Riusciremo a stare un giorno senza ridere?

A me quest’idea che si debba e si possa ridere di tutto non convince.

La satira è un esercizio nobile che affonda le sue radici nell’antichità. Su Wikipedia trovo una definizione abbastanza ficcante che non mi sembra il caso di modificare: essa “attraverso la risata veicola delle piccole verità, semina dubbi, smaschera ipocrisie, attacca i pregiudizi e mette in discussione le convinzioni”. La stessa Wikipedia mi informa della sentenza della Corte di Cassazione che si prodiga di addivenire ad una definizione, nientedimeno: “È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene”.

Ora, a me sembra che nell’accavallarsi di reazioni e commenti ai fatti che accadono attorno a noi si sia un po’ persa di vista una distinzione semplice, quella cioè tra satira propriamente detta e quella un po’ più bassa di comicità. Anche dalla comicità è possibile trarre linfa vitale, certo, per superare di slancio le grettezze a cui la vita, per definizione, ci destina. Ma è anche possibile notare in essa un grondare pernicioso di bassezze, di trivialità, amenità più o meno faconde che nulla aggiungono e nulla tolgono a delle questioni che andrebbero trattate con i guanti dell’etica.

Se siete giunti fino alla lettura di questo paragrafo vuol dire che accettate che venga fatto del moralismo su detta questione, che venga cioè introdotta la morale su un terreno che, a detta di molti, dovrebbe esserne privo. Perché, a detta di questi molti, il potere della risata è liberatorio a prescindere, benefico e taumaturgico, e povero fesso chi non lo comprende. Anime buone, perbenisti, moralizzatori, idealisti. Queste le etichette che vengono appiccicate a chi osa dire: no, non fa ridere.

D’altronde, non voglio nemmeno contrastare un’ulteriore definizione che la satira “è cattivo gusto ed esagerazione, altrimenti non farebbe ridere”. E non dico nemmeno che non sia possibile scherzare su questioni di vita e di morte – come in queste ultime ore con i fatti di Oslo – anche se in tutta franchezza non so se avrei lo spirito così leggero se fossi coinvolto direttamente in una tragedia; non lo so anche se conosco la risposta, in realtà: no. Voglio arrivare fino al punto in cui tutte le questioni morali sono per un attimo accantonate, e si arriva infine alla lettura del sagace commento, della battuta brillante. Attenzione, io mi riferisco qui a quella che non fa ridere, non a quella irrispettosa. E allora mi chiedo: perché?

Il cosiddetto moralizzatore oppone delle argomentazioni. C’è un qualcosa che non gli piace e si prende la  briga di spiegare le sue ragioni, con una dose più  o meno accettabile di livore e di retorica che poi alla fine gli guadagna, suo malgrado, l’esecrata etichetta. L’ilare battutista, invece – specie moltiplicatasi con il moltiplicarsi dei megafoni e degli altoparlanti virtuali – non fa altro che ripetere: è così, qua si ride, se non ti sta bene vattene!

In seguito ad una tragedia, elementari regole di convivenza umana imporrebbero un rispetto fatto di silenzio. Ho riso di un riso amaro alla battuta che, dopo la morte di Amy Winehouse, la Norvegia aveva esaurito i suoi 15 minuti di notorietà. Questa battuta ha condensato lo sdegno che effettivamente provavo per il differente peso che si dà, da sempre e oserei dire in maniera abbastanza incolpevole, alle morti illustri e alle morti di sconosciuti. Questa era satira. La lettura di altre battute mi ha invece dato una spiacevole sensazione: ai funerali altrui non si ride, di norma, così come non vogliamo che altri ridano al nostro. Perché? Per un sacco di ragioni che non fanno ridere. Riusciremo a stare un giorno senza ridere?

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Categorie: Riflessioni | 3 commenti

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3 pensieri su “Riusciremo a stare un giorno senza ridere?

  1. condivido, sia nel sorridere che nel senza ridere. E’ bello. E ti lascia a pensare.
    mario staffaroni

  2. anomis

    parto dalla fine con una nota totalmente personale per dire che vorrei che al mio funerale si ridesse, che tanto poi le lacrime scendono lo stesso per una ragione o per un’altra. Ma magari lo dico perché io pure ai funerali degli altri rido, ma di nervosismo.

    Detto questo ti ringrazio per il commento che mi hai lasciato sul blog, mi ha incuriosito e son dovuta venire a spiare cosa avessi scritto sul tema. In realtà son d’accordo con ben poco di quello che hai scritto, cioè la pretesa che ci si debba conformare tutti ad avere le stesse reazioni nel momento in cui accadono delle tragedie, come quella norvegese è quanto meno sciocca. Son d’accordo però sul fatto che le possibilità di comunicazione che abbiamo ora permettono a chiunque di improvvisarsi battutista, scrittore, fotografo ecc., ma non credo sia necessariamente negativo. Perché alla fine è vero: se non ti interessa (o ti pare di cattivo gusto, maleducato, irrispettoso) allora smetti di leggere. Non solo le notizie hanno vita breve in rete, ma anche le persone e la ragione è principalmente che se sei ignorante o noioso o ripetitivo (e un sacco di altri aggettivi negativi) gli altri utenti smettono di leggerti.
    Alla fine è tutta questione di intelligenza: quella mancante di chi fa battute poco divertenti e quella presente di chi decide di smettere di leggerle.

    Un saluto, a presto.

    • grazie a te per esserti presa la briga di leggere i miei pensieri a riguardo. hai ragione, questa tua prospettiva mi piace e la faccio totalmente mia. purtroppo ho questo brutto vizio di mettermi nei panni degli altri e allora in quel momento mi sono chiesto cosa avrei pensato se avessi letto una di quelle cose di cattivo gusto di cui parliamo se fossi stato coinvolto direttamente in una tragedia. detto questo, vorrei anche io che si ridesse al mio funerale. ciao 🙂

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