Yihye Tov

Solo ora mi accorgo di non aver mai parlato della città in cui per 4 mesi ho vissuto. Certo, di sfuggita ho lasciato che trapelasse un colore, ho provato a rendere la musicalità, a descrivere un odore. Tentativi vani. Dopo le mie ultime passeggiate in giro, libero di vagare senza mete e senza impegni, ho riscoperto parti della città che ormai credevo di conoscere: ho visto alcuni luoghi alla luce del sole, altri li ho apprezzati nel loro lato oscuro. Mentre scrivo sono ancora in grado di avvertire quanto reale e concreto sia ciò che mi circonda. Tra non molto, probabilmente, tutto assumerà i contorni sfocati di un sogno (e per tale ragione ho voluto fermare pochi istanti in questo luogo: per ricordare quello che è stato e quello che io sono stato). Tutto reale, dunque. Ritmi e abitudini diverse (ma nemmeno poi tanto: le vere differenze, e i reali attimi di smarrimento, li ho avvertiti viaggiando in giro per il paese, nelle stazioni, stando a stretto contatto con anziani e immigrati e arabi e cristiani e soldati e ortodossi; non qui, qui ci si dimentica di essere in Israele, qui c’è lo stesso edonismo di una grande capitale europea, solo temperato da un carattere volenteroso che sa farsi duro nei momenti di difficoltà), una babele di lingue che si riflette nei mille gusti e sapori di una cucina altrettanto cosmopolita. Tutto così reale che faccio fatica a pensare all’idea vaga ed astratta che avevo di questa terra prima di partire.

E’ difficile dare un’idea di una città. Quella te la formi camminando per le sue strade, osservandone le contraddizioni, provando poi ad immaginarla nei suoi antichi splendori o, in questo caso, riportando alla mente un passato non troppo remoto in cui tutto aveva forme incerte: strade non asfaltate, accampamenti di persone, alberi appena piantati, le prime pietre posate sui quei luoghi dove sarebbero sorti gli edifici importanti, quelli a cui tutti avrebbero fatto poi riferimento, nella realtà o soltanto nell’immaginario. E non potrei nemmeno dire di averla amata per questo, nonostante la bellezza di alcune sue strade in cui è ancora fulgida l’anima bahuaus, e nonostante la visione della città vecchia di Jaffa, che si erge in lontananza e sembra raccontare più di quello che si è in grado di capire. No, ciò che mi mancherà di più sarà l’anima, la vitalità, le persone. Al netto di tutto, se dovessi portare a casa solo un’immagine, se dovessi rispondere ad una domanda diretta, direi che serberò il ricordo degli abbracci che le persone si scambiano, qui: caldi, sentiti, lunghi, appassionati. Un modo per comunicare l’affetto che è una caratteristica nazionale, mi è parso (l’altra sono i racchettoni; ho scoperto che esistono al mondo dei veri e propri professionisti di quello che credevo essere solo un passatempo da spiaggia. Qua è questione di vita o di morte).

In una sorta di romantico addio, ho ripercorso i luoghi dell’inizio. Ho camminato per quelle strade prima sconosciute, ma in cui ora sono stato in grado di riconoscere un piccolo dettaglio o una persona. Mi sono riaffacciato sul mare, lungo la passeggiata appena fuori all’ufficio, ricordando quanto quella visione avesse placato il mio animo in quel primo giorno così pieno di paure; appena vidi quei riflessi azzurri, in quella giornata così calda e tersa, realizzai che non potrei mai vivere in una città lontano dal mare. Un orizzonte o il suono delle onde sono diventate una priorità, in una stravolta scala di valori (oppure la scala è sempre la stessa, sono io ad essere stravolto).

E ho pensato poi alle persone che ho conosciuto: più di tutto, questo è stato il senso reale di questa esperienza. Il vero arricchimento c’è stato parlando con loro, ascoltando e raccontando, lavorando insieme o perdendo tempo in giro in posti poco raccomandabili. Il valore aggiunto c-[ stato parlando con persone provenienti da una cultura tanto diversa, provando un confronto che a volte [ stato surreale, c’è stato ridendo di cuore di una stupida inezia o preoccupandosi per un mai così incerto avvenire, ora più di prima. Ma insieme. Vorrei dire tante altre cose ma il tempo non è più dalla mia parte. Raccontare una piccola parte delle sensazioni che ho vissuto è stato bello e liberatorio. Pensavo che una volta in Italia avrei continuato a scrivere su questo blog, ma è più giusto che queste poche pagine rimangano qui fluttuanti a raccontare soltanto questo pezzo di vita. Magari altre ne verranno. Ora si torna alla vecchia vita, che è anche un po’ nuova. Il taxi giu’ casa mi attende, come in un vecchio film. Prima dell’ultimo abbraccio con il piu’ strano e folle coinquilino potessi mai avere, rivolgo a me e a voi l’augurio del titolo: le cose andranno bene.

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Categorie: Melaviv, Travelling | Tag: , , | Lascia un commento

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