Rosso, notturno

Avevano entrambi un ricordo bellissimo e disperato al tempo stesso ed era tinto di rosso. Era il colore della notte nella quale si erano inoltrati insieme. Perfettamente consapevoli della stupida finitezza di tutto quello che stavano per vivere, nondimeno vi si gettarono a capofitto, saltando sulle pozzanghere, cercando uno spiraglio tra le nubi rosse per avvistare una stella o un aereo o un disco volante, cedendo infine allo strano fascino di strade sconosciute e che eppure facevano sentire a casa. Era la periferia e vi si trovavano a loro agio. In periferia non avevano la sensazione di fuggire, erano al termine della fuga, erano anzi all’antitesi della fuga, nel luogo fisico e spirituale nel quale smaltire le sbornie cittadine.

Montarono in macchina e a lui parve di ascoltare Keith Richards alla radio che raccontava in un soffio di voce rauca come il riff di Satisfaction fosse venuto fuori una notte mentre era immerso nei suoi incubi, la chitarra appoggiata ai piedi del letto e il tasto del registratore trovato a tentoni del buio, Keith ride nel ricordare quella notte che ha cambiato la storia del rock e lui rideva mentre declamava a memoria versi di poesie mai esistite, solo per lei. Aveva in mente che stava per vivere un amore che non sarebbe durato che per due giorni, e sul ricordo di quel poco che c’era già stato e sulla speranza di quello che sarebbe successo egli costruiva i suoi versi, li smontava e li spernacchiava a piacimento, offrendoli al di lei ludibrio. Non importa, continua a prendermi in giro, le diceva, mi piace essere preso in giro, c’è quella leggera puntura di spillo all’inizio, l’intoccabile ego che si sente braccato, poi una risata calda sale dal cuore perché ti senti in qualche modo amato, seppur per un tuo difetto, se si gioca e si ride lo spettro dell’indifferenza è per sempre scacciato, il gioco e il riso sono il nostro talismano segreto che non sappiamo di avere.

La città continuava ad annaspare nei suoi sbuffi rock, creste alzate di sfavillanti colori sono il pugno nell’occhio che la musica aveva restituito alla città, la quale da allora non si è più ripresa, è rimasta ai tempi colorati e acidi degli Who che can’t explain, il punk stava per nascere e per avvolgere tutti nei suoi panni ruvidi, la città brontolava con il suo industrialismo dismesso, le vecchie colonizzazioni volgevano al termine mentre le nuove prendevano il largo, e le vie erano piene di fumi multicolori, nessuno si sapeva spiegare nulla, donne camminavano nude in mezzo alle piste da ballo e nessuno ci faceva caso. My generation? È solo mia e non vostra, dice incazzato Pete Townshend alla radio, e lei che immaginava l’attitudine di un’intera generazione che non vedeva il futuro al di là del proprio naso, c’era qualcuno che l’aveva capito e che l’aveva messo in versi in un beat spezzato e un basso furioso, la città ne era grata perché non ne poteva più di chiedere scusa quando ruttava il proprio scontento e finalmente c’era qualcuno a cui non fotteva nulla di tutto questo, e invece no, quanto poco ci vuole per farsi deludere. Non importa, pensava lei, io scapperò lo stesso e non mi troveranno.

La notte avvolgeva tutto in nuvole rosse, people try and get get around e poi ancora fino allo sfinimento, finché non ti raccatta qualcuno nel tuo stato di ebbra confusione, la luce rossa purpurea esaltava le scene di quella notte che voleva essere primavera e non ci riusciva, uno sforzo commovente come quello di tentare di capire il vociare sommesso all’interno del bar, e chi era quel tizio con quella strana maglietta che avevano visto ad un angolo e all’altro pure, come un’incongruenza in un film montato male? Non lo sapevano e non volevano saperlo, il sapere troppo a volte rovina tutta la poesia, peccato che talvolta non sapere nulla ti ubriaca di disperazione e peccato che la sbornia non passa il mattino dopo.

Avevano in mente di scappare a Parigi, l’unica città che si sottrae alla paura e delirio di cui ogni metropoli è intrinsecamente pervasa. Volevano fare un lavoro qualsiasi e poi trovare il tempo per scrivere, volevano ascoltare il jazz da vecchi grammofoni e volevano affacciarsi alle vetrine dei grandi ristoranti e cacciare la lingua in faccia ai clienti impettiti e vedere quanto ci voleva per qualche sguattero ad essere costretto a scacciarli, seppur a malincuore. Cercarono un po’ di jazz alla radio, si erano fermati in un posto qualsiasi e armeggiavano con la vecchia trasmittente. A Londra non c’era tutto il mondo. A Londra c’erano i reietti e quella città stava rendendo tale anche loro. Non ce ne andremo mai da qui, vero, chiese uno dei due. Il giorno dopo il rosso era tutto svanito e non si rividero mai più dopo quell’unica notte di amore.

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