bella figura senza troppe dispersioni di valuta.

Sera

Questa città è così piccola. Chi arriva qui e non conosce null’altro di questo continente, la odia con tutto il cuore, mentre  a chi ha girato in lungo e largo questo presunto equilibrio perfetto non sembra vero. Attorno al chioschetto di Devis gravitano italiani. A prima vista non li si riconosce, quando si cammina per la strada. L’aneddoto che va per la maggiore è quando uno di loro commenta una ragazza con qualcosa del tipo ammazzachefregna!, e la risposta è stata un secco sò de Roma! A volte provo il piacere di andare più a fondo coi ragionamenti, come quando ho detto alla francese che forse gli orientali non ci ringraziano non perché sono rudi o ineducati, probabilmente la loro cultura non prevede un atteggiamento deferente verso il servitore, se loro fossero al nostro posto non si aspetterebbero nessun ringraziamento. Ogni occasione in cui il nostro ego è braccato dalla routine e dallo stress e dalla frustrazione è un’occasione per provare a divergere da quella modalità di default sulla quale siamo tutti settati: quella dello sfogo rancoroso ed egocentrico, quella dello sguardo cieco rivolto a chi ci circonda, appigliandoci agli elementi più facili per poter costruire quel giudizio che, nel nostro mondo, e solo nel nostro, avrà funzione assolutoria nei nostri riguardi. Scegliere cosa pensare. Cosa pensare allora della mia gelosia, del mio amor proprio ferito nel notare attenzioni non ricambiate? Provo a razionalizzare: troppi occhi ammalianti e troppe mani sottili e misteriose e troppe risate contagiose e ingenue e troppi gesti timidi eppur sensuali si possono trovare in giro per questo mappamondo per potere soffermarsi solo su quelli di lei. E poi mi sembra di non essere andato tanto a fondo, perché razionalizzando ancora mi accorgo che di occhi e di mani e di timidi gesti voglio solo quelli di lei. Ma ce ne andremo, non sempre le partenze nell’aria danno corpo alle scintille, qualche fuoco è destinato a rimanere fatuo. Javier, il cuoco argentino, insiste nel reclamare 50 dollari per vendermi la sua ricetta delle empanadas. Gli propongo allora una birra, a lui e alla sua ragazza, e l’affare è fatto. Finisce però che la birra andiamo a prendercela in un locale che stava per chiudere, dietro il cui bancone del bar si estende uno specchio che riflette le nostre stanchezze. Finisce però anche che la compagnia è stata più piacevole del previsto, anche perché c’è lei, finisce che, retrospettivamente, l’unico modo per festeggiare questa giornata non poteva che essere noi quattro, in quel luogo, a raccontare di pellegrinaggi e nostalgie di casa.

Notte

Ho felicemente ripreso a fumare. Non capisco chi dice che smettere è difficilissimo, io l’ho fatto migliaia di volte. Forse ciò che mi mancava era una scusa per affacciarmi di notte fuori al mio giardino e guardare il cielo. Mi ripeto che quando tutto questo finirà non ci sarà nessuna commemorazione tardiva, nessuna retrospettiva delle solitarie camminate verso casa dopo il lavoro, guardando il cielo e provando senza successo a nominare le stelle che puntano a sud, e nessuno struggimento per quelle risate che erano spontanee e che a volerle ricreare ci sarebbe sempre un qualcosa che andrebbe storto. Perth mi sta dando qualcosa e altro si sta prendendo. Quando sarà alle mie spalle, la celebrazione della magia che ho raccattato, spesso per caso, nelle sue strade e nei suoi locali, e lo spauracchio e la frustrazione di giornate senza sapere cosa fare o senza voglia di fare, avverrà così, alla giusta distanza. La tradizione yogica si e’ concentrata sul saluto al sole, nelle ore dell’alba ancora non troppo calde e luminose, quasi a suggellare l’ottimismo e l’apertura ad una giornata ancora da venire , il prologo all’ennesima danza del nostro astro attorno alla fonte di vita primigenia. Salutare la luna significherebbe invece abdicare alle tenebre che irrevocabilmente sono tornate, contro cui il nostro satellite è l’unico baluardo. Significa farlo quando il nostro corpo e’ spossato e quando probabilmente le promesse della mattina si sono diluite in qualcosa di diverso, non necessariamente peggiore ma aventi un’altra fisionomia. Nonostante tutto, salutare la luna sarebbe un atto di profonda gratitudine e di accettazione per quello che la giornata ci ha regalato, un momento di raccoglimento che guarda verso l’interno piuttosto che verso l’esterno. Ripenso a tutti i sorrisi che potevo dare e che non ho dato, a tutto il conforto che potevo ricevere e che non ho accettato. Salutare il sole ti carica dell’aspettativa positiva di riuscire ad essere la persona che vorresti. Salutare la luna significherebbe accettare il fatto che, da qualche parte, potremmo aver fallito, e questo è il primo passo consistente che faremmo verso il più grande e utopistico proposito. Aggiungere ora che prima di andare a letto il mio sguardo incrocia una stella cadente potrebbe suonare come un happyending un po’ forzato, ma è quello che è successo. Non so voi, ma i desideri che ho espresso in passato quando mi imbattevo nella magia del cielo erano tutti incentrati su di me. Questa volta ho fatto mio l’augurio che i miei amici mi hanno recapitato dall’altra parte del mondo: sono felice se le persone che amo sono felici. Perché alla fine questo è stato un giorno come un altro, però ho capito che crescere significa condividere quello che hai con le persone che reputi di volta in volta importanti.

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Categorie: Diario notturno, Downunder, Riflessioni, Travelling | Tag: , | 7 commenti

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7 pensieri su “A day in the life

  1. Niko

    Buon Compleanno!!! 🙂
    …. ma smetti di fumare…. davvero, fa malissimo!

  2. “Sto capendo che in qualsiasi luogo possiamo realizzare il nostro sogno, se restiamo fedeli all’idea di noi stessi, se un’idea di noi stessi siamo arrivati non dico a possederla, ma ad immaginarla”… bel traguardo! Auguri! 😉

  3. di solito al compleanno i regali si ricevono, non si fanno.

    grazie di questo post, e auguri a te!

  4. Buon compleanno!

  5. ringraziare la luna. in tutto il post ho ritrovato sottotraccia come un profumo sincronico rispetto ai pensieri e agli umori di questo periodo della mia vita; il passaggio sulla luna è stato un po’ il sigillo 🙂

    si sta bene qui. tornerò

    (auguri ^ ^)

  6. Legggerti é migrare dal salotto di casa o dal vagone di un treno, nel mio caso.

  7. Voglio giocare anch’io a Jenga. “Notte” mi è piaciuto molto, specie quel conforto lasciato cadere che era meglio raccogliere. Un abbraccio.

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