Generazioni invisibili

Dove è finito il mio impegno? C’è mai stato? Un’amica mi chiedeva di partecipare alla manifestazione di oggi contro il precariato, fatta di sabato perché i precari non hanno forza contrattuale e quindi il giorno non lavorativo era effettivamente quello più logico. Mi son sorpreso a rispondere in modo sarcastico che il sabato è l’unico giorno della settimana che la mia pur fragile e precaria esistenza lavorativa mi lascia per dormire. Lei alla manifestazione non è andata, suppongo a causa di una mancata risposta entusiasta da parte dei suoi conoscenti (e ormai da soli non si fa più nulla, come se essere soli in mezzo agli altri ti rendesse più solo, o andare tra la gente in compagnia facesse di te una persona meno sola; ma questo è un altro discorso).

Sono stato tacciato di qualunquismo, e forse un po’ a ragione. Sostenevo che dopo le varie manifestazioni alle quali avevo partecipato nulla era cambiato, l’indifferenza era la stessa. La contrapposizione è sempre stata quella tra una classe sociale in lotta, persone accomunate da un’esigenza o un’identità o entrambe, ché a volte l’appartenenza identitaria genera esigenze per così dire ataviche, e una classe di potere alla quale spetta decidere (in nome di tutti e per tutti). Questa contrapposizione io la vedo sempre, le lotte politiche rispondono alla sequenza richiesta\risposta: i migranti tunisini non hanno nulla con sé, sbarcano in quell’Europa che si batte per i loro diritti, che mostra sincera partecipazione dinanzi alle loro sofferenza, inneggia a libertà rivoluzione diritti e poi litiga per accoglierli. Pochi uomini decidono in nome di tutti, pochi uomini hanno in mano il destino di migliaia di persone nella più totale indifferenza.

Quella dei precari è una generazione che si avvia letteralmente a scomparire, invisibile com’è nel crocevia di drammi e problemi che sembrano d’un tratto aumentati a dismisura, amplificati e recapitatici direttamente a casa dai nuovi media. Il paradosso di questo tipo di contrapposizione è, a mio parere, il fatto che in questo caso le singole persone nulla possono per invertire la tendenza, per dare una sterzata ad un sistema marcio. Con la mia amica la discussione si sposta sui candidati sindaci. Di fronte al mio scetticismo mi ha risposto: “meno male che non andrai a votare a Napoli”. Le dico che alla fine della giornata il mio senso di responsabilità di cittadino ha sempre prevalso, e che considero il meno peggio una soluzione, seppur non soddisfacente, ma pur sempre un’espressione di partecipazione alla quale ho diritto e che considero un dovere. Ma anche in questo caso, di fronte ad una classe politica che nella sua totalità mostra ogni giorno una totale incapacità a gestire la cosa pubblica, mi viene da pensare che il personaggio di turno, le cui parole possono infiammare temporaneamente gli animi di chi non s’arrende, si dimostrerà alla prova dei fatti inefficace, tarpato da quel cosiddetto sistema che è tanto brutto e retorico evocare ma la cui presenza è avvertibile nella quotidiana incuria in cui siamo immersi.

E allora non partecipo. La generazione invisibile che si batte contro un governo sordo è lo strepitare d’ali di un uccello morente, è un combattere contro i mulini a vento. Le manifestazioni e le istanze preferisco rivolgerle a chi ha orecchi per sentire. Attualmente, nessuno mi sembra in grado di esercitare l’attività che è la più difficile di tutte, specialmente in politica: ascoltare. Mi sto rassegnando all’idea che, oltre ad una generazione invisibile, l’Italia stia sperimentando su se stessa un lustro invisibile: cinque anni perduti che lasceranno una pesante eredità per chi avrà il coraggio e il talento di cambiare qualcosa.

Per strada leggo un manifesto contro la guerra. La spiegazione di corredo all’invito alla protesta della prossima settimana contro la guerra in Libia è che “noi crediamo all’autodeterminazione dei popoli, ripudiamo la guerra come strumento di offesa, che i fondi per gli armamenti debbano essere destinati piuttosto ad interventi che mirino al riequilibrio economico in casa nostra, contro precariato e disoccupazione”. Ecco, un movimento pacifista invisibile mi è sembrato la cosa più logica per concludere il filo dei miei pensieri. Resto a guardare, aspettando il momento di alzare la voce.

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