Lavoro relazioni benessere

Ricominciamo. Quando ci si addentra nella notte mi pare che tutto sia possibile, che quando il chiacchiericcio costante si placa io possa dire la mia. Attendo l’ora tarda anche perché, scioccamente, mi pare insulso aggiungere una voce come un’altra mentre il mondo semplicemente accade, quando tutte le energie sono spese nel tentare di comprenderlo. Ma poi a quest’ora, lontano da tutti, con una musica a farmi compagnia, ridò importanza a quello che sento e che non dico.

Stamattina mi infilavo la camicia bianca che indosso ancora oggi e vedevo scorrere mentalmente la giornata che mi si profilava davanti: l’ufficio, le relazioni, gli impegni, le coincidenze da prendere, le tappe forzate, gli esercizi di stile, le ipocrisie quotidiane. Ma un contrasto netto mi fa trasalire: penso di volermi allontanare da questo schema sociale ma in realtà ci sono dentro e questo forma la mia identità. Voglio un’esistenza libera, vagheggio un futuro da scrittore e intanto mi specchio con la mia camicia inamidata. Cosa sarebbe una giornata se nessuno mi costringesse ad indossarla, se a nessuno importasse più se sono in ritardo o meno? E penso che la libertà a volte è più grande di noi ed abbracciarla tutta è un esercizio che può essere faticoso, soprattutto prima di fare colazione.

Non faccio colazione, esco subito di casa tentando di non pensare più, di reimmergermi in uno stato di dormiveglia. Ma non ci riesco, lo sferragliare del treno non è abbastanza eccitante, e il filo dei pensieri continua ad intrecciarsi in maniera latente.

Dunque mi immergo nel mio ruolo, indosso quella maschera che sempre di più sento stretta. Quando sento parlare le persone che come me sguazzano nell’insicurezza, e che non fanno fatica ad indossare tale maschera (sottolineando che la soddisfazione lavorativa non è un requisito necessario per la considerazione che hanno della loro soddisfazione generale) mi sento colpevole. Colpevole di superficialità. Allora mi viene in automatico pensare alle vocazioni che ogni persona crede di avere (o ha creduto di avere: ad un certo punto si intravede una strada e la si segue; il fatto che il più delle volte questa strada non si cambia non prova che questa sia giusta): quale fu la mia? ero in grado di intravederla? Non sono in grado di dare risposte.

Dopo l’ufficio raggiungo gli uffici di registrazione della RAI. Faccio il figurante in un’infima trasmissione televisiva, punto di vista privilegiato per un’analisi antropologica. Oggi la conversazione ricorre: lo schema è sempre quello. Lavoro relazioni benessere. La felicità strettamente legata al possesso materiale. La soddisfazione e l’identità commisurata al ruolo lavorativo.

Vado via con una sensazione agrodolce e un senso di colpa persistente, ma non sono appesantito. Sogno il mio viaggio perfetto, immagino le parole per descriverlo ma non do loro forma: la notte si inspessisce e domani mi devo svegliare presto.

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Categorie: Diario notturno | Tag: | Lascia un commento

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