Della crisi, di Napoli e un breve cenno a un film bellissimo

Storie di Napoli, umide storie di ordinaria solitudine. Camminare per le vecchie strade conosciute, accertare con sollievo che nulla è cambiato. Il cielo azzurro del mattino e quello opalino dell’imbrunire, le viuzze strette e la fiumana impazzita dello shopping natalizio. C’è crisi o non c’è crisi? Di sicuro non c’è la miseria che svuota le strade e spegne gli animi. C’è l’atmosfera di chi sa che la festa sta per finire e si abbandona agli ultimi eccessi, non pensando al mal di testa del mattino dopo. La nostra emicrania durerà un anno, forse più. Intanto ci sono le file fuori ai negozi di lusso. C’è crisi, ma per chi? Il tabacco è aumentato e le pensioni rimangono ferme. C’è crisi per i poveri stronzi, per gli stronzi ricchi no. E’ la stessa atmosfera a comunicarmelo. Sono nato qui, eccheccazzo, saprò leggere gli umori della mia città! Gli sguardi della gente, le parole captate. I soldati della Nunziatella che in circolo parlottano tra di loro. Volti sorridenti. E’ una foto che non ho il coraggio di scattare. Una signora parla al telefono nel suo dialetto stretto, le sfugge una parola in italiano, una che in dialetto suona male o addirittura non esiste. La signora sta modulando il suo linguaggio a favore dell’ascoltatore, forse la signora dal dialetto stretto è una professoressa di italiano. Perché cammino e fantastico sulle persone? Lo sguardo furbo e indagatore di un vecchietto: è la maschera che indossa Toni Servillo. Un “prendiamoci un caffè” che sottintende la veloce e irrinunciabile ritualità che in questa città ha un senso più ampio e inspiegabile. La signora che mi spinge via appena uscita dalla metro, un gesto che amplifica la mia e sua solitudine. Le lettere a Babbo Natale appese sui tradizionali alberi (speriamo che quest’anno non se li rubano) chiedono poche cose: grandi amori, una cosa di soldi, un lavoro (attenzione: una cosa di soldi e un lavoro sono due concetti diversi nell’immaginario comune) e giocattoli, giocattoli i cui nomi ricordano molto quelli di quando noi eravamo piccoli, solo che hanno più accessori, sono giocattoli due punto zero. I negozi sono pieni, grosse buste accompagnano per mano esseri quasi umani, troppo umani. L’aereoporto segna il record di presenze. C’è crisi o no? Vanno alla grande gli acquisti tecnologici, irrinunciabili: viviamo trincerati dietro schermi piatti, cristalli liquidi, reti wifi, pretendiamo servizi online che ci evitino le code, aborriamo il contatto umano, il sudore della gente che ci ricorda che siamo umani e miseri come tutti. Al cinema danno “The Artist”, un film muto e in bianco e nero sui film muti e in bianco e nero di una volta. Il cinema puzza di piscio, è uno di quelli che ha resistito all’ondata del multiplex (un orgasmo multiplex). La moglie del protagonista dice che è infelice. Lo sventurato protagonista, soppiantato nel suo mestiere dall’avvento del sonoro, dice che infelici lo sono milioni di persone. Un conoscente incontrato  per caso mentre tentavo di divincolarmi dai venditori di calzini (di quelli subdoli, di quelli che ti fanno ridere; non c’è scampo nella maggior parte dei casi: ti fanno fesso) mi dice che la crisi c’è, erano anni che non vedeva uno strascino per strada. Ritorno a casa, non c’è traffico perché tutti vedono la partita. L’obliteratrice è rotta. Mi regali ricordi, cara città, ma non mi regali più speranze.

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Categorie: Diario notturno, Nàpolide | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Della crisi, di Napoli e un breve cenno a un film bellissimo

  1. Ciao e complimenti per i post davvero interessanti. Poichè mi piace molto quello che scrivi desidero chiederti se ti va di iscriverti al ring http://ilcircolodellearti.myblog.it . Mi farebbe davvero molto piacere. A presto!

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