Il viaggiatore leggero

Ho appena scritto una lunga mail nella quale inaspettatamente i penseri fluivano in un modo meraviglioso, senza vincolo alcuno. Nuovamente lontano da casa, mi sento di nuovo reattivo e lucido, un po’ come i muscoli del corpo dopo un soddisfacente esercizio fisico. E l’esercizio del viaggio mi tonifica, allarga il mio sguardo rendendolo al contempo più saldo. E ho anche aggiornato i vari status che le identità virtuali che mi sono scelto richiedono: sono lontano ma nell’era dell’ubiquità posso essere ovunque, e anche in quell’ovunque volevo esserci, come chi non si decida a fare il passo definitivo tra l’uno e l’altro mondo. Ma evidentemente non mi bastava, dato che anche ora, mentre sono steso comodamente sul divano che i miei amici mi hanno messo a disposizione nella loro bella casetta a Friburgo, Germania, trovo il tempo e la voglia, dopo una cena a base di birra e chiacchierate più o meno profonde, di dire qualcos’altro, di lasciare che qualcos’altro venga fuori. Forse perché non vorrei che il mio sonno fosse agitato come quello della scorsa notte: nonostante sia abituato a cambiare letti, a dormire in condizioni precarie un po’ ovunque senza grossi turbamenti, mi è capitato di sognare degli insetti. Volevo entrare in una stanza che percepivo essere la mia casa, la mia dimensione, ma questa era invasa dagli insetti. Il rapporto con la mia casa, con la mia terra e quindi la mia vita è un rapporto controverso. Questo dualismo ricorre, in questi giorni ma direi anche in questi scritti che affido ad anonimi nel più totale anonimato. Può darsi che qualcuno o qualcosa, senza volerlo, attraverso queste parole mi aiuti a trovare un filo che credevo di aver ritrovato e che invece è smarrito. Solo che ora non so più che cosa affidarvi. Lascio qualche messaggio in bottiglia, qualche immagine ancora troppo vivida per entrare nei miei sogni: l’acqua gelida del fiume nella quale ho immeso i piedi dopo una lunga camminata nelle strade assolate e affollate di una placida cittadina tedesca; il panino con il wurstel che ho mangiato; le chiacchierate con degli amici che riesco a vedere sempre di meno ma che ogni volta penso che tra di noi niente è cambiato, e quanto tutto ciò sia rassicurante in un momento in cui un vuoto, volontariamente o no, va creandosi attorno a me; la mia voglia di viaggiare: non razionale, totalmente spontanea e aderente alla mia personalità, curiosa e aperta e disponibile a correre dei rischi, dato che la giovinezza ti obbliga a correrli, certuni; la dormita che adesso farò prima che domattina mi vengano a svegliare perché c’è una maratona da correre che io invece diserterò, e con una bici e un libro percorrerò il lungofiume e immaginerò di arrivare fino a Basilea, prima di tornare indietro (ma solo nella vita reale: in quell’altra, quella parallela, io pedalo fino alla fine della strada, incontro persone e in ogni luogo creo la mia vita mai vissuta, mi stabilisco per il tempo intero di un’esistenza risvegliandomi ogni volta che lo desidero, e il mio zaino sarà sempre più leggero perché per la strada mi renderò conto che non ho bisogno di tutte le cose che mi sono portato dietro, farò beneficenza e qualcuno la farà a me, pioverà e mi bagnerò e ci sarà il sole e mi scotterò ma non mi lamenterò mai di nulla perché di bagnarmi e di scottarmi l’ho chiesto io a gran voce, e attorno a me il paesaggio cambierà ma ogni salita sarà docile e ogni discesa anche; ad un certo punto comincerò a chiedermi fin quanto convenga raggiungere la fine della strada) e intervistare il mio amico che finisce esausto la sua maratona, con i capezzoli che gli ardono sotto la maglietta imbevuta di sudore, stanco da morire ma immagino con un gran sorriso sul volto perché quello che voleva fare l’ha fatto, e tutti quanti insieme, dopo aver fatto quel che volevamo fare, continueremo la nostra giornata semplicemente in quel modo là: facendo quel che ci va, fingendo che è in quell’istante che va cercato il senso della nostra vita.

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Categorie: Diario notturno, Travelling | Tag: , , | Lascia un commento

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