Trottola

Tra varie cianfrusaglie ritrovo una piccola trottola di legno dalla punta ormai smussata, ricordo di chissà quale viaggio. La faccio girare e, a parte poche incertezze tremolanti, essa compie il suo giro perfetto nel tempo che la spinta dei miei polpastrelli le ha donato. Mi piace il movimento perfetto e compiuto, per pochi lunghi secondi autosufficiente, conciso e simmetrico, asciutto, e mi piace anche la reazione sbilenca dello scontro con un pezzo di carta o una moneta, imprevisti ostacoli in un cammino tutto sommato tortuoso, e il deviare o l’attutirsi del roteare fino a che, esausta, la trottola non si pieghi da un lato in attesa del prossimo giro. Durante quei pochi istanti essa produce un rumore sordo, non saprei come altro esprimerlo, un silente sfregare di materiali grezzi che mi ipnotizza.

Le giornate sono sempre più lunghe, perdo ben presto il sonno che mi attanaglia durante la giornata, sonno che mi costringe a quelli che provo a mascherare come momenti di riflessione ma che in realtà assomigliano di più a viaggi in bilico tra lo stato di veglia e quello onirico. Spesso mi capita di immaginare di ricordare un qualcosa di assolutamente essenziale, senza la cui comprensione la mia vita ha un po’ meno significato, o meglio non ha quel significato meno apparente ma più denso che mi sforzo sempre di trovare, un po’ come il risveglio mattutino quando l’immagine del sogno è ancora vivida e noi siamo in grado di coglierne l’arcano simbolismo, il pensiero che si districa tra le maglie che la coscienza, distratta nottetempo, ha lasciato che si formassero ma che poi si annacqua e si dimentica con il primo caffè. Poi mi riprendo e realizzo tutto quanto, c’è da rispondere alle solite telefonate e da dare le solite risposte, non ho ricordato nulla ma più precisamente dovrei dire che in quell’istante ho dimenticato di nuovo.

Lascio girare ancora la trottola e ogni volta mi dico che al termine del giro io mi alzerò e troverò il coraggio di fare tutto quello che voglio fare, tutto quello per cui sono scambiato per un pazzo o per un fallito. Ho l’illusione di trovare in quei pochi secondi la concentrazione adatta per formulare la mia risoluzione definitiva, che tenga conto di tutto e che non tenga infine in conto alcunché. La osservo con illusoria concentrazione e mi accorgo che sto serrando i denti, che la mia posizione è ricurva e sulla difensiva. Continuo a non capire cosa mi stia accadendo. D’un tratto il vorticare diventa inconsulto, il giro elegante ricade su se stesso e a me sovviene che, semplicemente, sto lasciando andar via una parte di me, sto provando a dimenticare il mio tentativo spaventosamente riuscito di guardare con distacco piccoli pezzettini di me che una volta costituivano tutto il mio mondo e le mie certezze e che adesso mi sono semplicemente estranei; sto provando a respirare profondamente e a godere delle mie piccole cose come non avevo mai fatto; sto iniziando, semplicemente, ad accarezzare con voluttà l’idea di un me stesso più grande, più esposto all’ignoto ma finalmente ad una vera vita. Prima di riporre il mio giocattolo intimo a me stesso, con la stessa forza con cui in un sogno proviamo ad interagire con gli assurdi personaggi della nostra coscienza, di ricordare che gli assordanti silenzi in cui mi capiterà di ripiombare altro non saranno che questo tentativo di dimenticare e di ricordare al tempo stesso.

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Categorie: Diario notturno | Lascia un commento

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