Servillo legge La Capria – appunti a margine

Anche se in fondo è con una certa titubanza che provo a scrivere di letteratura quando tutt’intorno il mondo patisce le sofferenze dei giorni peggiori, tutte insieme (quali, te le ricordi, ora che sei passato di qui a distanza di anni da queste parole scritte qui sopra distrattamente in un pomeriggio troppo grigio per passeggiare in giro per la tua cittadina, te la ricordi?). Ma tant’è. E dunque Toni Servillo, uno degli attori teatrali più rappresentativi di Napoli, legge un autore napoletano che è già un classico, Raffaele La Capria, nell’ambito di un evento della Fondazione Premio Napoli, nel restaurato Teatrino di Corte di Palazzo Reale.

Dato che in questo grigio pomeriggio di cui sopra non ho la voglia di riorganizzare quei frammenti che sono rimasti nella mia mente, li snocciolo così come mi vengono, non in ordine di importanza. Quella che Servillo legge è la prima delle tre lettere che fanno parte de “L’amorosa inchiesta”, uscito presso Mondadori nel 2006.

– La frase “solo a Napoli” è quella che ricorre di più, negli stralci di conversazione rubati al pubblico presente.

– La pura verità è che di giovani, attorno a me, ci sono solo le maschere.

– Mi viene in mente la parola “apoteosi” e la collego alla parola “napoletanità”, riflettendo se quest’ultima significhi effettivamente qualcosa; non mi do una risposta, ma ugualmente mi dico che in quel teatro vi era quell’apoteosi insieme alta e bassa, snob e popolare, ma non perché fossero presenti più strati sociali, ma solo perché l’atto di amore di un napoletano che partecipa alla vita culturale della propria città mi pare “popolare”;

– Tutto è senza artifici, la naturalezza è tale che non potrebbe essere altrimenti. L’applauso è quello di intesa tra il pubblico e i due mattatori, come a condividere uno stesso pensiero di felice spensieratezza in omaggio a quell’arte che per pochi minuti metterà da parte tutto il resto (e per capire “tutto il resto” bisogna essere necessariamente napoletani)

– L’arte di Servillo è quella di mantenere alta la tensione per quell’ora e un quarto necessaria per leggere le trenta pagine della lettera che La Capria, con maestria, indirizza al primo amore della sua vita. Un amore che, apprendiamo, non è dissimile da ogni altro amore che un adolescente si trova a vivere, se non fosse che ci troviamo nella Napoli degli anni ’50: stessi luoghi ma dai colori diversi, le librerie sono più piccole e non quei “supermercati di libri” del giorno d’oggi, e gli abiti della borghesia escono direttamente da un film di Luchino Visconti. E la lingua italiana prontamente si tramuta, per opera della magia del dono dell’attore, in un pigro napoletano dal lessico immutato ma dalla cadenza riconoscibile, ammiccante, universale. Una cadenza e un tono e un’intensità sapientemente dosate per risvegliare l’attenzione, una padronanza che è quella del domatore verso le sue fiere.

– Riga dopo riga scopriamo che il primo amore che La Capria ricorda è quello che, più di 70 anni fa ormai, fu suscitato da quella ragazzina misteriosa sin nel nome. Mentre Servillo legge noto lo scrittore avvolto nel suo loden beige e sciarpa rossa, noto il suo sguardo sornione mentre evidentemente le immagini gli scorrono davanti agli occhi come se fosse la prima volta che provasse a visualizzarle, tale è la maestria dell’attore nel renderle vive.

– Ci si avvia alla conclusione: Quando col tempo è scomparsa quella fiera avversione di me, ma anche la mia giovinezza e l’indimenticabile tua beltà, solo ora, mentre ti scrivo, penso che con rammarico che poteva essere andata altrimenti.

La vera arte di La Capria, nel rievocare frammenti di un primo amore con tale lucidità, è quella – come lui stesso ammette con voce tremante ma con sguardo fermo – di dedicare il linguaggio dell’innamorato non soltanto ad una fanciulla ma alla città dove è nato e dove in gioventù fu così felice. L’amore è verso quei vicoli, quel mare, quel modo di parlare che riassume essenze profondissime in battute che durano il tempo di un respiro. Ascolto queste parole e mi sento orgoglioso, non so di cosa.

– Infine, con gli echi delle parole spese per celebrare o raccontare l’unità di Italia, mi colpisce la citazione di una frase di La Capria: ogni volta che riesco a comporre una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte, una frase salda e tranquilla nella bella lingua che abito, e che è la mia patria, mi sembra di rifare l’Unità d’Italia.

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