La grave malattia del pensare

Papalagi è il resoconto sugli usi e i costumi dell’uomo bianco (il papalagi, appunto), fatto da Tuiavii, capo indigeno delle isole della Samoa, dopo un suo viaggio in Europa agli inizi dello scorso secolo. Qui sotto il capitolo sulla “grave malattia del pensare”.

QUANDO il Papalagi pronuncia la parola «spirito», i suoi occhi si fanno grandi, rotondi e fissi; gonfia il petto, respira profondamente e si erge come un guerriero che ha battuto il nemico. Perché è particolarmente orgoglioso di questo «spìrito». Qui non si tratta dello spirito grande e potente che il missionario chiama «Dio», di cui noi tutti non siamo che una povera immagine, ma del piccolo spirito, quello che appartiene all’uomo e che fa i suoi pensieri. Se da qui vedo l’albero di mango dietro lachiesa della missione, non entra in azione lo spirito, perché lo vedo soltanto. Ma se riconosco che è più grande della chiesa della missione, allora ciò è spirito. Quindi non devo solo vedere qualcosa, devo anche sapere qualcosa. Il Papalagi esercita questo sapere dall’alba al tramonto. Il suo spirito è sempre come un tubo di fuoco carico o come un amo gettato. E perciò prova compassione per noi, popoli delle molte isole, perché non adoperiamo nessuna conoscenza. Secondo lui siamo poveri di spirito e stupidi come l’animale della giungla.

È certamente vero che adoperiamo poco la conoscenza, quel che il Papalagi chiama «pensare». Ma c’è da chiedersi se stupido è chi non pensa molto, o chi pensa troppo. Il Papalagi pensa in continuazione. La mia capanna è più piccola della palma. La palma si piega sotto la tempesta. La tempesta parla con voce grossa. Così pensa: naturalmente a suo modo. Pensa però anche a se stesso. Sono cresciuto poco. Il mio cuore è sempre felice alla vista di una fanciulla. Amo molto viaggiare. Eccetera.

Ciò è divertente e buono, e può essere che abbia anche una qualche utilità nascosta per chi ama fare questo gioco nella sua testa. Ma il Papalagi pensa così tanto che pensare per lui è diventata un’abitudine, una necessità, addirittura un obbligo. Riesce solo con difficoltà a non pensare e a vivere con tutte le sua membra insieme.

Spesso vive solo con la testa, mentre tutti i suoi sensi sono profondamente addormentati. Anche se va in giro, parla, mangia e ride. Il pensare, i pensieri, che sono i frutti del pensare, lo tengono prigioniero. È una specie di ubriacatura dei suoi pensieri. Quando il sole splende bene nel cielo, pensa subito: «Come splende bene!». E sta sempre lì a pensare come splende bene. Ciò è sbagliato. Sbagliatissimo. Folle. Perché quando splende è meglio non pensare affatto. Un abitante delle Samoa intelligente

distende le sue membra alla calda luce e non sta a pensare niente. Accoglie in sé il sole non solo con la testa, ma anche con le mani, i piedi, le gambe, la pancia, con tutte le membra. Lascia che la pelle e le membra pensino da sole. E queste da parte loro pensano, anche se in modo diverso dalla testa. Il pensare sbarra il cammino al Papalagi in molti modi, come un blocco di lava che non si può scansare. Pensa lietamente, ma poi non ride; pensa cose tristi, ma non piange. Ha fame, ma non coglie frutti di taro. È per lo più un uomo con i sensi che vivono in inimicizia con lo spirito: una persona che è divisa in due parti.

La vita del Papalagi somiglia molto alla situazione di un uomo che fa un viaggio in barca alla volta di Savaii e che quando ha appena lasciato il porto pensa: quanto mi ci vorrà per arrivare a Savaii? Pensa, ma non vede il piacevole paesaggio che attraversa con il suo viaggio. Ora gli si presenta sulla sinistra il dorso di una montagna. E non appena il suo occhio lo coglie, non può fare a meno di pensare: «Cosa ci sarà dietro la montagna? Ci sarà una baia profonda o stretta?» Preso da questi pensieri dimentica di cantare insieme agli altri le canzoni del mare; non sente neanche gli allegri scherzi delle fanciulle. Si è appena lasciato alle spalle il dorso della montagna e la baia, quando lo tormenta un nuovo pensiero: ci sarà una tempesta entro sera? Proprio così, se entro sera ci sarà una tempesta.

Cerca nel cielo chiaro scure nuvole. Pensa sempre alla tempesta che si potrebbe abbattere su di lui. La tempesta non arriva e raggiunge Savaii senza danni. Però è come se non avesse compiuto il viaggio, perché i suoi pensieri erano sempre lontani dal suo corpo e fuori dalla barca. Sarebbe potuto benissimo rimanere nella sua capanna a Upolu.

Uno spirito che tanto ci tormenta è un demone, e non capisco perché dovrei amarlo tanto. Il Papalagi ama e ammira il suo spirito e lo nutre con i pensieri della sua testa. Non gli fa mai soffrire la fame, e quando i pensieri si divorano tra loro non lo rimprovera neanche tanto. Fa molto rumore con i suoi pensieri, e li fa diventare chiassosi come bambini maleducati. Si comporta come se i suoi pensieri fossero preziosi come i fiori, le montagne e le foreste. Parla dei suoi pensieri come se al confronto il valore di un uomo o l’umore lieto di una fanciulla non contassero niente. Agisce come se ci fosse da qualche parte un comandamento che obbliga a pensare molto. Come se questo comandamento venisse da Dio. Quando le palme e le montagne pensano, non fanno molto rumore. E sicuramente se le palme pensassero con tanto chiasso e intensità come il Papalagi, non avrebbero belle foglie verdi e frutti dorati (perché è un dato di fatto, il pensare rende velocemente vecchi e brutti). Cadrebbero prima di maturarsi. Ma credo proprio che pensino molto poco.

E ci sono ancora molti modi per pensare e tanti bersagli per la freccia dello spirito. Triste è il destino del pensatori, che vanno lontano con il pensiero. Cosa accadrà alla prossima aurora? Cosa avrà in mente per me il Grande Spirito quando arriverò nel mondo di là? Dove ero quando i messaggeri del più grande di tutti gli spiriti mi donarono l’anima? Questo pensare è tanto inutile quanto voler vedere il sole a occhi chiusi. Non va. E non è neanche possibile pensare fino in fondo l’inizio e la fine delle cose. Se ne accorgono coloro che ci provano. Stanno accovacciati sempre nello stesso punto come un martin pescatore, dalla giovinezza fino all’età adulta. Non vedono più il sole, il vasto mare, le care fanciulle, nessuna gioia, niente di niente, e ancora niente. La kava stessa non ha più nessun sapore per loro, e alle danze nella piazza del villaggio se ne stanno in disparte e guardano per terra. Non vivono, anche se non sono morti. Sono stati colpiti dalla grave malattia del pensare.

Questo pensare dovrebbe far grande ed elevata la testa. Quando uno pensa molto e velocemente, in Europa si dice che ha una gran testa. E anziché avere compassione di queste grandi teste, le ammirano molto. I villaggi ne fanno i loro capi, e una gran testa ovunque arrivi deve pensare pubblicamente, il che suscita in tutti un gran piacere e ammirazione. Quando una gran testa muore tutto il paese è in lutto e si levano molti lamenti per quel che è andato perduto. Si fa una riproduzione in pietra della grande testa morta e la si mette davanti agli occhi di tutti sulla piazza del mercato. Proprio così, si fanno queste teste di pietra molto più grandi di quanto lo erano in vita, in modo che il popolo le possa ben ammirare e ricordarsi della propria piccola testa.

Se si chiede a un Papalagi: «Perché pensi tanto?» questi risponde: «Perché non voglio e non mi piace rimanere sciocco». È sciocco ogni Papalagi che non pensa; anche se invece è saggio chi non pensa e tuttavia trova la sua strada.

Credo però che questa sia solo una scusa e che il Papalagi sia spinto da un desiderio cattivo. Penso che il vero scopo del suo pensare sia scoprire l’origine dei poteri del Grande Spirito. Cosa che egli chiama in modo altisonante «comprendere». Comprendere significa avere una cosa così vicina davanti agli occhi da ficcarci dentro il naso. Questo ficcare il naso e frugare in tutte le cose è una brama volgare e spregevole dell’uomo. Prende la scolopendra, vi ficca una piccola lancia, le strappa una gamba. Che aspetto ha una zampa divìsa dal suo corpo? Come era fissata al corpo? Rompe la zampa per misurarne lo spessore. È importante, è essenziale. Stacca un pezzetto di carne grande quanto un granello di sabbia e lo mette sotto un lungo tubo che ha un potere misterioso e fa vedere molto meglio. Con quest’occhio grande e potente guarda dentro ogni cosa, che siano lacrime, un brandello di pelle, un capello, assolutamente tutto. Taglia tutte queste cose finché non è più possibile romperle e tagliarle.

Anche se questo punto è senz’altro il più piccolo, è anche il più essenziale di tutti, perché è l’accesso alla conoscenza suprema, quella che possiede solo il Grande Spirito. Questo accesso è vietato anche al Papalagi, e i suoi migliori occhi magici non ci hanno ancora guardato dentro. Il Grande Spirito non si fa carpire mai i suoi segreti.

Nessuno si è mai arrampicato più in alto della palma che si stringeva tra le gambe. Una volta giunti in cima si deve tornare indietro: viene a mancare il tronco per arrampicarsi ancora più in alto. Il Grande Spirito non ama neanche la curiosità degli uomini, per questo ha steso grandi liane senza inizio e senza fine su tutte le cose. Per questo chiunque segua il pensare fino in fondo si accorgerà sicuramente che alla fine rimane sempre come uno stupido, e deve lasciare al Grande Spirito le risposte che non può dare lui stesso. Lo ammettono anche i Papalagi più valorosi e saggi. Tuttavia la maggior parte degli ammalati di pensiero non riescono a staccarsi dalla fonte del loro godimento, e a furia di percorrere le vie del pensiero l’uomo perde l’orientamento, proprio come se andasse per la foresta vergine senza seguire nessun sentiero. Si perdono nei loro pensieri finché improvvisamente i loro sensi non riescono più a distinguere un uomo da un animale. Affermano che l’uomo è un animale e che l’animale è umano.

È male e pericoloso quindi che tutti i pensieri, che siano buoni o cattivi, vengano gettati immediatamente su sottili stuoie bianche. «Vengono stampati» dice il Papalagi. Il che vuoi dire che quel che quei malati pensano viene trascritto con una macchina misteriosa e prodigiosa, che ha mille mani e la forte volontà di molti grandi capi. E non solo per una o due volte, ma molte, infinite volte, sempre gli stessi pensieri. Si pressano poi insieme, in fasci, molte stuoie di pensieri – «libri» li chiama il Papalagi – che poi vengono inviate in tutte le parti del grande Paese. Tutti quelli che ricevono questi pensieri vengono subito contagiati. Divorano queste stuoie di pensieri come fossero dolci banane; si trovano in ogni capanna, se ne riempiono casse intere, e vecchi e giovani stanno a rosicchiarli come topi la canna da zucchero. È per questo motivo che in così pochi riescono ancora a pensare ragionevolmente, con pensieri naturali come quelli di qualsiasi onesto abitante delle Samoa.

Allo stesso modo vengono ficcati nella testa dei bambini tanti pensieri quanti ce ne entrano. Ogni giorno devono per forza ingoiare la loro dose di stuoie di pensieri. Solo i più sani si sbarazzano di questi pensieri o li lasciano passare attraverso il loro spirito come attraverso una rete. I più però sovraccaricano la loro testa con così tanti pensieri che non avanza più spazio e non vi penetra più nessun raggio di luce. Questo si chiama: «formare lo spirito» e lo stato permanente di tale confusione: «cultura», cosa ampiamente diffusa.

Cultura significa: riempire la propria testa con le conoscenze fino all’orlo estremo. L’uomo colto conosce la lunghezza della palma, il peso della noce di cocco, i nomi di tutti i suoi grandi capi e la data delle loro guerre. Conosce la grandezza della luna, delle stelle e di tutti i Paesi. Conosce per nome ogni fiume, e ogni animale e pianta. Conosce tutto, proprio tutto. Poni una domanda a una persona colta, e ti spara addosso la risposta ancor prima che tu chiuda bocca. La sua testa è sempre carica di munizioni, è sempre pronta a sparare. Ogni Europeo dedica la più bella età della vita a fare della sua testa la canna da fuoco più veloce. Chi non vuole partecipare, viene obbligato.

Ogni Papalagi deve conoscere, deve pensare. L’oblio – disfarsi dei pensieri – non viene esercitato, quando invece sarebbe l’unica cosa che potrebbe guarire tutti gli ammalati di pensiero; e quindi sono in pochissimi a sapervi ricorrere. I più si portano dietro, nella testa, un carico che affatica il corpo per quanto è pesante, lo indebolisce e fa appassire prima del tempo.

Dobbiamo quindi, cari fratelli non pensanti – dopo quello che vi ho annunciato in tutta onestà – emulare davvero il Papalagi e imparare a pensare come lui? lo dico: «No!». Perché non dobbiamo e non possiamo fare niente che non ci fortifichi il corpo e non renda migliori e più lieti i nostri sensi. Ci dobbiamo guardare da tutto quel che ci vorrebbe togliere la gioia di vivere, da tutto quello che mette in lite la nostra testa con il nostro corpo. Il Papalagi ci dimostra con il suo esempio che il pensare è una grave malattia, una malattia che diminuisce di molto il valore di un uomo.

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