Facebook, sesto potere

La discussione sui mali di Facebook sembra aver avuto nell’ultimo periodo una spinta notevole. Non che l’attenzione verso il più famoso dei social network fosse in precedenza bassa. Ma ormai, commentare ciò che avviene nel (e grazie al) mondo a sfumature blu è diventato un vero e proprio topos sociologico: da Bauman ai programmi televisivi d’inchiesta, dai reportage ai film vincitori di premi Oscar, tutti hanno riportato l’attenzione verso le tematiche della privacy e del trattamento dei dati personali.

Abbiamo firmato un contratto, ci dicono, per cui abbiamo volontariamente accettato delle clausole che non ci siamo presi la briga di leggere o che ci hanno comunque lasciato indifferenti. Clausole subdolamente tenute nascoste, o poco visibili, ma eppur presenti per chi avesse avuto occhi per cercare (d’altronde, non si nota sempre più facilmente ciò che la volontà cerca, e non si ignora allo stesso modo ciò che non si ha voglia di vedere?). Alcuni di noi hanno barattato la parte cosiddetta sensibile dei propri dati personali per ottenere un servizio. Illuso – ci è stato ripetuto – chi pensa che si possa ottenere un qualcosa senza dare nulla in cambio, specie se da questo qualcosa se ne ottiene un servizio soddisfacente. Perché mai la logica del profitto non dovrebbe essere parte integrante di un’azienda che fabbrica una rete virtuale? Quel prodotto per cui paghiamo con la nostra identità è appunto quel mondo di relazioni e multimedialità con il quale ci siamo abituati a convivere.

Strano notare come si sia passati da un ambiente virtuale nel quale l’anonimato era la regola – tale che dire “second life” non rimandava più all’avatar del social network più famoso dell’epoca ma significava, per un processo di antonomasia, una vera e propria seconda identità concretamente distinta da quella della vita reale –  ad un’altra tendenza dove i principali gestori e provider surrettiziamente richiedono (in alcuni casi “consigliano”) il nero su bianco dell’anagrafe. E allora d’improvviso entra in atto la tendenza opposta: ci si torna a mascherare dietro pseudonimi più o meno fantasiosi dietro i quali sentirsi al sicuro.

Quello sul quale converrebbe riflettere è che alle aziende immaginificamente nascoste dietro la nostra barra degli indirizzi interessa ben poco la nostra singola identità: non andranno di certo in fallimento se non venderanno al signor Pallino l’ultimo modello di scarpe. Piuttosto, sono smaniose di sapere a quale segmento appartiene l’amico Pallino, confrontarne le preferenze e gli orientamenti deducibili dalle informazioni che ha scelto di condividere (in questo senso, non gli viene estorto nulla) con quelle dei tanti come lui, poco importa se provvisti di nome e cognome. La strategia commerciale che elaboreranno sarà mirata a quel segmento, e il signor Pallino sarà soltanto una vittima collaterale dell’offensiva pubblicitaria.

Ma le logiche aziendali non si basano solo su questo tipo di raccolta di informazioni che, tra l’altro, è la stessa di quelle portate avanti da comunissime analisi di mercato o dall’auditel. Molto più pervicacemente, un marchio si affida alla capacità virale dei suoi utenti e alla logica conseguenza di far abboccare quelli che per mera pigrizia si fidano di ciò che il trend del momento dice.

Se non si vuole sottostare a questo tipo di logiche la soluzione è semplice: cancellare le proprie tracce. Se invece si vuole rispondere all’affermazione di Zuckeberg che “la privacy non è più un valore” in modo convincente, si può prestare un minimo di attenzione all’insieme delle condizioni contrattuali e ai tentativi più o meno palesi di phishing, e convincersi che nonostante siamo prodotti commerciali appetibili per le imprese da oltre 50 anni, ora siamo obiettivi molto più sensibili e avvistabili perché abbiamo deciso di condividere volontariamente parte della nostra identità. A meno che, ovviamente, la nostra smodata voglia di apparire non dia credito a quella sinistra inserzione che, su Facebook, pubblicizza l’ultimo paio di scarpe con il nostro bel faccione.

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Categorie: Riflessioni | Tag: | Lascia un commento

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