Ma dove devo andare

E’ buffo, perché stando lontano si corre il rischio di idealizzare, mentre ora sono qui che passeggio svagato per la stazione rinnovata e tirata a lucido come una di quelle signore una volta belle e fresche e ora costrette dal tempo a faticose sedute di make-up prima di presentarsi in società, una stazione i cui negozi sono aperti fino a tardi anche se non servirebbe perché la nostra è una cultura da orario di cena, ad una certa ora, sempre la stessa, si torna a casa e si guarda la televisione, e i negozi aperti fino a tardi non servono, sono il corpetto che tiene in posizione eretta e dignitosa una città sbracata. Eppure sono qui a passeggiare e ad entrare e uscire dai negozi, incontrando volti sconosciuti, incrociando frammenti di miseria e persone che con il loro biglietto del treno tra le mani e una misteriosa edizione locale di uno sconosciuto quotidiano appartengono di diritto ad una dimensione lontana e non conoscibile sulla quale la mia fantasia vola, ed io continuo ad entrare ed uscire mentre questi volti sconosciuti mi fissano, mi scrutano attentamente come per capire se appartengo anche io alla loro dimensione fuggevole o se invece sono una comparsa che la città ha mandato sulle scene per la quotidiana replica del sempiterno copione, mi guardano con apparente attenzione ma non mi dicono nulla, anche le altre comparse non mi rivolgono la parola, ma non era questa la città e non era questo il paese delle persone espansive e solari in quel modo un po’ improbabile che la cosiddetta nomea ci ha cucito addosso? e dove sono finiti gli incontri imprevisti e le chiacchierate estemporanee tra persone i cui mondi sono quanto più assurdamente distanti tra di loro? Mi pare di aver avuto contatti più ravvicinati e oserei dire intimi quando ho vissuto in quel luogo così lontano in cui non potevo capire né leggere la lingua, o forse è solo la mia percezione, dimentico sempre l’idealizzazione che la distanza sempre ci materializza davanti in quel modo che è reale come potrebbe esserlo un’oasi nel deserto, noi che plasmiamo la realtà e trasformiamo la sabbia in acqua per poter avanzare di qualche metro ancora, e nel frattempo io mi perdo e rinsavisco in ogni istante tale che la mia confusione non ha soluzione di continuità, come suol dirsi, anche se è lapalissiano dirlo perché la continuità non ci pone alcun problema a cui trovare una soluzione, la continuità è la soluzione in sé, è la domanda e la risposta nel medesimo istante. E penso alla giornata appena trascorsa, gli scherzi e le parole dette senza bisogno di stare lì ad analizzarle perché a volte le parole si dicono così, senza motivo, e le ripenso tutte mentre passeggio in stazione ed entro ed esco dai negozi in attesa di prendere il treno, le ripenso mentre offro il caffè ad un amico incontrato per caso e allora è un tutt’uno, c’è continuità tra quello che ero cinque mesi fa e quello che sono ora, anche se sono cambiato così tanto che non riesco nemmeno a spiegarlo, sono cambiato in quel modo un po’ commovente che hanno i bambini di entrare nell’età adulta, cambiando voce o forse trovandola, e ce n’è così tanta di continuità che penso che sarà così anche in futuro, quando un luogo diverso mi darà l’illusione di essere un’altra persona, quando invece sarò sempre lo stesso, magari cresciuto o responsabilizzato o maturo o conscio o completamente abbandonato ad una tremenda casualità ma sempre nel segno di questa continuità, e allora penso al flusso ininterrotto e mi dico, non vale la pena, cazzo, se il filo della tua stupida continuità ti riporterà qui a passeggiare senza meta, se per uscire dal labirinto devi tornare da dove sei entrato che bisogno hai di seguire Arianna con il suo filo rosso di inquietudini?

Cazzate, mi dico, è ora di andare a prendere il treno.

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Categorie: Diario notturno, Nàpolide | Tag: | Lascia un commento

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