Ricordo musicale in tre tempi

Mi aggrappo a quella canzone in tre tempi. Non voglio lasciare scivolare via il ricordo.

La prima parte mi racconta con voce magica lo stupore iniziale. Le note partono timide e dolci, e l’incanto dell’incontro si materializza. Penso agli sguardi sereni e inconsapevoli, penso agli abbracci impacciati, penso che allora non sapevo nulla.

Poi si comincia a correre, non so se sia la cosa giusta. La melodia si innalza, si fa epica, corona un momento che vorrei allungare per sempre. In questa seconda parte è contenuta tutta l’estasi che si fonde alla disperazione, ma anche un monito a godere del momento presente.

Già però sale la tensione. Il brusco risveglio da un sogno fatato. Si materializzano foglie che mulinellano sospinte da un vento improvviso. Straniamento, tristezza. Le note ora sono stonate, è un leccarsi le ferite, è un darsi la colpa. Ma chi sono io per addossarmi questa colpa? Sembra di essere nato ieri. Voglio assolvermi ma non ci riesco.

Tutto è successo per un imprevisto, e le note tentano di ricreare l’incanto svanito. Ma non ci riescono, arrancano e infine soffiano esauste ripiegando sul ricordo. L’unica cosa che mi rimane.

La nota finale mi dice, in un sussurro, che senza quell’imprevisto nulla sarebbe accaduto. La sinfonia termina, vorrei farla ripartire ma non ne ho il coraggio.

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