Contachilometri

Il contachilometri della macchina segna chilometro dopo chilometro, numeretto dopo numeretto, i piccoli e grandi spostamenti della vita, i pellegrinaggi verso i tradizionali sacrari in cui la nostra vita si dipana. A guardarli saltuariamente, con aria distratta, non ci rendiamo conto del fatto che quei piccoli numeretti si sommano e un giorno diventano un dato di fatto che non si può più ignorare: è tanta la strada percorsa che abbiamo lasciato dietro in una celata indifferenza verso tutte le cose, quel tipo di atteggiamento di chi vorrebbe ricordare e focalizzare la sua attenzione sul momento che sta vivendo, sulla strada che sta percorrendo, mentre il più delle volte quello che facciamo è scivolare via, pigiare il piede sull’acceleratore e alzare il volume dello stereo per non ascoltare i nostri pensieri.

La mia macchina si scassa sempre, la mia macchina è un mezzo e non è un fine, la mia macchina, come il cane che non posseggo ma che in sogno mi porta indietro il bastone che gli lancio, ha il mio carattere indolente ma in qualche suo modo tutto particolare e persino affidabile. La macchina del vecchio compagno di scuola che incontro è nuova fiammante, tanti accessori di cui ignoro l’utilità ma che senz’altro, come ogni nuova tecnologia, soddisfano un bisogno che non sapevo di avere. Il vecchio compagno di scuola è uno che si è messo di impegno e che, dopo otto anni trascorsi al nord come soldato semplice o qualsiasi altra carica si trovi a coprire chi, fresco maturato, vinca un concorso nell’esercito, è tornato nella sua terra, o quasi: ora è di leva a Roma, “ma in serata sono a Napoli, ormai è un lavoro d’ufficio quello che faccio, le missioni mi sono servite ma ora basta, ma io continuo a consigliarle alle nuove reclute”. Ci parliamo e ci sorridiamo, mi racconta della vita al nord: “per tutta la settimana lì si lavora e basta, poi durante il weekend ci si distrugge e non si pensa a niente. E’ una bella vita”. Continuo a sorridergli, lui mi risponde. Siamo entrambi sinceri nel nostro sorriso. Lui è soddisfatto di quella vita, io sono soddisfatto che lui sia soddisfatto e che a me non sia capitata la stessa sorte.

Ma i chilometri si accumulano. I fulgori giovanili si placano al servizio di una multinazionale che ti forma e che poi diventa la tua nuova mamma, la tua nuova autorità (che se uno ci pensa bene, se magari un pomeriggio oltrepassiamo le porte della nostra percezione e finalmente guardiamo, ci rendiamo conto che non facciamo che passare da un’autorità all’altra; i padroni di se stessi sono i poeti, i folli, gli ereditieri, i poveri in canna; ma questi sono altri discorsi). I numeretti si accumulano e la ricerca dell’identità è spasmodica anche se vana: siamo privi di identità ma ci rendiamo identificabili. Le pubblicità sono intelligenti quasi quanto le bombe, ci mirano, sembrano sparare nel mucchio ma in realtà cercano proprio noi, o forse questa volta noi siamo soltanto la vittima collaterale.

Dove sto andando? Ho perso l’uscita, sono andato via diritto e la mia macchina senza accessori non mi ha avvisato che la mia strada era finita. Io volevo comporre un epigramma scarno e disinteressato che si facesse beffe dell’autorità lavorativa, degli schemi nei quali ci buttiamo a capofitto anche se non ce ne rendiamo conto perché spesso alziamo il volume e non pensiamo, non decidiamo, lasciamo che le cose scorrano dai finestrini e poi un giorno ci fermiamo e decidiamo che la nostra macchina ha fatto troppi chilometri. Sono prolisso, mi capita sempre quando prendo delle decisioni. Oggi ho ucciso il mio Buddha lavorativo, ho compiuto l’elogio del tradimento, e questa cosa è bastata a mettermi di buonumore. Tutte queste cose che ho detto forse hanno un senso, e spero che lo specchio di queste paroline inutili lo rifletta verso di me. Possibilmente ad alta voce, in maniera violenta. Sipario.

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