Biutifùl

“Ogni gentiluomo che si rispetti deve avere un qualcosa su cui in futuro essere costretto a tacere”. Stasera taccio per serbare il ricordo di immagini troppo vivide e forti per essere diluite nelle chiacchiere che si fanno per tenersi compagnia. Una Napoli bella, troppo bella, che gioca a nascondino con il suo lato oscuro, quello per cui dietro alla cartolina si scrivono battute sarcastiche, quasi che queste, dette da chi quelle situazioni di stenti e difficoltà le vive per davvero, possano essere esorcizzanti e scacciar via questi fantasmi. Una Napoli bella, biutifùl, storpiando lo sghembo vocabolo che Inarritu usa nel suo ultimo film, ambientato in una irriconoscibile Barcellona sommersa dai rifiuti, per raccontare il suo mondo marginale, una città dove le guerre tra poveri dei clandestini lasciano filtrare in modo malinconico l’ingiustizia della prevaricazione del più forte. Come nel film le inquadrature sfiorano soltanto di sfuggita le bellezze della città, con la Sagrada Familia avvolta in una luce lattiginosa nella piovosa notte della catarsi del protagonista, così io al contrario mi aggrappo a quel dettaglio non irrilevante della luce ottimista che dal lungomare si affaccia nella città, quelle onde e quella punta del promontorio in lontananza avvolta nella foschia, è la stessa città ma eppure è così lontana. Incontro una famiglia, una madre con due figli, vengono da Capri, in lontananza ne vedo la sagoma, il profilo indifferente di un mondo lontano e vicino, sono venuti qui per cure specialistiche che il loro piccolo nido non è in grado di offrire, sembrano per questo grati alla città ma ne hanno paura, non sanno orientarsi, non hanno i tempi giusti. Siamo nel punto più difficile, la stazione che serve come biglietto da visita ai turisti e che con il suo anarchico caos e un multiforme cantiere di cui non si prevede una conclusione in tempi ragionevoli fa sì che, pericolosamente, si formi un’indelebile prima opinione nella mente del viaggiatore. Li perdo nella folla del bus, dove invece colgo l’inconfondibile accento del Nord che chiede del castello. Castello, abbiamo un castello? Provo a mettermi nei loro panni, a guardare tutto questo come la prima volta, ma non ci riesco. Biutifùl, la storpiatura mi fa sorridere, nel film l’accento è sulla prima u, la figlia chiede al padre come si scrive quella parola e lui le risponde che si scrive così come si pronuncia. E’ una delle concessioni che si fanno al sorriso e alla leggerezza per raccontare un dramma. Allo stesso modo, mi diverto a storpiarne la cadenza e immaginare la stessa scenetta: non mi attrae più lo scenario incantevole della città ma sono attratto da quei buchi neri, da quei recinti asfittici entro i quali sono rinchiusi coloro che non si concederanno mai il lusso di un aperitivo negli asettici locali del lungomare, coloro che vengono da lontano ma che non si confonderanno mai con gli altri esseri umani di passaggio, coloro i quali compiono torsioni di centottanta gradi per fotografare l’avanti e il dietro del paesaggio ma non si fermano mai al centro semplicemente perché non riescono a capirlo. Loro staranno sempre lì, in quei formicai, avranno tutti i giorni una grande città a disposizione ma ne percorreranno solo gli angusti sentieri che una vita troppo stretta ha predisposto per loro. “Mi ha detto che dentro era come un mare di fango, che i suoi occhi erano come di gelatina e i suoi capelli bruciavano”. Non ricordo quale dei personaggi pronuncia la frase, e il non ricordare mi consente di staccare questa frase e come un adesivo incollarla sull’immagine sbiadita delle due città, Napoli e Barcellona, entrambe affacciate sul mare, per le cui strade si intravedono gli stessi contrasti di splendore e miseria. Proprio l’altra sera a cena con un’amica ne parlavo, inframmezzando la discussione con l’opportunità di sogni troppo ingenui per poterci davvero credere. E si parlava della tentazione di lasciare, di salpare verso nuovi lidi, stabilirsi per sempre in un luogo dove la vita è migliore, lasciandosi affascinare da una bellezza nuova e non corrotta, per sgranare gli occhi e stavolta solo di meraviglia. Retrospettivamente sorrido, le immagini del film ancora nella mia testa. Richiamo anche alla memoria la parola definitiva che sempre si dice in questi casi, in queste serate un po’ distratte ma mai prive di senso tra persone che si conoscono alla perfezione: in un modo o nell’altro, la capacità di una donna o di un uomo sbagliato di attrarti ha sempre la meglio sui suoi incontrollabili difetti. Il mare, può darsi che sia quello, conosco persone che salgono la cima di una montagna per vedere l’orizzonte in lontananza, da un’altura irreale, soltanto per poterlo scambiare per mare.

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Categorie: Diario notturno, Nàpolide, Riflessioni | Tag: , , | Lascia un commento

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