Qualche considerazione sulla morte di Vittorio Arrigoni

Non riesco a mandar giù quanto successo a Gaza, non riesco a digerire la retorica d’accatto che si riversa su un episodio così sconcertante. Mi indigna la mancanza di pietà umana verso la morte di un uomo che non può non essere ricordato come pacifista, nonostante la sua voce violentemente anti-sionista, violenta come la non violenza talvolta riesce ad essere. Anti-sionista, non antisemita, chissà che la distinzione non venga tenuta a mente nell’infiammarsi delle discussioni polemiche – portate avanti, evidentemente, da coloro ai quali stanno a cuore i temi della pace e dei diritti umani; certamente non dalle nostre istituzioni (dove il solito vocabolario stantio non è in grado di dire l’enorme complessità che tali questioni assumono) o dall’informazione ufficiale e di mainstream, la cui capacità di approfondimento è pari a zero.

La prima voce che è uscita subito dopo la sua morte, addirittura durante il brevissimo tempo del suo sequestro, è stata quella che vedeva un coinvolgimento del Mossad, il servizio segreto israeliano. A stuzzicare questo dubbio è stato il dettaglio non indifferente di un tempo di prigionia ridicolmente breve, quasi come se in realtà la contropartita indicata con l’ultimatum valesse poi nulla. Non ultima, la convinzione che Arrigoni era un nemico di Israele e, in quanto tale, da eliminare, così come indicato nel sito stoptheism.com dove Arrigoni figura addirittura come bersaglio numero 1. Ora, il sito che ho citato è quello che fa riferimento all’ultra-destra filosionista americana, e lascio quindi a voi la valutazione sulla influenza di questo movimento sulla politica interna israeliana. Detto questo, il fatto che Arrigoni fosse un personaggio scomodo per Israele non lascia assolutamente sottintendere che quest’ultima volesse la sua morte. Io faccio una riflessione apparentemente banale, ma è quella della ragione che si unisce a quella di pancia: in tempi di Wikileaks, di continue fughe di notizie, dove ormai nessun segreto sfugge più alla minaccia di un cablogramma diffuso in rete, può davvero Israele rischiare di inimicarsi l’appoggio occidentale dopo i tumulti delle rivolte arabe  e rischiare quindi di rimanere completamente isolata? Oltretutto, la conseguenza della compartecipazione di Hamas a questo dolore così grande, anche e soprattutto per loro, scoperte le cellule impazzite tra quelli che si credevano amici, può dirsi una vittoria politica per un governo che mira, al contrario, a destabilizzare il fragile operato di Hamas a Gaza?

Sui Salafiti molto si sta dicendo in queste ore. Io stesso non ne conoscevo l’esistenza. Riporto da un articolo del Manifesto: i movimenti di riscoperta delle radici sono comuni in tutte le religioni e ciò è vero anche nell’Islam. La corrente di pensiero che propugna il ritorno alle origini nel mondo musulmano viene definita con il termine di «salaf», che in arabo significa «antenati», e indica in particolare i primi seguaci dell’Islam. Il salafismo reclama il ritorno alla purezza dell’insegnamento di Maometto e dei suoi primi compagni. Respinge la «bida» (innovazione), le contaminazioni con le tradizioni dei vari popoli, i compromessi con le esigenze politiche ed economiche e combatte i nazionalismi, sostenendo che i principi islamici valgono in tutto il mondo. Il suo orizzonte è perciò internazionalista. Nella sua espressione armata il salafismo è il fondamento del jihad globale invocato da al Qaeda. Il pensiero salafista in ogni caso non viene accettato, sul piano teologico e sociale, dalla stragrande maggioranza dei musulmani. Smentite riguardanti la paternità dell’attentato si sono avute dopo solo poche ore da parte di esponenti di tale milizia Salafita. Il fatto è che queste organizzazioni sono tante – troppe – e quasi tutte fuori controllo, e forse la definizione “cellula impazzita” potrebbe anche essere pertinente. Hamas annuncia una tregua con Israele e dopo pochi giorni una qualsiasi di queste fazioni arma i suoi missili contro Ber’sheva. Per me sono evidenti due cose: le divisioni interne ad Hamas, mai definitivamente chiari su quali politiche adottare per trovare una soluzione al conflitto, e il pregiudizio ideologico di chi voleva morto Arrigoni non per quello che faceva ma semplicemente per ciò che era, per cui la domanda cui prodest? perde ogni valore.

La tristezza monta ancora di più quando mi accorgo che l’uomo accecato dal fervore ideologico e\o religioso non riuscirà mai a rompere le catene dei circoli viziosi: “più passa il tempo, più si inasprisce l’assedio israeliano, più Gaza resta una prigione e più i giovani si radicalizzano e criticano anche Hamas incapace di sconfiggere Israele”. Sono triste se penso che la morte di un uomo è vessillo ideologico per alcuni, una liberazione per altri. Questa vicenda mi tocca incredibilmente da vicino, e probabilmente non sono in grado di rendere la complessità dell’argomento. Fortunatamente, nessuna delle due ideologie ha plasmato il mio modo di vedere. Esprimo ad alta voce il mio cordoglio per un mio connazionale, così come in silenzio l’ho fatto per tutte le vittime di questa ingiusta guerra.

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Categorie: Riflessioni | Tag: | Lascia un commento

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