Speranze e ottimismo

Ad un certo punto della tua vita i ricordi cominciano a confondersi, a mescolarsi. I rapporti diventano delle idee, degli idealtipi anzi, e le cose che sai nel momento presente sembra che siano state una costante di tutta la tua vita e non il frutto di una travagliata acquisizione che dura da anni e che non è certo finita (e questo nel momento presente, in cui dai per scontato che il più è stato fatto, che la forma attuale che occupi nel tempo e nello spazio sia la massima possibile, tralasciando le siderali distanze che dovrai ancora percorrere per arrivare alla consapevolezza che forse una vera forma non la raggiungerai mai). Le situazioni si ripetono perché, per la maggior parte di noi, è la stessa vita ad esser fatta di ripetizioni, di situazioni archetipiche il cui contenuto dobbiamo essere abili a cambiare ogni volta. E ogni volta sei in grado di sussumere quella piccola sfumatura, di percorrere una curva con un’angolatura leggermente modificata rispetto al passato in modo che il motore non ne perda in potenza e fluidità.

Alcune cose non sai se siano il frutto del tuo ricordo o del tuo inguaribile ottimismo: una crisi devastante si aggira sotto forma di un languido spettro per il vecchio continente e per quelli nuovi, i numeri che non sono mai un’opinione ti dicono che la tua aspettativa di vita, in termini di qualità, peggiorerà notevolmente rispetto a quella delle generazioni passate (i numeri in pratica ti dicono che devi inventarti un nuovo sessantotto, ma dimenticano che il sessantotto aveva dato in termini di furore quanto aveva tolto in termini di aspettativa media, di speranza di rivalsa; la realtà ora non ti dà le basi di nessun nuovo fermento perché non si può sottrarre nulla da qualcosa che non c’è); ma il tuo ottimismo è sempre lì con quel sorriso ebete, e ti dice in tono ammiccante che il tuo matrimonio andrà a gonfie vele, che non perderai il lavoro o forse lo troverai, che nessuna sciagura si abbatterà su di te e sui tuoi cari. L’ottimismo addirittura ti porta a valutare sotto una diversa luce il passato, adattandolo alle nuove circostanze.

Senza speranza “pubblica” ma con un inguaribile “privato” ottimismo. I numeri non sono un’opinione e non si confondono come i miei ricordi, i primi sono spietati così come lo sono i secondi: due o tre anni fa, con questa o quelle persone, io ero quel me stesso che non sapevo di essere. La consapevolezza arriva sempre troppo tardi, e se dovessi provare a darle un volto questo sarebbe quello di una ragazza cresciuta troppo in fretta, con i tratti del volto segnati da asperità troppo precoci ma che eppure, nei momenti di inconsapevolezza, appunto, rivelano quello che nascondono, la delusione di essere cresciuta troppo presto e di non essersene potuta accorgere.

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Categorie: Diario notturno, Riflessioni | Tag: | Lascia un commento

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