Del viaggio e della pace interiore

Ci svegliammo presto e noleggiammo un’auto per andare a Epidauro. La giornata cominciò in una pace sublime. Era la mia prima vera occhiata al Peloponneso. E non fu un’occhiata, ma la visione di un tacito mondo placato quale l’uomo erediterà un giorno, quando cesserà di dedicarsi al furto e all’assassinio. Mi chiedo come mai nessun pittore ci abbia dato la magia di questo paesaggio idilliaco. E’ troppo sereno, troppo idilliaco? La luce è troppo eterea per essere catturata dal pennello? Questo posso dire, e forse scoraggerà l’artista soverchiamente entusiasta: qui non esiste bruttezza, di linea, di forma, colore, sembianza o sentimento. E’ perfezione pura, come nella musica di Mozart. E mi azzardo a dire che c’è più Mozart qui che in qualsiasi altra parte del mondo. La strada per Epidauro è come la strada per la creazione. Si smette di cercare. Si tace, zittiti dal silenzio di misteriosi inizi. Se si riuscisse a parlare sarebbe in melodia. Qui non c’è niente da prendere, da tesaurizzare, da accaparrare: c’è solo un crollare dei muri che rinserrano lo spirito. Il paesaggio non svanisce, si insedia nei luoghi aperti del cuore; fa ressa, si accumula, spossessa. Non attraversi qualcosa – chiamatela Natura, se volete – ma partecipi a una disfatta, a una disfatta delle forze di avidità, cattiveria, invidia, egoismo, rancore, intolleranza, orgoglio, arroganza, astuzia, doppiezza e via dicendo.

E’ il mattino del primo giorno della gran pace, la pace del cuore, che viene con la resa. Non sapevo cosa significasse pace finché non arrivai a Epidauro. Come tutti avevo sempre usato questa parola senza capire che usavo un simulacro. La pace non è il contrario della guerra, così come la morte non è il contrario della vita. La povertà del linguaggio, vale a dire la povertà dell’immaginazione dell’uomo o la povertà della sua vita interiore, ha creato un’ambivalenza assolutamente falsa. Parlo beninteso della pace che trascende l’intelletto. Non ve n’è d’altro genere. La pace che i più di noi conoscono è soltanto una cessazione di ostilità, una tregua, in interregno, una bonaccia, un rifiato, ed è qualcosa di negativo. La pace del cuore è positiva e invincibile, non impone condizioni, non esige protezione. E’ e basta. Se è una vittoria è una vittoria di tipo particolare perché si basa interamente sulla resa, una resa volontaria, naturalmente.

L’uomo ha bisogno di pace per vivere. Sconfiggere il nostro vicino non dà pace, così come curare il cancro non reca salute. L’uomo non comincia a vivere grazie al trionfo sul nemico né comincia ad acquistare salute grazie a cure interminabili. La gioia del vivere viene grazie alla pace, che non è statica ma dinamica. Nessuno può dire di sapere cos’è davvero la gioia finché non ha fatto esperienza della pace. E senza gioia non c’è vita, anche se hai una dozzina di automobili, sei maggiordomi, un castello, una cappella privata e un rifugio a prova di bombe. Le nostre malattie sono i nostri attaccamenti, si tratti di abitudini, ideologie, ideali, principi, possedimenti, fobie, dèi, culti, religioni, quello che vi pare. Un buon salario può essere una malattia non meno grave di un cattivo salario. Il tempo libero può essere una malattia non meno grave del lavoro. Tutto ciò a cui ci aggrappiamo, anche se è speranza o fede, può essere la malattia che ci uccide. La resa è assoluta: se ti aggrappi anche a un bruscolo nutri il germe che ti divorerà. Quanto all’aggrapparsi a Dio, Dio ci ha abbandonato da un pezzo affinché comprendessimo la gioia di raggiungere la condizione divina grazie ai nostri sforzi.

Tutto questo piagnucolio che si svolge nel buio, questa insistente, pietosa invocazione di pace che intensifica col crescere della sofferenza e dell’infelicità: dove trovarla? La pace, la gente immagina che sia qualcosa da immagazzinare come grano o granturco? E’ una cosa su cui ci si può avventare e divorarla, come lupi che si azzuffano per una carcassa? Sento persone parlare di pace e le loro facce sono annuvolate dall’ira e dall’odio, dal disprezzo e dallo sdegno, dall’orgoglio e dall’arroganza. C’è gente che vuole combattere per realizzare la pace – sono le anime più illuse. Non ci sarà pace finché la voglia di uccidere non sia eliminata dal cuore e dalla mente. L’omicidio è il vertice dell’ampia piramide alla cui base c’è l’io. Ciò che si erge dovrà cadere. Tutto ciò per cui l’uomo ha combattuto dovrà essere abbandonato prima che egli cominci a vivere da uomo. Finora egli è stato una bestia malata e anche la sua divinità puzza. E’ padrone di molti mondi e schiavo nel suo. Quello che regge il mondo è il cuore, non il cervello. In ogni sfera le nostre conquiste recano solo morte. Abbiamo voltato la schiena all’unica sfera dove sta la libertà. A Epidauro, nella quiete, nella grande pace che scese su di me, udii battere il cuore del mondo. So qual è il rimedio: è rinunciare, abbandonare, arrendersi, così che i nostri cuori possano battere all’unisono col grande cuore del mondo.

Le moltitudini che compirono il lungo cammino per Epidauro da ogni angolo del mondo antico erano, credo, già guarite prima di arrivare qui. Seduto nel silenzio strano del teatro pensai al lungo e tortuoso percorso con cui ero giunto alfine a questo risanante centro di pace. Nessuno avrebbe potuto scegliere un viaggio più circonlocutorio del mio. Per trent’anni avevo vagato, come in un labirinto. Avevo gustato ogni gioia, ogni disperazione, ma non avevo mai conosciuto cosa significasse pace. Lungo il cammino avevo vinto a uno a uno tutti i miei nemici, ma il nemico maggiore non l’avevo nemmeno identificato –  me stesso. Entrando nella conca silenziosa, ora bagnata da una luce marmorea, venni al punto, esattamente nel centro, dove il più tenue bisbiglio s’innalza come un uccello lieto e svanisce oltre la spalla della bassa collina, al pari della luce d’un giorno chiaro che si dilegua davanti al nero vellutato della notte. Non c’era niente da conquistare: davanti a me si stendeva un oceano di pace. Essere liberi, come io seppi di essere in quel momento, significa capire che ogni conquista è vana, anche la conquista di sé, atto supremo di egotismo. Essere gioiosi significa portare l’io alla sua vetta suprema e abbandonarlo trionfalmente. Conoscere la pace è totale: è il momento dopo, quando la resa è completa, quando non c’è più nemmeno coscienza della resa. La pace è al centro e quando viene raggiunta la voce sgorga in lode e benedizione.

Epidauro è soltanto un simbolo di luogo: il luogo vero è nel cuore, nel cuore di ognuno, pur che egli si fermi a cercarlo. Ogni scoperta è misteriosa in quanto rivela cose tanto inaspettatamente prossime, tanto vicine, note da lungo tempo e tanto intimamente. Il saggio non ha bisogno di mettersi in viaggio: è lo sciocco che cerca il vaso d’oro ai piedi dell’arcobaleno. Ma i due sono sempre destinati a incontrarsi a ad unirsi. Si incontrano nel cuore del monde, che è l’inizio e la fine del cammino. Si incontrano nella realizzazione e si uniscono nella trascendenza dei loro ruoli. Il mondo è insieme giovane e vecchio: come l’individuo, si rinnova nella morte e invecchia attraverso nascite infinite. In ogni fase c’è la possibilità del compimento. La pace sta in qualsiasi punto lungo la linea. E’ un continuo, e un continuo indimostrabile con demarcazioni così come una linea è indimostrabile con una fila di punti. Fare una linea richiede una totalità dell’essere, della volontà e dell’immaginazione. Su cosa costituisce una linea, che è un esercizio metafisico, si può speculare in eterno. Ma anche un idiota può tracciare una linea, e nel farlo egli è pari al professore per il quale l’essenza di una linea è un incomprensibile mistero.

La padronanza di grandi cose viene col fare cose da nulla; per l’anima timida un viaggetto è cosa formidabile come una gran viaggio per l’anima grande. Viaggiare è un’impresa interiore, e i viaggi più arrischiati, non occorre dirlo, si fanno senza muoversi dal posto. Ma il senso del viaggio può inaridirsi e morire. Ci sono avventurieri che penetrano nelle parti più remote della terra, trascinando a una sterile meta un cadavere animato. La terra pullula di spiriti avventurosi che la popolano di morte: sono le anime che bramose di conquista riempiono di contese e litigi i corridoi esterni dello spazio. Ciò che dà una tinta fantasmatica alla vita è questo sciagurato dramma d’ombra tra lemuri e spettri. Il panico, la confusione che afferra l’anima del viandante è il riverbero del pandemonio creato dai persi e dannati.

Henry Miller, Il colosso di Marussi – Ed. Adelphi, 2000, pp. 79 – 84 (((ma se ve lo leggete tutto non fate un errore)))

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Categorie: Riflessioni, Ritagli, Travelling | Tag: | Lascia un commento

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