Il bus per Londra

I soldi mi stanno inequivocabilmente finendo. A casa mangio ciò che resta di festose e spensierate spese. Non compro la birra ma affogo in una vodka scadente le sparute verdure che mi osservano quando apro il frigo, sperando che sia il loro turno, friggici pure, sembrano dire, tutto fuorché marcire in questo fetore. Le giornate sono più lunghe, più tempo per pensare e per ricamare sogni di fuga, gli ennesimi. Domani sarò a Londra, felice di essere insulso e ultimo tra gli ultimi. Spero che il tempo sia grigio. Troverò un modo per non pagare la metro, magari chiedendo a chi esce di regalarmi il biglietto. E noi che avevamo pensato fosse un codice per qualcosa di losco. Ma dovrei aspettare il tramonto, e le giornate si sono fatte lunghe, lunghe. Non importa, aspetterò il tramonto e glielo metterò nel culo al sindaco, che sponsorizza ogni cosa e rende la città tanto efficiente, che ha detto che alle prossime elezioni gli ebrei non voteranno per lui perché sono ricchi. Passerò per Westminster e manderò qualche insulto a Cameron e alle sue tasse sui sausage rolls. Piegate, l’hanno chiamato. Gli inglesi scendono raramente in basso, ma quando lo fanno la loro testa riemerge piena di lordura. Forse sono già brillo, è una lunga giornata questa, ma il fatto è che non sono più abituato a bere, e quando si beve da soli non si può sublimare l’ebbrezza in discorsi senza senso. Se soltanto qualcuno si fermasse. Gli riderei in faccia, sicuro. Ma davvero sarei in grado di fare questa vita per un altro anno intero? Davvero vorrei approcciare così i miei trent’anni e tutto ciò che rappresentano? Forse sì, chi se ne fotte.

Tra un po’ uscirò e andrò a parlare con Paul. Una volta in ufficio gli dissi che mi piaceva lo stile della sua cravatta con i peperoncini, e riuscii a stento a trattenermi dalle risate. Aveva detto che mi avrebbe dato un lavoro ma poi non l’ho più chiamato. E quindi è questo il tuo business, mate, un fottuto chioschetto in mezzo all’isola pedonale, è con questo che ti finanzi questi completi così lucidi che il solo guardarli mi fa venire voglia di grattarmi? Probabilmente si sentirà costretto ad offrirmi qualcosa. Adoro metterli in difficoltà, testare per quanto tempo la loro educazione riesce a resistere. In bagno mi asciugo le mani per ore, loro non si voltano, continuano a tenere le loro sotto il getto d’acqua, potrei stare lì l’intera giornata, loro potrebbero spellarsi ma non si gireranno mai con uno sguardo torvo intimandomi di togliermi dalle palle. Non lo faccio apposta, davvero, gli inglesi mi piacciono tanto, oggi in ufficio tentavo di rispondere alle richieste di una collega, una di quelle vestite di flanella in tutte le stagioni, una di quelle che nelle foto da ragazza era algida e inespressiva come lo è adesso, magari i capelli meno impagliati. Ci provavo ma quando ho chiesto aiuto al mio collega mi è stato detto it’s friday, mate, let’s have a beer. E me lo dici anche, vecchio mio, io in pausa sono andato alla festa di pensionamento di Bob Bennet, è da quando sono qua che mi arrivano mail per fare una colletta per comprare un regalo a Bob Bennet, e che faccio, non ci vado solo perché non ho messo un penny? Ho scroccato mezza bottiglia di vino e gli sono anche andato vicino per dirgli che mi sarebbe mancato, cazzo. Lui mi ha consolato e poi ha aggiunto: it’s friday, mate..

Da una White  Dragon sono passato ad una Red Mountain, abbassando notevolmente la gradazione alcolica, secondo la teoria dell’ottovolante a cui sono stato iniziato tempo fa. Il cameriere si è preso il bicchiere. Peccato, avrei potuto collezionarli sul mio tavolo e mostrare a tutti, con gran rutti, quanto sono capace di bere. Ma non mi prenderete sul serio, sto per andare ad una lezione sul creative writing, ospite Sadie Jones che a quanto pare ha un paio di recensioni sul Guardian, e queste birre servono per rompere il ghiaccio, questa è metà fiction metà invenzione, e sono il mio lasciapassare. Al seminario farò qualche domanda, sarò in grado di chiedere a qualcuno cosa sta leggendo senza dare l’impressione di fare harakiri con la lingua. Mi sembreranno tutti amici, come in realtà sono, sarò solo io ad avere la guardia abbassata. Le cose più belle della mia vita sono avvenute così, quando ero senza difese, non necessariamente ubriaco o disperato ma semplicemente inconsapevole o strafottente. Domani non riuscirò a prendere il bus per Londra. Sono le sei del pomeriggio e sono ubriaco. Quando tornerò a casa troverò la solita dozzina di persone a festeggiare il venerdì. Ora ho mezza pinta da finire e sono in ritardo per il seminario.

Forse il Lady Luck si chiama così perché è una fortuna se riesci ad uscirne sobrio. Non lo so. Mi concedo la terza birra dopo aver fatto razzia di vino alla galleria d’arte dove Sadie Jones ha tenuto la sua lettura. E’ quasi buio ma ho ancora indosso gli occhiali da sole, la gente mi guarda come se fossi pazzo, sono in giacca e camicia ma ho la barba lunga e la testa scapigliata. Mi ci vuole questa birra dopo quel vino rosso scadente, anche se in fondo mi ha aiutato ad ascoltare la voce melodiosa di Sadie Jones che diceva cazzate. Chi se ne fotte se hai lavorato due anni sul tuo libro, con quella voce potresti dire tutto quello che vuoi, her voice is full of money, dice Gatsby quando parla di Daisy, l’unica cosa spiazzante che Gatsby dice in tutto il libro. Alle spalle di Sadie Jones c’era un disegno – eravamo pur sempre in una galleria d’arte – della Cattedrale di Canterbury che si sporge minacciosamente su una folla amorfa. Mi è sembrata una perfetta caricatura di questi mesi. Ma ora questo beer garten mi pare un paradiso, un po’ come quelli di Friburgo, sopra la collina che domina la città e fa l’occhiolino alla Foresta Nera, solo che qui siamo giù, l’Inghilterra è lineare e piatta, confortante ma prevedibile, prevedibile ma confortante.

Ci sono solo le voci soffuse di tre ragazzi che parlano la loro lingua. Come quelle della ragazza che faceva domande a Sadie Jones. Mi era parso di vederla una sera a casa mia, l’amica timida di quella lì che faceva la scrittrice, di cui forse vi ho parlato, o forse no, me lo sono tenuto per me, e ricordo che quella sera non disse nemmeno una parola. Questo pomeriggio, complice il vino a profusione, chissà, era loquace e se ne sbatteva se Sadie non la capiva, e io mentre osservavo il disegno e ascoltavo la sua voce melodiosa speravo che quella scena grottesca andasse avanti all’infinito, mentre sorseggiavo il vino trincerato dietro le mie lenti scure. Attenta, amica sconosciuta, Sadie ti sta mentendo, ella non ha fatto che scrivere per il puro piacere di scrivere, perché è tutto quello che sa fare con le sue mani, e ora queste spiegazioni le sta creando apposta per noi, la  revisione critica è una delle parti del processo creativo, è pura invenzione, ma non vedi che si tocca i capelli, distoglie lo sguardo, cazzo lo capisco io che sono un uomo.

Sono ubriaco ma ancora molto mi separa da casa. Devo ritornare da Paul il quale insiste nell’offrirmi un lavoro. E dopo andrò a cena dalla mia amica, l’ho avvertita che sono impresentabile ma loro a quanto pare non sono messi meglio. La mia astinenza dall’italiano finirà ingloriosamente, comincerò a bestemmiare nel mio dialetto, darò voce con esso all’insensatezza di questo pomeriggio, e poi dopo andrò al grande party a casa mia, mi piacciono i party grandi, c’è molta intimità, a differenza di quelli piccoli, e là forse scoprirò ciò che è rimasto invisibile fino ad ora ma che, una volta scoperto, non si potrà più fare a meno di notare. Poi andrò a dormire sperando di svegliarmi in tempo per prendere il bus per Londra.

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