Day 2, Bristol

Bristol mi eccita e mi tranquillizza allo stesso tempo e per lo stesso motivo: un giorno verrò a vivere qua e mi piacerà. Adoro questi colpi di fulmine. Qui non ci sono High Street, non ci sono banalità, non è tutto piatto e prevedibile. C’è vita, arte, movimento, cultura, subcultura, vibrazioni, colori, acqua, storia, storie,  colline, suoni, spazio, dedizione, multiculturalità, mercati, libri, musica, salite, discese, street art, mongolfiere, erotismo, anarchia, ebbrezza, tecnologia, gioco.  Mi sento tranquillizzato al pensiero di tanta  disarmonica bellezza che mi attende. Questa città anticipa le tendenze, ne detta i ritmi. E’ giovane e influente ma non ha nessuna spocchia medio borghese, essendo anarchica in quel modo elegantemente inglese che qui non guasta. Anzi, questa città non potrebbe essere fiorita in nessun altra patria, ovunque nel mondo. Qui i capannoni e i dock e i binari abbandonati non sono diventati il simbolo del degrado ma una funzione valorizzatrice del passato proiettato al futuro. C’è tanta intelligenza, umiltà e talento dietro quest’allestimento, c’è prospettiva e senso estetico nonché la capacità di prevedere le cose, di far sì che le profezie si auto avverino.

Il bello di viaggiare da soli è che ti puoi far passare le sbronze vegetando per un’ora seduto a un caffè, mangiucchiando un dolce al cioccolato sotto un placido sole, bevendo un cappuccino, scribacchiando qualcosa. E quando ti sei stancato ti alzi e vai alla scoperta della città. Il quayside – questo nuovo termine che apprendo mi pare perfettamente adatto per il lungofiume di Bristol – si estende in maniera sinuosa, conducendomi per scale, moli, piazze e ponti e sopraelevate, passando per capannoni convertiti in gallerie d’arte. Pittori tatuati, con un basco poggiato indolentemente sul capo, dipingono nella pausa tra una sigaretta e l’altra: teschi verdi, volti reclinati di amanti che si guardano allo specchio, un vecchio pescatore, natura morta di bottiglie di birra. Hanno del talento e anche un discreto successo, e in questo senso Bristol è la loro propria città, la città dove nessuno – meno di tutti un pittore – è realmente punito o ricompensato; a Bristol, qualunque sia la tua arte, ti è lasciato fare. Sarà per questo, mi dico, che tutti vengono qui, tutti quelli che sono abbastanza ingenui o pazzi da pensare di poter sublimare i propri talenti con colori o parole o note: qui nessuno se ne frega, c’è un tacito accordo che confina l’ipocrisia alle porte della città, lì dove c’è il ponte sospeso che sembra quello di Brooklyn, e una volta qui ognuno diventa quello che vuole. Non vorrei spingermi troppo oltre con le mie fantasticherie, abdicando troppo alle tendenze – in fondo Bristol è una tendenza – e imputando come al solito il germinare della creatività a un luogo fisico piuttosto che a un luogo dell’anima, ma Bristol è l’eccezione. Bristol è cazzuta.

Il mio giro dura ore. Il sole va a nascondersi chissà dove e un vento freddo si alza strafottente. Sono affamato e ho bisogno di una doccia. Per strada inspiegabilmente non c’è più nessuno. Solo il suono attutito di mille amplificatori pare uscire fuori dai sotterranei, da qualche posto non meglio identificato. La città sta combattendo forse una guerra invisibile. Un’ora in ostello mi rigenera. Con Sergio il Cileno vado all’Old Duke. Ascoltiamo il riff tagliente di Chigago Line da lontano, ancor prima di entrare. In un sussulto di superpercezione noto la birra rimasta nei bicchieri appoggiati alla finestra tremolare al ritmo della batteria. Città come questa ti rendono conscio di tutto e al tempo stesso dimentico. La gente entra nel locale e gli occhiali si appannano, sorpresi dall’improvviso calore. Persone mi si avvicinano, scambiano commenti sul cantante novantenne che, a ragione, ha strappato il microfono di mano al più blasonato titolare del quartetto; mi chiedono da fumare, mi spiegano che non sono di là. Bristol è un posto figo, mi dicono, solo puzza un poco. Mi dicono di essere di Manchester, ora si spiegava tutto. Ho bisogno di mangiare e Sergio mi fa tagliare la città in due attraverso delle scalinate nascoste su cui si affacciano i murali di Bansky. Un uomo alto 4 piani ci versa addosso un secchio di pittura rossa. Sergio mi racconta di essere in viaggio e di non sapere perché, lui non ha un’opinione su tutto, nel suo paese c’è chi protesta contro le dighe in Patagonia e lui non riesce ad avere un’opinione perché la sua conoscenza dei fatti, mi dice, è limitata. Gli offro una birra.

Certe cose si sanno dal principio. Si finge di ignorarle, si crede di dover lottare con mostri invisibili per arrivare a una soluzione. Si fissa il muro e non si sa che cosa fare. Ci si ritrova avanti la solita persona e non si sa cosa dirle. Nella maggior parte dei casi, però, si sa cosa fare e lo si sa per intuito. Assurdo quanto la cosa più facile da fare – ascoltare la prima cosa che viene in mente – sia anche la più difficile. Ma io ho imparato. Bristol la saluto in un mattino piovoso. Al supermercato deserto compro due dolcetti che programmo di mangiare una volta in stazione, prima di salire sul bus che mi riporterà a Londra. Ma così come sapevo già che avrei placato la mia fame appena tornato sulla strada, così so che quel cielo grigio dell’ultima mattina a Bristol non è l’ultimo che ho visto in quella città.

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Categorie: Canterbury tales, Travelling | Tag: , , , , | 2 commenti

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2 pensieri su “Day 2, Bristol

  1. Bello. Sembra viaggi molto tu. Ciao.

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