Le parole della Politica

Le parole permettono alla Politica di essere politica: esse interpretano il nostro tempo e offrono una soluzione, perché non si dà tempo che non sia problematico, pervaso da conflitti, ingiustizie, ardori. Le parole fanno sì che la Politica sia compresa dai cittadini, dagli umili, mi si lasci dire, da coloro per i quali l’unica attività politica consiste nel trovare, giorno dopo giorno, mezzi di sostentamento sufficienti per l’agognata felicità. Non sarà un diritto costituzionale, quest’ultima, ma resta un anelito primordiale.

Di questi tempi si parla di “macelleria sociale”, di come cioè una classe politica stia prendendo delle decisioni assurde sulla politica economica del paese: la responsabilità ricade ancora su di loro, sugli umili, tra i quali mi iscrivo anch’io, non fosse altro perché do il mio minimo contributo in termini di balzelli, come tutti coloro i quali sono facilmente rintracciabili dalla mano fiscale dello Stato. E lo si fa in nome di un presunto spirito egalitario, per cui tutti i cittadini debbono dare il loro contributo, attraverso un indefesso sacrificio, al risanamento dei conti dello Stato. La massima perizia politica di chi ci governa, per farla breve, è consistita in questo: prendere un righello, piazzarlo in maniera perpendicolare alle colonnine dei costi di questo nostro allegro paese, e tirare infine una linea retta, quel che è al di sotto di essa è tagliato. Indiscriminatamente. Come se tutti i costi fossero uguali e come se tutte le classi sociali possano sopportarne in egual modo le conseguenze. Ma non voglio parlare di questo, di come la Politica non sia più effettivamente “arte politica” ma semplice operazione commercialistica da quattro soldi.

Io vorrei dire delle parole che descrivono tutto questo. In questi giorni di forzata convalescenza casalinga, mi è capitato di osservare più attentamente le parole che vengono usate dai governanti, da coloro che ci conducono. Sono spesso risuonati vocaboli altisonanti, dalla retorica acuminata e scintillante, quasi che fossero presi a prestito direttamente da un poema epico in cui siano narrate le sorti di popolo valoroso. I tiggì nazionali, nessuno escluso, danno di solito grande rilievo a questi paroloni. Essi provano a spiegarli, a chiedere anzi seconde e terze argomentazioni, durante le quali i paroloni si sdoppiano, si triplicano, una scissione quasi cellulare, e davanti agli occhi dello spettatore, sempre umile, pare quasi che codeste parole si materializzino: libertà giustizia eguaglianza ottimismo successo volontà eroi diritti lotta privilegio sacrificio.

Quello che poi succede va suddiviso in due fasi, o almeno questa è la catena causale dei miei pensieri e la riporto pari pari.

Per prima cosa si osservano i volti. La fisiognomica non sarà una scienza esatta, e quel tal Lombroso aveva certamente torto quando riportava quella sua ipotesi per cui ad un determinato soma corrispondesse un carattere più o meno fraudolento. Epperò. Il primo dramma nel quale ci hanno costretti a sguazzare è quello di averci costretto a camminare rasentando il muro della banalità, indistruttibile e possente: sono davvero tutti uguali. Le carrellate di volti che si affacciano ai nostri televisori non fanno che confermare questo semplice dato. Sono là in nome nostro, per rappresentarci, ma quel volto non mi rappresenta, quei lineamenti grevi e astiosi non possono essere i miei. Lo rifiuto con tutte le mie forze. Lo schifo è subitaneo, il ribrezzo impulsivo.

Poi si viene alle parole. Le si lascia fluttuare per aria, dove si erano appunto materializzate, e chi ha la fortuna di essere vecchio (altro dramma: la fortuna, ora, è a essere vecchi) le associa a volti, battaglie, Politiche diverse. Non tutte giuste, non tutti i tratti somatici piacevoli in egual modo. Ma alti, porca puttana, altri e ben più consistenti. Con quali ideali cresce il giovane che ascolta i discorsi infervorati di leader politici che si battono affinché alcuni di essi evitino la galera? Perché non c’è nient’altro, da vent’anni. Null’altro. E allora quelle parole, ripenso a quelle parole, che le si lasci stare, sono morte e sepolte, forse verranno riesumate, ma non usatele come fantasmi smorti per coprire le vostre vigliaccherie. Chiamatele per quello che sono, ché tanto ce ne siamo accorti.

E vedi un po’. Sono finito a parlare dei giovani d’oggi, io che adulto non sono, vittima della stessa rabbia figlia di questo nostro tempo certo non avaro in quanto a conflitti, ingiustizie, ardori, costretto anch’io a camminare rasente a quel muro possente e incrollabile della demagogia, anch’io in cerca di quel mio diritto costituzionale. In attesa che l’esistenza diventi libera, che almeno le parole siano dignitose.

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Categorie: Politica, Riflessioni | 1 commento

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Un pensiero su “Le parole della Politica

  1. Leggo ogni volta con rinnovato piacere; e condivido.
    Una tra le cose che tuttora amo, la politica, come modo sociale di scegliere assieme le vie migliori per tutti, finita in auto rappresentazione. E non sempre neanche delle migliori, temo. E i giovani, con tanto altro, cancellati assieme alle loro aspirazioni e valori. E la politica nostra non si accorge di venire sfregiata proprio dalla sua cattedrale mediatica uniforme; come forse accadde anche al Rais e Ben Ali.
    Credo che la via di svolta possibile non rassegnata tuttavia ci sia. Se accade quello che Piero Ignazi ipotizzava recentemente sull’Espresso. Quando rilevava l’assenza ancora dei giovani italiani dalla scena dei cambiamenti positivi e non violenti. E ancora diceva di non poter prevedere la sorte dei tanti movimenti italiani. Ma diceva anche che, se avessero preso forza, ed io aggiungerei se si interconnetteranno in un progetto largo per una nazione intera, avrebbero cambiato l’agenda della politica italiana. Chissà. Magari dopo ferragosto. Magari all’insegna di voto a sedici anni subito.
    mario staffaroni

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