continued: Il termine dell’Europa

Mentre nel bus osservo i Paesi Bassi estendersi in lunghezza sotto l’irrevocabile grigio di quel lunedì mattina, ripenso alla pedalata dalla barca fino in città. Fintomi un pendolare, mi districavo tra gli incroci ora divenuti familiari. Raggiungere casa di Victor per rendergli la bici era stato perfettamente naturale, e anche il fatto che lui mi invitasse ad entrare era abbastanza prevedibile. Inaspettata è stata invece la sua faccia assonnata che mi diceva, quasi scusandosi, che l’app a cui aveva pensato esisteva già, e che quindi ora poteva dirmela. Ci ripensavo e ridevo, ora che ero finalmente in bus, pensando alle corse che avevamo fatto con la sua macchina per rimediare al tempo perduto per progettare fantastiche e profittevoli partnerships per esportare l’idea in Italia, almeno là. Durante quel tragitto nel ring di Amsterdam, tra i pochi pendolari che non avevano il lusso di una bici, avevamo progettato per filo e per segno i prossimi passi da fare: le analisi di mercato alla buona, se tra i nostri amici ci fosse il necessario know-wow tecnico (credo che abbia proprio detto “uao”), quanto pensavamo di poter guadagnare durante la fase di lancio dell’applicazione. Alla fine ci abbracciamo con la promessa di scriverci, e nel bus penso che forse sarebbe logico che non ci sentissimo mai più, ma non avevo il tempo e la voglia di indugiare su quei pensieri. La prima parte del mio viaggio era definitivamente conclusa, ora mi aspettavano Bruxelles e alcuni ricordi di un po’ di anni fa.

In generale, Bruxelles mi è parso il luogo più adatto per sballarsi. Più di Amsterdam. L’austerità dei palazzoni e l’ampiezza dei viali a misura di SUV risulterebbero ben più psichedelici. Uno si ritroverebbe a fare le smorfie ai compassati funzionari europei, quelli che dietro le vetrate a specchio prendono scelte efficientemente razionali improntate al progresso e all’integrazione comunitaria. Un po’ come quella donna che in francese inveiva di fronte alla sede del parlamento della comunità fiamminga. Questo è un buon posto per impazzire, nessuno ci farebbe caso, si avrebbe anzi la compassione del pubblico pagante. Oppure uno andrebbe di matto come quelli che bivaccano nei dintorni degli atri dei grandi alberghi, quelli che dormono sulle rare panchine al centro dei Boulevard, quando i negozi sono chiusi e non ha senso per i poliziotti in bicicletta venire a farsi un giro. Sono magari quelli che, avendo lavorato per nove mesi qui in Belgio, adesso brindano alla salute dell’inesistente governo belga, che continua a garantire loro, in virtù di quel duro lavoro, un cospicuo vitalizio mensile. Mentre osservo i pesci saltellare allegramente sotto il sole che abbraccia di luce il Parco Leopold, una sorta di cortile privato alle spalle del Parlamento Europeo, dove i rappresentanti delle Nazioni vengono a mangiare il loro tramezzino gourmet, penso che questo è un vero viaggio al termine dell’Europa. Tutto dovrebbe cominciare qui, e invece ho la sensazione che, per chi viene da lontano e per chi ha circumnavigato il continente parlando con la sua gente, solcando le sue strade, nuotando nelle sue acque, qui tutto finisca, tutto faccia sentire più distanti possibile dalla sensazione di “casa”.

Non so se di questa città esista un’altra faccia, una nascosta. Se esiste, non merita certamente di essere eclissata dall’alienante mondo dell’intellighenzia europea. È una città con una sua propria bellezza e storia, punto di incontro tra due comunità che fanno finta di essere in pace, perché farsi la guerra mascherati da cavalieri dell’ordine dei templari o gilde o cricche di monaci cappuccini e trappisti alcolizzati dalle loro stesse birre suonerebbe ridicolo in questo secolo, passabile almeno di una sanzione da parte della Commissione. Al massimo ci si concede una sfilata una volta all’anno, bevendo birra in piccole coppe e finendo la giornata al Delirium Cafe, che non chiude mai e che è una sorta di non luogo dove perdere la cognizione del tempo. Siamo nell’Europa a due, tre, quattro velocità, questi hanno una marcia più alta, e prima che arrivi anche da loro il tempo degli scioperi e dei tagli e delle spending rewiew, probabilmente l’euro sarà solo un qualcosa da raccontare ai nipoti di chi sarà stato abbastanza fortunato o folle da averne. Qui l’ultima fotografia che racconta un’esplosione di rabbia risale al 1963, quando i cittadini sventolarono un vessillo durante una manifestazione fiamminga ad Anversa, in reazione contro l’impiego del francese nelle Fiandre. Un anno prima era stata adottata una legge che aveva stabilito le aree linguistiche di ciascun comune belga, facendo coagulare nel bilinguismo la comunità cosmopolita della sua capitale.

Davide e Irene hanno risolto la loro contraddizione principale che consisteva nel non trovare un punto fisico di incontro dove continuare congiunti le loro vite. Bruxelles è il luogo adatto, mi dicono, in tanti sono lì, ed effettivamente è strano che tutti e tre incontriamo persone venute dalle nostre terre. Qui si cercano tante cose: la fortuna, la stabilità, il prestigio. La strada delle istituzioni è grigia e silenziosa, di notte diventa deserta, le corsie preferenziali per le bici non sono affollate e sigle su sigle si rincorrono tra i numeri civici, quelle stesse sigle che risulteranno familiari a chi abbia provato, nel corso della sua precaria giovinezza, ad entrare in contatto – ad entrare! – nel dorato mondo della burocrazia europea. Racconto loro di aver appena terminato una simulazione di proposta legislativa al Parlamentarium, era contro l’inquinamento globale, all’inizio avevo dalla mia la popolazione e in seconda lettura anche il Consiglio si era mostrato entusiasta, ma poi qualcosa era successo e in terza lettura la seduta plenaria mi aveva bocciato la relazione. Questo sarà anche quel pezzo di mondo dove ci si può sentire a posto con quella parte di coscienza che reclama una realizzazione nella società, all’interno e al riparo di regole predefinite, ma è stato un bene che la Comunità Europea non abbia avuto la ventura di avvalersi dei miei contributi. Forse non tutti sono destinati a venire qui, penso, ed è strano pensare a come cambino le cose in mezzo secolo: dopo il disastro di Marcinelle nel quale persero la vita 136 minatori Italiani, l’Italia sospese l’invio di lavoratori verso altri paesi europei fino a quando non fossero migliorate le condizioni di lavoro.

Saluti finali

La suggestione di ciò che questo posto rappresenta è più forte di ogni tentativo di osservazione distaccata. Mi è stato impossibile rimanere per quel poco tempo a Bruxelles senza essere travolto da ciò che quella città rappresenta. Durante le mie visite nei luoghi di culto dell’integrazione europea rimango colpito da frammenti di discorsi, e faccio vivere quelle parole nella mia testa mentre cammino. “Occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa: un saldo stato federale”. A Spinelli hanno intitolato un’aula del Parlamento. Oppure Churchill, che diceva che “dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa. Solo in questo modo centinaia di milioni di lavoratori saranno in grado di recuperare le semplici gioie e le speranze che danno un senso alla vita”. Profezie la cui visionarietà è messa in pericolo nel presente di questo particolare momento storico, con le troppe falle che si stanno scoprendo su questa grande nave nella quale siamo tutti intruppati. E allora preferisco concludere il mio viaggio indietro nel tempo con parole che non giudicano e che non augurano ma che solo accarezzano un’idea distante. Diceva Camus: “Mi capita a volte, all’angolo di una strada, in quei brevi momenti di pausa dalle lunghe ore di lotta, di pensare a tutti quei luoghi in Europa che conosco bene. È una terra bellissima, fatta di sofferenza e di storia”.

Ma siamo tutti concentrati sulla bellezza del nostro incontro. Era un anno e mezzo che non  vedevo i miei amici, e ricordo ancora l’ultima notte a Tel Aviv quando vidi entrambi infilarsi nel taxi che li avrebbe accompagnati all’aeroporto. Entrambi rappresentiamo per l’altro un periodo delle nostre vite che è irrimediabilmente passato. Forse ci aggrappiamo l’un l’altro per preservarne il ricordo. Nel frattempo, quasi senza accorgercene, un’amicizia sincera è nata, inaspettata e per questo ancora più piacevole, proprio come questa giornata di sole qui nel cuore dell’Europa. Ci raccontiamo gli aneddoti di quella vita lontana e quelli dei viaggi che sono venuti dopo, e man mano che riavvolgiamo il nastro ci avviciniamo sempre più a quell’istante in cui ci eravamo ritrovati in quel pezzo di mondo. E adesso, che farai, ci chiedevamo a vicenda, come a dire: “dove ti rincontrerò?” Ed entrambi proprio non lo sapevamo, perché questo destino di andare in giro senza sapere il perché, sperando che la meta ultima si rivelasse magicamente, ce l’eravamo anche un po’ scelti. La scelta di scrollarsi di dosso l’Italia era stata ponderata e, per noi, perfettamente razionale. Non importa dove ci rivedremo, forse a Bruxelles, quando lascio una città penso sempre che un giorno ci tornerò a vivere, bella o brutta che sia, perché un luogo dove lo sguardo su te stesso diventa un po’ più consapevole merita sempre di essere chiamato “casa”. Almeno per un po’.

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Categorie: Travelling | Tag: , , | 1 commento

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Un pensiero su “continued: Il termine dell’Europa

  1. L’ultima frase ha trovato una sua eco anche nel Regno Unito. Unito a me, appiccicato, un po’ per amore e un po’ per forza.

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