Vaga luminescenza

Pensieri che non mi appartengono mi girano intorno, vorticano impazziti, il trattenerli è vano esercizio. Nella camera oscura sviluppo istantanee di un ricordo che va sbiadendosi, dietro di me e davanti a me ci sono proiezioni immaginifiche di un mondo strano, che va nascondendosi giocando ad un gioco misterioso. Nella vaga luminescenza di tutto ciò che è accaduto mi nascondo furtivo, acquattato dietro le pietre tombali di tutti gli ieri che si ripresentano ordinati a chiedere il conto.

Ognuno porta dietro con sé le sue proprie reliquie, ad esse ci si aggrappa per mantenere vivido ciò che non è destinato all’imperitura memoria del mondo. I pensieri vorticano e le parole pure, nessuno ad ascoltarle, forse nemmeno io do loro peso, ma sono più forti di me ed escono fuori lo stesso, combattono con il nulla e ugualmente vengono sconfitte dalle altre che sopravvengono. Amore e odio, I cannot let you go, le parole sono pesanti ma sono dotate di una strana consistenza, alcune sono corpi solidi che dalle profondità alle quali le costringiamo riemergono con forza. Odio e amore, ti auguro buona fortuna, la stretta di mano e il corpo tutto cerca di saldare le parole nel loro significato per far sì che non siano mero significante. Ma la stretta di mano e lo sguardo e il corpo tutto a volte possono nulla contro la forza delle parole.

Ti lascio andare. Lasciar andare le persone lasciando che lo facciano le nostre parole. Dietro, un’anima che dovrebbe essere spiegata ma che nessuno si prende la briga di ascoltare. Dimmi che domande fai e ti dirò chi sei. Nessuno mi ha chiesto nulla, ma le risposte talvolta sono necessarie come non mai, come un bicchiere d’acqua nell’arsura del deserto, nessuno mi ha chiesto nulla ma io rispondo lo stesso, la mia risposta si tramuta in domanda. Qualcosa o niente.

Un antico koan racconta la storia di uno studente che chiede al maestro il permesso di abbandonare il monastero. “Dove vuoi andare?”, chiede il maestro. “In pellegrinaggio”, risponde lo studente. Il maestro insiste: “perché un pellegrinaggio?”. Non ci insegna forse la pratica che tutto quello che cerchiamo è già qui? Perché viaggiare per trovarlo? Lo studente, però, durante i suoi anni in monastero è maturato, e risponde semplicemente: “non lo so”. Il maestro annuisce: “non sapere è più profondo”.

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Categorie: Diario notturno | Tag: | Lascia un commento

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