Day 1, Cardiff

Come sempre dopo una grande sbronza, mi pare che le facce che mi circondano qui, al festival della cioccolata in uno dei dock di Bristol, siano le stesse della notte appena trascorsa, stesse facce sconosciute con cui ho ballato, bevuto, fumato, chiacchierato, tutto con un sorriso dimentico stampato in faccia a suggellare la nostra vicinanza momentanea e che adesso, queste stesse facce, mi guardano con distanza e riprovazione, fingendo di dimenticare la loro connivenza nell’allegra spensieratezza della notte.

Non sapevo come avessi fatto a tirarmi fuori da casa di Neo. La sua coinquilina mi aveva tirato addosso tutti i componenti del mio necessaire dopo che io avevo provato a recuperarli con lei nuda in bagno. Il sonno di quattro ore mi era parso lunghissimo. Neo stava forse ancora parlando quando mi sono addormentato all’improvviso, come se svenissi. Stava sputando fuori tutto il rancore della vita quotidiana, tutte le circostanze che lo avevano condotto a vivere quella vita dimentica fatta di feste, alcol e viaggi, senza la complicazione di rapporti, lontano quattro anni dalla sua casa, un posto nel cuore dell’India il cui nome, ero certo mentre me ne parlava, aveva egli stesso dimenticato. E continuava ad elencarle queste cose, chiedendomi se volessi dormire, vai avanti, ti ascolto, gli rispondevo. Durante il pomeriggio mi aveva parlato delle sue aspirazioni, di come si facesse piacere Cardiff e il suo lavoro d’ufficio fintanto che non avesse trovato qualcosa di meglio, che si traduceva sempre in un altrove, esotico e lontano, da percorrere con uno zaino in spalla e con la macchina fotografica a tracolla. Non saremo mai felici in nessun luogo, buddy, la nostra felicità è nel tragitto da un posto all’altro, siamo felici finché ci muoviamo e non pensiamo che se ci fermiamo siamo perduti, e muovendoci siamo senza passato e senza futuro. Guarda quanti travellers, mi dice, riferendosi ai turisti che affollavano Cardiff durante la vigilia di Pasqua, e mi fa sorridere che usi quella parola a ripetizione, i suoi amici sono travellers, io che sono suo ospite lo sono e lo è lui stesso, stanziale in UK da tre anni ma con la testa chissà dove. C’è un qualcosa di malato in questa nostra smania, gli faccio, uso la parola sickness e lui mi pare capire, sembrava di trovarci al punto estremo e cieco di un discorso che avevamo affrontato entrambi interiormente numerose volte. Questo desiderio che arde incessantemente ce lo siamo impiantati da soli e rischia di bruciarci se non ci soffiamo sopra, ad occhi chiusi e con riconoscenza, come su una candelina sulla torta di un compleanno importante, grati della fatica che abbiamo fatto per arrivare fin lì, per diventare la promessa che dicevamo di voler mantenere, e pronti ora a goderne i frutti.

Sono sgattaiolato fuori che era immerso in soffici sogni. Era Pasqua e la casa era umida e fredda. A mente lucida attraverso al contrario il quartiere che nottetempo avevamo esplorato e che adesso era bagnato da una luce grigia. Sporco, degradato, con una miriade di off-licenses e una torma di facce scure che imboccavano i sottopassaggi. Nel mio tragitto noto lo stesso involucro di un tramezzino che giaceva lì dal giorno prima. Una grande tristezza si impossessa di me ma al tempo stesso anche la felicità di potermene andare, di poter archiviare la bellezza e lo squallore con cui ero entrato in contatto – la vita vera –  e guardare avanti. Lascio Cardiff con l’ultima immagine della notte prima, impressa poco prima di entrare nel taxi che ci avrebbe riportati a casa, preso in uno degli affollati incroci. Centinaia di persone che urlavano e cantavano ad ogni angolo, dance-goers affamati che prendevano d’assalto i vari Burger King. Neo mi aveva detto che la città vive più di notte che di giorno ma io non credevo fosse possibile trovare un’attitudine così latina nel vivere la strada in una qualunque città di questo algido Regno Unito. Lo stuolo di rifiuti sarebbe stato rimosso in tempo per le prime passeggiate mattutine con i cani, finalmente qui presenti e rumorosi, e le entrate delle gallerie erano chiuse, l’unico pezzo di città sottratto al trambusto della notte. Nomi altisonanti: Queen Arcade, Marlowe Gallery. Un tempo questi tragitti rappresentavano le rotte più rapide per il commercio, dal fiume e al mercato, e adesso sono il salotto della città, con i loro archi dai fregi dorati, e sono un micro-mondo con i propri ritmi e i propri suoni, il più antico negozio di dischi al mondo era stato costretto a trasferirsi lì dopo aver rischiato la chiusura. Ci sono andato, da Spillers Record, e nel taxi nel quale siamo impacchettati mi pare di ascoltare lo stesso ritmo dub che avvolgeva i due piani della bottega, è stata una notte lunga, non la ricordo che vagamente, chissà per quanto tempo Neo ha continuato a parlare prima di accorgersi che già ero ripartito.

to be continued

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Categorie: Canterbury tales, Travelling | Tag: , | Lascia un commento

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