Addio alle armi – part I

Mi è stato detto che non posso non avere una idea mia . Che il mio tentativo di essere imparziale, di mettere a fuoco gli eventi considerando entrambe le parti – scevro da ideologie, sfruttando la mia condizione di osservatore esterno – non può condurmi a non maturare una mia propria personale opinione sulle cose che racconto. In realtà io credevo che la mia posizione riflettesse in realtà un’opinione, e cioè che il peso di 60 anni e oltre di storia, l’essere accecati da ideologie religiose – in ultimo la naturale ed intrinseca conflittualità tra esseri umani, tra popoli – non abbia potuto che portare alla tragica realtà del presente. Mi si dirà: che opinione è? Provo ad arrivarci.

Io parlo del presente, ché degli eventi storici ne hanno parlato persone ben più titolate di me, e ciononostante il quadro non è chiaro. Le ultime rivelazioni dei Palestine Papers (i documenti riservati delle trattative di pace che coprono l’arco di 10 anni, divulgati da Al Jazeera) non hanno fatto che peggiorare le cose: è stato Israele a rifiutare le proposte di pace, oppure quelle proposte non erano razionalmente accettabili? La minoranza araba è sufficientemente tutelata, come chi dice chi ricorda che questo è l’unico Stato del Medioriente dove una minoranza siede in Parlamento, oppure la violazione dei diritti umani è palese ed esecrabile? La mia opinione è: entrambe le cose. Questa conta dei torti è un gioco a somma zero, la storia parla per sé, quando non è mistificata, e ai posteri l’ardua sentenza. L’unica cosa veramente esecrabile è che non esista nessuno in grado di imporsi evitando di strumentalizzare le rispettive battaglie per le libertà dell’uomo sotto la maschera della religione. E questo vale per entrambe le parti: ieri ad una piccola manifestazione ho parlato con un manifestante, il quale non ha esitato ad ammettere le colpe dell’Autorità Palestinese durante il processo di pace. Fin quando ci saranno Hamas e Fatah che si fanno la guerra tra di loro le voci di coloro che protestano, che si indignano – giustamente – sono destinate a perdersi nel vuoto. A questo punto non deve suonare paradossale che la maggioranza dei cittadini arabi di Gerusalemme Est, secondo un recente sondaggio, preferirebbe la cittadinanza Israeliana ad una Palestinese.

D’altro canto le cose non vanno meglio nello Stato ebraico. Dopo il susseguirsi di attentati suicida durante la Seconda Intifada, quando le mamme, mi raccontano, mandavano a scuola i figli in due bus diversi, per le ragioni che facilmente si immaginano, fu deciso di erigere un muro capace di mettere al sicuro la cittadinanza. A Tel Aviv ci furono centinaia di morti, la stessa città dove ora l’unico caos che si nota è quello fuori alle discoteche. Da quel momento non ci sono stati più cittadini israeliani morti per questo tipo di attentati. Ma a quale prezzo? I racconti sono agghiaccianti: famiglie smembrate, intrappolate nel loro ghetto, una sorta di legge marziale vigente che consente sistematiche annessioni illegali di territori, negando sostanzialmente accesso a servizi fondamentali e strozzando quella parvenza di economia. E’ un prezzo troppo alto, e penso che il più forte abbia l’onere di non pretenderlo. Esso non è nato dal nulla, e andando a ritroso ci si ritrova sempre a mordersi la coda.

Ma non volevo parlare di questo, o meglio questa era la premessa. Gli spazi si son dilatati mio malgrado. Nel trambusto della rivoluzione che si propaga negli stati arabi, dalla Tunisia all’Egitto alla Giordania, con le possibili ripercussioni che arrivano ad intimorire gli abitanti di questa terra, volevo parlare di una battaglia silenziosa, strisciante, di cui probabilmente non avrete avvertito l’eco. Volevo parlare di una cantante, e volevo capire se una sua controversa decisione fosse stata giusta o meno. Ma nel mio tentativo di chiarirmi le idee, trovo che queste siano ora ancora più confuse. Ci tornerò, nel poco tempo che mi resta.

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