E morì con un falafel in mano

Non seppi più cosa dire. Rimasi a guardarli mentre si allontanavano ridendo, e con le mani in tasca mi avviai verso casa. Cominciava a piovere e un tizio mi chiese da accendere. Non fumo, gli dissi toccando con le dita l’accendino nella mia tasca. Mi guardò in modo strano, ma non osò di più. Presi il telefono per fare una telefonata, ma l’unica cosa che feci fu fissare la sveglia per il giorno dopo: ore 12. La suoneria era quella della marcia di Radeztky. Chiusi il telefono e mi chiamarono i ragazzi: forse faresti bene a venire con noi, no, sta piovendo, dissi io, e la loro risposta si perse in una strana cantilena. È incredibile quello che si fa per non accontentare se stessi, pensai senza essere sicuro del significato. Il telefono squillò, era il tizio della lavanderia, andavano bene le camicie per quello stesso pomeriggio? Mi venne da ridere al pensiero che effettivamente non lo sapevo, dovevo pensarci. Passanti con cani al guinzaglio bisbigliavano ad alta voce, che si stavano dicendo? Appartengono alla dimensione del loro linguaggio, mi dissi soddisfatto mentre mi accendevo la sigaretta. Contai le monete che mi rimanevano facendo i conti sommando le teste e le colonne e le stelle, e mi venne in mente che forse quella era la vita di un altro. Se non ora, quando? Mi piaceva ripeterlo tra me e me, il sempiterno tentativo di ripartire, di azzerare tutto, di indossare una nuova maschera. Sì, ballo il tango e ho abbandonato la chitarra dopo inenarrabili sofferenze d’amore, dissi ad una donna conosciuta al supermercato. Nel salutarla, immaginai un motivetto inesistente e mi inventai una danza in punta di piedi. Riconobbi una manciata di stereotipi in un gruppetto di americani, o meglio in un gruppo di persone che mi parevano americane, o forse in quel momento l’associazione non era ancora nata e mi avvicinai a loro soltanto perché avevo visto volti simili nel film dell’altra sera, un film dove un pastore protestante perdona l’assassino di sua figlia ma che alla fine dà di matto. Accennai un saluto e loro mi dissero: si sta proprio bene qui, ed io dissi che sì, si stava molto bene, e me ne andai. Feci per sedermi su una panchina non ancora bagnata, e Il ricordo del suo sorriso mi richiamò alla mente un’epoca intera. Un’associazione immediata e non spiegabile: lei sorrideva, ed io mi rendevo conto dei momenti che si susseguivano in quel luogo, istante dopo istante, ed io che non ero null’altro che felice. Credo che all’epoca non me ne rendessi conto, che fosse un meccanismo così interiorizzato che solo a posteriori se ne potesse percepire l’efficacia. Quel sorriso che io tentavo di ricambiare voleva dire molte cose: che capivamo i nostri stati d’animo e i nostri cambiamenti d’umore, che sapevamo che più o meno nello stesso istante stavamo pensando la stessa cosa (ma dire la stessa cosa è riduttivo: ci stavamo pensando con lo stesso ritmo, con la stessa intensità). Avevamo fatto al mondo le stesse promesse, e ci sentimmo costretti a mantenerle: fu questo che ci allontanò, pensai in un attimo di lucidità. Diceva una volta un tizio che conoscevo e che non ho più rivisto che è necessario sempre attingere dalle proprie paure. Io lo faccio ogni giorno, ogni istante, non mi lascio sfuggire nemmeno un attimo di follia e perversione. Sembra che la gente apprezzi. Io tengo molto ai giudizi della gente. La guardo camminare per le strade confuse della città, la lascio andar via ma poi rimpiango il dialogo mancato con il bambino che mi chiede qualcosa del cane con cui giocavo: non so di che razza è, non sono esperto di questo genere di cose, però so capire se ha paura o se vuole giocare o se ha fame. Il più delle volte ha fame, una specie di dipendenza. Nessuno parla mai volentieri delle proprie dipendenze. Se lo fa, è sempre in termini goliardici, sicuro di trovare nell’ascoltatore un orecchio compassionevole e comprensivo, perché ad ognuno appartengono le debolezze, alzi la mano chi non ne ha. Ma continuo a vivere senza fottermene, senza grossi turbamenti. Chi ha bisogno di una religione? Siamo quello che siamo sulla base della dose di fortuna che ci ha accompagnati nella nostra esistenza da formiche. C’è chi rimane fermamente convinto della redenzione, della rivalsa postuma, trascurando di fare il possibile per ottenerla in vita, la rivalsa, durante quell’unico pezzetto risicato di tempo che ci è concesso, nostro malgrado, foss’anche solo nella nostra mera intima convinzione. Sembra sia tutto inutile, forse lo è davvero, ma per una volta mi concedo il beneficio del dubbio. Dopo, niente sarà uguale.

 

 

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Categorie: Melaviv, Storytelling | Lascia un commento

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